cultura
La cappella di San Giovanni e il suo ciclo pittorico
26 ottobre 2025
Cuneo
Nel corso dei secoli, il sito dove sorge la cappella di San Giovanni Evangelista ha rivestito una notevole strategica importanza: per molto tempo è proprio da quel punto che ha preso il via la strada vecchia per Roata Chiusani e Cuneo, poi sormontata dal cavalcaferrovia alla fine del secolo scorso e, infine, definitivamente troncata nel 2016 dalla soppressione del passaggio a livello. Per chi percorreva l’itinerario in direzione opposta, la cappella segnava l’ingresso nell’abitato centallese: al momento della sua costruzione, variamente datato tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, il suo ampio porticato aveva il compito di offrire un punto di sosta e ristoro ai mendicanti, ai viandanti e ai pellegrini in arrivo da Cuneo, costretti a lunghi periodi di attesa prima di varcare le mura del paese. Le fonti storiche rivelano che in passato al posto dell’attuale inferriata era presente un’ampia cancellata di legno, la quale veniva frequentemente aperta per accogliere i viaggiatori in sosta, mentre non era presente alcuna separazione tra l’interno della cappella e il porticato. Nel 1751, tuttavia, l’arcivescovo di Torino mons. Giambattista Roero di Pralormo, in visita a Centallo, rileva come “si dice che spesso vengano commessi atti sconvenienti: così ha riferito l’illustrissimo arciprete, e perciò sarebbe conveniente togliere questi cancelli e chiudere la cappella con un muro”. Di lì a pochi anni, e sicuramente prima del 1770, in ossequio alle disposizioni vescovili la facciata viene effettivamente chiusa da un muro e da una cancellata che impediscono il libero accesso ai passanti. Con il senno di poi, si può dire che sia stata proprio la fortunata intuizione di mons. Roero ad aver protetto i preziosi affreschi custoditi all’interno della cappella, oggetto di un importante intervento di restauro all’inizio degli anni Novanta.
Il ciclo pittorico attribuito a Pascale Oddone
Sui muri interni della cappella di San Giovanni Evangelista si possono osservare vari graffiti, con nomi, date e alcune imbarcazioni stilizzate che alludono al tema del pellegrinaggio. L’assenza più vistosa è quella degli stemmi nobiliari, quasi onnipresenti nelle cappelle quattrocentesche commissionate dai signorotti locali: a quanto pare doveva trattarsi di un luogo di culto nato “dal basso”, e frutto della devozione popolare nei confronti del celebre “apostolo che Gesù amava”. A livello architettonico, lo stile è tardo gotico, e il soffitto è decorato da un’ampia e piatta volta a crociera. Tra i graffiti ancora leggibili, la data più antica è il 1520: con ogni probabilità - ha concluso la curatrice del restauro di inizio anni Novanta, Giovanna Galante Garrone - i pregevoli dipinti che ornano gli interni dell’edificio sono di poco anteriori, e devono essere attribuiti alla mano di un giovane Pascale Oddone, poi destinato a emergere come uno dei maggiori artisti del nord Italia. Con ogni probabilità, il pittore è stato incaricato di realizzare i dipinti dai Bolleris, signori di Centallo e titolari di un feudo in Provenza, con l’obiettivo di conferire un volto nuovo alla cappella popolare situata di fronte alle mura del paese. Gli affreschi della cappella sono gli unici in tutta la provincia Granda a dipingere il racconto della vita di San Giovanni Evangelista: oltre alle scarne testimonianze desumibili dal Nuovo Testamento, tra le fonti di ispirazione c’è indubbiamente la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, un testo duecentesco che raccoglie in volgare e in latino numerosi racconti tradizionali dedicati alle vite dei santi. In senso antiorario, sono undici le scene che ornano le vele della volta a crociera, per poi estendersi anche alle pareti. La prima raffigura l’episodio della persecuzione di Giovanni ordinata dall’imperatore romano Domiziano dopo la predicazione dell’evangelista in Asia Minore: condotto al suo cospetto di fronte a Porta Latina, l’apostolo venne immerso in un calderone di olio bollente. Secondo la Legenda Aurea, il santo sarebbe uscito illeso dal supplizio, e quel miracolo lo avrebbe reso il patrono degli armaioli e di tutti coloro che sono esposti alle ustioni. Il dipinto, in stile pieno rinascimentale, contiene un evidente anacronismo: Giovanni è ritratto giovane e imberbe, mentre al momento dell’ascesa al potere di Domiziano avrebbe dovuto già avere circa 70 anni. Le tre scene successive ritraggono Giovanni (questa volta con la barba!) esiliato dall’imperatore sull’isola di Patmos e intento a scrivere l’Apocalisse dopo l’apparizione del Figlio dell’Uomo; Giovanni di ritorno a Efeso dopo la morte di Diocleziano, intento a resuscitare dai morti l’anziana discepola Drusiana; e infine il confronto tra Giovanni e il filosofo pagano Cratone, che aveva predicato la distruzione dei beni terreni. Cratone avrebbe esortato i giovani di Efeso a distruggere con un martello le loro gemme preziose, per rompere ogni legame con il mondo della materia: nell’affresco viene catturata la scena della loro demolizione, mentre nei due dipinti successivi si raffigura la miracolosa ricomposizione delle gemme per mano di Giovanni. L’apostolo, secondo la tradizione, con quel prodigio avrebbe convertito i giovani e il filosofo, insegnando loro come le ricchezze terrene debbano essere usate a fin di bene, e non ripudiate. Nei quattro affreschi successivi, Giovanni resuscita un giovane morto a pochi giorni dalle nozze, provoca la distruzione del tempio pagano alla dea Diana con la forza della preghiera, beve una coppa di veleno somministratagli dal pontefice Aristodemo, e infine espelle il veleno dal proprio corpo con la preghiera, emettendolo sotto forma di drago. Da ultimo, sulla parete di fondo, viene ritratto il transito di San Giovanni, che ormai anziano viene chiamato al cielo da una luce che lascia abbagliati gli altri discepoli. Decisamente più tarda, ma di qualità persino superiore, è la Madonna col Bambino situata sopra l’altare, che per la restauratrice Giovanna Galante Garrone tradisce “una ascendenza leonardesca o bramantina”. Decisamente più tarda è invece l’annunciazione ritratta sulla facciata della cappella: il dipinto è stato realizzato intorno al 1664 in occasione della visita a Centallo di mons. Michele Beggiamo.