editoriale
Pamela è l’ultima. Finora, fino al momento in cui scrivo questo articolo. Quando sarà pubblicato, potrebbe non esserlo più.
E se da una parte è vero che i numeri assoluti dei femminicidi in Italia non sono statisticamente pesantissimi (nel nostro stato nel 2024 sono morti per incidenti stradali quasi 30 volte più persone delle donne uccise da uomini che pretendevano di esserne compagni, o padroni), è altrettanto vero che anche una sola vittima sarebbe troppo, che un femminicidio è normalmentela punta emergente di tanti rapporti di coppia squilibrati e che quella cifra assoluta resta sostanzialmente stabile da decenni, a differenza degli omicidi in costante calo. In proporzione, quindi, contano sempre di più.
Ma davvero c’è bisogno di guardare la Bibbia per capire quanto ci sia di sbagliato in queste prevaricazioni? Non basterebbe il semplice quinto comandamento, «Non uccidere» senza altre specificazioni? Certo, è un comandamento che nei secoli è stato violato, giustificandone la violazione con una serie di capziose distinzioni.
D’altronde, la Bibbia è un documento antico, marcato da un maschilismo che la segna in profondità. Ma proprio per quello così tante “eccezioni” all’allora comune sentire diventano importanti. Lo sfondo delle affermazioni è infatti radicalmente decisivo per farne intendere il senso. Sostenere, ad esempio, che una donna possa uscire di casa da sola potrebbe suonare ed essere una assoluta banalità se detta nei nostri contesti, ma già una concessione importante da parte di un capo talebano dell’Afghanistan.
Ebbene, se la Bibbia nasce da un mondo maschilista, è vero che sono molte le pagine che aprono a sorpresa uno sguardo delicato sulle donne: è la promessa di un figlio ad Abramo che, inaspettatamente per Abramo, Dio ritiene rivolta anche alla moglie Sara (Gen 17), è la creazione della donna insieme all’uomo (Gen 1), è la madre del grande profeta Samuele che è senza figli ma amata (1 Sam 1), è la nonna di Davide che è una straniera autonoma e coraggiosa, pronta a sacrificarsi per la suocera (Rut), e tante altre, anche senza sfociare nel Nuovo Testamento.
Tra le tante, riprendiamo oggi una pagina molto cruda e scomoda. Proprio quella, però, per estremo, potrebbe essere interessante se la situiamo sullo sfondo in cui è stata scritta e quindi ne cogliamo i sottintesi. Si trova nel capitolo 19 del libro dei Giudici. Si narra di un levita che si era preso come concubina una donna di Giuda. Notiamo i particolari. Una concubina non era propriamente una moglie, aveva meno diritti, rischiava di essere una schiava a servizio del padrone. Questa concubina a un certo punto si stufa e torna a casa propria. L’uomo torna a recuperarla e «parla al suo cuore». È qualcosa di inatteso. Avrebbe potuto ordinarle di tornare e la donna, se non avesse avuto chi la difendeva, non avrebbe avuto alternative. “Parlare al cuore” implica invece di provare a convincerla, di farla innamorare. Non è l’approccio normale di un uomo in quel tempo. E infatti il suocero lo accoglie con gioia, lo trattiene... È un legame di sfruttamento che si trasforma in un incontro tra persone.
La donna decide di ripartire con il levita, che deve accamparsi per la notte in una città di Beniamino, Gabaa, in piazza. Il paradosso è che c’era stata la possibilità di fermarsi presso Gerusalemme, che però era ancora una città non di ebrei, e il levita aveva preferito evitarlo, per non correre rischi. A Gabaa in effetti uno degli abitanti gli offre di dormire da lui, ma durante la notte arrivano altri del posto che vogliono aggredire il forestiero. La sua scelta, per noi crudele, è di concedere la donna, che viene violentata e muore. Il levita invocherà la risposta degli ebrei, che assaliranno di conseguenza la tribù ebraica di Beniamino, decimandola. Questa pagina scomodissima potrebbe essere letta soltanto come un elenco di atti disumani, a più livelli. Ma se la situiamo nel contesto in cui è stata scritta, riscopriamo che anche là il rapporto con una concubina poteva nascere come possesso ma diventava relazione. In quel contesto il levita concede ciò che è suo, che ama. Per noi è crudele, per il mondo antico era molto. Per quel mondo la donna era solo un bene in vista della procreazione, ma per la morte di quella donna, per giunta concubina, il levita non chiede risarcimenti, ma vendetta.
Se leggiamo questa pagina con i nostri occhi moderni, è tutta una follia. Se però indossiamo gli occhiali dei lettori del tempo in cui queste righe sono state scritte, dicono, persino in questo modo sballato, che le relazioni risultano più importanti di ogni rapporto di dominio e di violenza, e che il valore della vita umana, di ogni vita, è superiore a qualunque altro interesse.
Persino in quel contesto crudele, il disprezzo per la vita di una donna poteva mandare in crisi rapporti politici e d’alleanza profondi. Perché comunque non si dà la possibilità di utilizzare delle persone come strumenti.
La Bibbia e il femminicidio
26 ottobre 2025
Cuneo
Pamela è l’ultima. Finora, fino al momento in cui scrivo questo articolo. Quando sarà pubblicato, potrebbe non esserlo più.
E se da una parte è vero che i numeri assoluti dei femminicidi in Italia non sono statisticamente pesantissimi (nel nostro stato nel 2024 sono morti per incidenti stradali quasi 30 volte più persone delle donne uccise da uomini che pretendevano di esserne compagni, o padroni), è altrettanto vero che anche una sola vittima sarebbe troppo, che un femminicidio è normalmentela punta emergente di tanti rapporti di coppia squilibrati e che quella cifra assoluta resta sostanzialmente stabile da decenni, a differenza degli omicidi in costante calo. In proporzione, quindi, contano sempre di più.
Ma davvero c’è bisogno di guardare la Bibbia per capire quanto ci sia di sbagliato in queste prevaricazioni? Non basterebbe il semplice quinto comandamento, «Non uccidere» senza altre specificazioni? Certo, è un comandamento che nei secoli è stato violato, giustificandone la violazione con una serie di capziose distinzioni.
D’altronde, la Bibbia è un documento antico, marcato da un maschilismo che la segna in profondità. Ma proprio per quello così tante “eccezioni” all’allora comune sentire diventano importanti. Lo sfondo delle affermazioni è infatti radicalmente decisivo per farne intendere il senso. Sostenere, ad esempio, che una donna possa uscire di casa da sola potrebbe suonare ed essere una assoluta banalità se detta nei nostri contesti, ma già una concessione importante da parte di un capo talebano dell’Afghanistan.
Ebbene, se la Bibbia nasce da un mondo maschilista, è vero che sono molte le pagine che aprono a sorpresa uno sguardo delicato sulle donne: è la promessa di un figlio ad Abramo che, inaspettatamente per Abramo, Dio ritiene rivolta anche alla moglie Sara (Gen 17), è la creazione della donna insieme all’uomo (Gen 1), è la madre del grande profeta Samuele che è senza figli ma amata (1 Sam 1), è la nonna di Davide che è una straniera autonoma e coraggiosa, pronta a sacrificarsi per la suocera (Rut), e tante altre, anche senza sfociare nel Nuovo Testamento.
Tra le tante, riprendiamo oggi una pagina molto cruda e scomoda. Proprio quella, però, per estremo, potrebbe essere interessante se la situiamo sullo sfondo in cui è stata scritta e quindi ne cogliamo i sottintesi. Si trova nel capitolo 19 del libro dei Giudici. Si narra di un levita che si era preso come concubina una donna di Giuda. Notiamo i particolari. Una concubina non era propriamente una moglie, aveva meno diritti, rischiava di essere una schiava a servizio del padrone. Questa concubina a un certo punto si stufa e torna a casa propria. L’uomo torna a recuperarla e «parla al suo cuore». È qualcosa di inatteso. Avrebbe potuto ordinarle di tornare e la donna, se non avesse avuto chi la difendeva, non avrebbe avuto alternative. “Parlare al cuore” implica invece di provare a convincerla, di farla innamorare. Non è l’approccio normale di un uomo in quel tempo. E infatti il suocero lo accoglie con gioia, lo trattiene... È un legame di sfruttamento che si trasforma in un incontro tra persone.
La donna decide di ripartire con il levita, che deve accamparsi per la notte in una città di Beniamino, Gabaa, in piazza. Il paradosso è che c’era stata la possibilità di fermarsi presso Gerusalemme, che però era ancora una città non di ebrei, e il levita aveva preferito evitarlo, per non correre rischi. A Gabaa in effetti uno degli abitanti gli offre di dormire da lui, ma durante la notte arrivano altri del posto che vogliono aggredire il forestiero. La sua scelta, per noi crudele, è di concedere la donna, che viene violentata e muore. Il levita invocherà la risposta degli ebrei, che assaliranno di conseguenza la tribù ebraica di Beniamino, decimandola. Questa pagina scomodissima potrebbe essere letta soltanto come un elenco di atti disumani, a più livelli. Ma se la situiamo nel contesto in cui è stata scritta, riscopriamo che anche là il rapporto con una concubina poteva nascere come possesso ma diventava relazione. In quel contesto il levita concede ciò che è suo, che ama. Per noi è crudele, per il mondo antico era molto. Per quel mondo la donna era solo un bene in vista della procreazione, ma per la morte di quella donna, per giunta concubina, il levita non chiede risarcimenti, ma vendetta.
Se leggiamo questa pagina con i nostri occhi moderni, è tutta una follia. Se però indossiamo gli occhiali dei lettori del tempo in cui queste righe sono state scritte, dicono, persino in questo modo sballato, che le relazioni risultano più importanti di ogni rapporto di dominio e di violenza, e che il valore della vita umana, di ogni vita, è superiore a qualunque altro interesse.
Persino in quel contesto crudele, il disprezzo per la vita di una donna poteva mandare in crisi rapporti politici e d’alleanza profondi. Perché comunque non si dà la possibilità di utilizzare delle persone come strumenti.