
L’Università Internazionale della Pace “Giorgio La Pira” di Cuneo ha ricevuto conferma che il progetto di prevenzione alla malnutrizione in Tanzania da loro presentato alla richiesta di finanziamento dell’8x1000 ha passato la prima fase di selezione, qualificandosi quarto su 36. Anna Cesareo e Simonetta Rosazza, rispettivamente presidente e segretaria dell’Università, raccontano i progetti attivi nel Paese e l’idea del nuovo programma presentato, “Prevenzione della malnutrizione prenatale nel distretto di Kongwa – Tanzania”.
Come nasce l’Università Internazionale della Pace e di che cosa si occupa?
L’Università Internazionale della Pace “Giorgio La Pira” Odv, fondata da don Aldo Benevelli, nasce nel 1982 con lo scopo principale di organizzare corsi di formazione specializzati per volontari in partenza per i Pvs (Paesi in via di sviluppo).
Da quanto lavorate in Tanzania?
Noi operiamo nel Paese da circa quarant’anni; i primi anni grazie ad un progetto condotto dall’associazione Lvia e poi, a partire dal 2006, come Università Internazionale della Pace abbiamo implementato il progetto “Kongwa Rural project: cibo sano è salute”.
Di che cosa si occupa questo progetto?
“Kongwa Rural project: cibo sano è salute” nasce a seguito della nostra esperienza sul campo, dove ci siamo resi conto che, in un momento in cui tutte le Ong si orientavano verso progettualità di aiuto nei confronti di malattie croniche, disagi sociali ed altre difficoltà, mancava il sostegno all’accesso all’alimentazione, soprattutto nei confronti dei bambini. Così, abbiamo pensato di sviluppare un programma per contrastare la malnutrizione infantile partendo dall’idea che, se manca la possibilità di nutrirsi, automaticamente è dimezzata la possibilità di svilupparsi autonomamente. Noi avevamo già esperienza in questo campo,
sia grazie al precedente progetto con Lvia, che grazie a Roberto Rosazza, anima del programma e dell’Università, e al suo ruolo di medico nutrizionista.
Qual è l’obiettivo del progetto?
La nostra idea non è quella di “portare lo sviluppo da fuori”, ma di insegnare alla popolazione locale come utilizzare al meglio le risorse di cui dispongono. Due volte all’anno conduciamo attività di training per migliorare passo dopo passo i ruoli di responsabilità del personale attivo nel Paese, pensare a prodotti alimentari nuovi da fornire alla popolazione e vedere quello che viene accettato e quello che non viene accettato. Abbiamo anche ideato un prodotto alimentare nuovo, la crema karasali, adatta a situazioni patologiche di malnutrizione accertata, che ora è entrata a fare parte del sistema alimentare del Paese. Però, il lavoro vero e proprio lo porta avanti la popolazione locale. L’obiettivo, quindi, è fare in modo che il progetto si autoalimenti e prosegua. Dopo numerosi anni di attività, il governo tanzaniano si è reso conto della validità del programma e della necessità di prevenire la malnutrizione e la denutrizione infantile.
Dopo tutti questi anni di attività, avete avuto modo di valutare i risultati del progetto?
Sì, e gli esiti sono molto positivi: i villaggi nei quali operiamo stanno aumentando ma, nonostante ciò, il numero dei bambini sottopeso o con problemi di crescita è andato diminuendo sempre di più. Abbiamo raccolto tutti i dati e possiamo dire di avere raggiunto l’80% di risoluzione delle casistiche di malnutrizione. Quindi, abbiamo concretamente realizzato che il nostro metodo, che prevede che gli alimenti vengano creati dal centro nutrizionale indipendente e poi distribuiti nei villaggi con una clinica mobile, per fare fronte alle difficoltà delle mamme di raggiungere i luoghi di assistenza, sia valido e produca ottimi risultati.
Qual è l’idea dietro al nuovo progetto candidato al finanziamento?
Il progetto “Prevenzione della malnutrizione prenatale nel distretto di Kongwa – Tanzania” nasce da una riflessione di Anna Cesareo riguardo al fatto che noi, al momento, stiamo curando gli “effetti”, ovvero i bambini che nascono con delle problematiche fisiche. Dovremmo iniziare anche a preoccuparci delle “cause”, ovvero del perché i bambini nascono con dei problemi. Da qui nasce l’idea di questo secondo “ramo” del programma Tanzania, che si pone l’obiettivo di consentire un migliore accesso ad una corretta alimentazione alle madri, così che le loro gravidanze possano concludersi con esito positivo. È un progetto che va ad inserirsi nel quadro del consolidato programma “Kongwa Rural project: cibo sano è salute”, basandosi sulle competenze, sull’utilizzo delle strutture e delle persone che già sono operative; ma deve essere ancora avviato siccome stiamo aspettando l’esito conclusivo della nostra richiesta di fondi.
Avete avuto notizie riguardo alla vostra adesione al bando relativo all’8x1000?
Sì, siamo molto contente in quanto tra tutte le associazioni che hanno presentato la domanda, l’Università è arrivata quarta alla prima fase di selezione. Ora siamo in attesa di sapere se il nostro progetto passerà anche la seconda fase, ovvero quella di verifica dell’idoneità dell’associazione e del progetto. Abbiamo tre mesi di tempo per presentare altra documentazione e, a seguire, sapremo se il nostro progetto avrà passato la selezione finale. Siamo davvero grate del risultato ottenuto finora, in quanto siamo una piccola realtà e questo riconoscimento è per noi di grande valore.

Nella foto: in apertura, il laboratorio dove viene preparato il Karasali; sopra, visita di controllo della clinica mobile.