cultura
A Carrù la storia di Celestino e del potenografo
02 novembre 2025
Cuneo
La piccola cittadina cuneese a pochi chilometri da Mondovì è situata al margine estremo della pianura piemontese su cui si affaccia da una splendida terrazza naturale. Per la sua posizione, da cui iniziano ad innalzarsi le colline del territorio langarolo, viene chiamata la Porta delle Langhe, perché sembra proprio aprire un varco verso uno dei territori più belli e interessanti del Piemonte.
Numerose sono le frazioni intorno al paese e a est è delimitato dalla sponda sinistra del fiume Tanaro e a sud dal torrente Pesio. La zona essendo particolarmente ricca di acqua è adatta all’agricoltura e all’allevamento inoltre è caratterizzata da numerosi corsi d’acqua, fossi e piccoli torrenti. La sua vocazione principale oltre alla fiorente agricoltura è l’allevamento di bovini, le cui carni sono tra le più pregiate e ricche di caratteristiche nutrizionali oltre che ottime come qualità, si presentano magre, morbide e saporite.
Piazza Galli
Passeggiando per il centro di Carrù si arriva in piazza Galli, denominata così in omaggio ai fratelli Galli, patrioti e scienziati dell’età romantica. Degli otto fratelli, citiamo Celestino e il potenografo. Intorno al 1830 mentre era professore di varie lingue a Londra, Celestino ha un’idea su cui si erano già arrovellati numerosi ingegni dal Cinquecento in poi, ma con risultati incerti e marchingegni ingombranti, lenti e complicati. Celestino ne mise insieme uno trasportabile e funzionante, e ne diede trionfante annuncio alle Accademie ed ai giornali più importanti d’Europa.
Il vantaggio consiste in ciò, che i segni del Potenografo essendo già fatti e dovendo solo cadere sulla carta, che va da destra a sinistra di mano in mano che riceve il segno, la scrittura deve essere regolare, chiara e quindi leggibile. Grazie ad un procedimento già notissimo, molte copie di uno stesso scritto possono essere scritte in una sola volta”.
Il potenografo
Troppo complicato? No, bastava poca abitudine, ed ecco schiudersi possibilità meravigliose. Ai segni stenografici, Celestino sostituì presto 31 leve con caratteri di stampa. Nel dare il primo annuncio in Italia della felice invenzione dell’esule, il “Teatro Universale” di Torino spiegò, il 6 dicembre 1834: Il Potenografo scrive parole con “la rapidità con cui gli augelli fendono, volando, gli spazi”. E l’Enciclopedia Italiana edita a Venezia nel 1853, vol X, Appendice, ne fornì un’accurata descrizione, ripresa più recentemente da Artemio Ferrario in “Invenzioni ed Inventori nel XX secolo”, Bompiani, Milano. Ce n’è quanto basta per rivendicare a Celestino Galli e alla sua Carrù l’onore dell’invenzione della macchina da scrivere moderna, sottraendolo al notaio novarese Ravizza che solo il 1° novembre 1855 ottenne un attestato di privativa industriale per il suo “cembalo scrivano”. L’ing. Antonio Conti, discendente dei Galli, non aveva dubbi in proposito, e per decenni non si concesse requie e non ne concesse agli altri per ottenere giustizia a Celestino. Oltretutto egli non riusciva a rassegnarsi di un fatto: il Potenografo era lì, sul solaio della sua casa carrucese, ed egli da bambino, con gli amici smontò leva per leva, tasto per tasto! Dopo il colpo di genio del Potenografo, Celestino si lasciò riprendere dal vortice dell’azione. Tornò in Spagna contro i Carlisti, a combattere in Aragona e Navarra agli ordini del gen. Espartero con altri liberali italiani e polacchi. E fra una battaglia e l’altra diede alle stampe “La ciencia de la dicha” e “El mundo en marcha”; poi passò in Francia, dove a St. Etiénne pubblicò un saggio sugli antichi Celti. Nel ’44 sposò la pittrice David (appartenente alla famiglia del celebre artista francese), anno di morte del fratello Fiorenzo. Solo nel ’48 potè tornare in patria. Fondò a Mondovì “Il Vero”, un foglio di accesso anticlericalismo (tanti anni passati in Spagna avevano lasciato anche questa traccia), e continuò a dar dolori al vescovo Ghilardi con il suo “Vero per il bene”, “La Bibbia e la scienza”, “Le razze umane”, perfino con il “Compendio di storia d’Egitto”. Anche sulla questione romana volle dire aggressivamente la sua, in “La soluzione della questione romana, in distici”. A sessant’anni, un po’ quietato, tornò nella natìa Carrù, e lì morì il 12 febbraio 1868.