
Si definisce araba o saracena una popolazione stanziata sulle coste del golfo di Aqaba nel vicino oriente, abili navigatori che scorrazzavano nel Mediterraneo depredando e distruggendo villaggi, chiese e monasteri simbolo della cristianità. Si erano installati in diverse regioni nel bacino marittimo soprattutto nell’attuale Spagna e molti ritengono siano giunti da lì e non direttamente dalla regione originaria, in ogni caso gli storici concordano sul luogo dove sbarcarono. Si tratta di una località nell’attuale golfodi St. Tropez nei pressi di Frejus nel luogo detto “La Garde Freinet”, qui crearono la base costruendo una fortezza e torri di avvistamento le cui tracce sono state trovate: il “Fraxinetum Saracenorum”. Questi predoni, giunti verso la fine del secolo ottavo, costruirono avanposti presso alcune baie marittime coprendo un territorio da Marsiglia a Savona e successivamente anche nei valichi alpini da dove partivano per le loro scorrerie. Risalirono le valli delle attuali Liguria e Provenza per arrivare in Piemonte dai colli (come Cadibona e Monginevro). Le fonti contemporanee sono poche e molto vaghe, i saraceni fecero due principali ondate di saccheggi, la prima negli anni dal 900 al 920 ed una successiva dal 920 al 970.
Limone Piemonte
Per quanto riguarda l’attuale luogo di Limone Piemonte solamente nel 1100 comparve ufficialmente il nome Limone, certo esisteva da tempo un agglomerato abitato trovandosi il luogo in una conca ai piedi del Cornio come allora era conosciuto il colle di Tenda. Sull’etimologia del nome Cornio o Cornelio furono fatte diverse ipotesi non riscontrabili: derivato da due consoli romani (Lucio Cornelio Lentulo e Cornelio Flacco) inviati dal senato romano nel 126 contro i liguri o dal passaggio di Papa Cornelio nel 250 ma la spiegazione più logica pare quella del Coolidge in una sua ricerca identificandola con la forma di corno della sommità. Successivamente, in alcuni documenti, viene citato anche come “collo di Limone” ma intorno al 1400 comparve “Tenda” in quanto i conti Lascaris avevano in quella località la sede.
Il racconto del Casalis
Il Casalis scrive: “In questi tempi il limonese territorio soggiacque a mali gravissimi, per la strada che chiamasi imperiale perché forse averla fatta riattare l’imperatore Carlo Magno, i saraceni di Frassineto salirono il Cornio per discendere (906) al borgo di Limone. Appostatisi, per impedire loro il passo, gli abitanti sulla riva opposta del torrente che ne lambe il Colletto dopo qualche resistenza, sopraffatti dal numero de’ nemici, dovettero ripiegare al lato occidentale del Vermenagna. E cedendo ai barbari vincitori il lato orientale dove sorge il capoluogo ebbero appena tempo a porre in salvo i loro figliuolini, l’onor delle spose, la vita de’ genitori e le ostie consacrate e trovaronsi costretti ad abbandonare gli altari al sacrilegio e le proprie case alla rapacità ed alle rovine del maomettano furore. Indica l’infelice scontro con que’ barbari l’essersi trovati al Rotula nell’aprirsi la nuova strada cadaveri ed armature saraceniche. Ridotti gli abitanti a quell’augusta parte del territorio che contiensi al di là del fiume tra Limonetto e le Collette vi stettero per più di sei lustri ed eressero in faccia al nemico un castello de una torre a cui si diede il nome di Castrum Constantium; e di là videro i saraceni fabbricarsi anch’eglino una torre ed una caserma che da essi borghigiani fu chiamata il ghetto. Quando infine i cristiani Principi manifestarono la ferma risoluzione di scacciare i saraceni quelli che da tanto tempo desolavano la massima parte dell’agro limonese temendo di vedersi chiusa la via se più a lungo rimanevano improvvisamente scomparvero da Limone e da tutto il suo territorio. La lietezza de’ borghigiani fu tanta che neanco l’orrore delle patrie rovine la potè trattenere e la loro consolazione fu al colmo quando vi giunse da Pedona un monaco sacerdote a loro apportare i soccorsi della religione: si fu allora che i limonesi fabbricarono un oratorio dedicandolo a Cristo risorto e a San Maurizio martire della fede”. Il Casalis (nel suo dizionario geografico, storico, statistico degli stati di sua maestà il Re di Sardegna del 1841 ), su Limone scrisse un corposo testo basandosi sugli appunti di un corrispondente. Costui era Carlo Viale, un limonese, che lasciò le sue note in un documento intitolato “ Notizie riguardanti gli articoli Col di Tenda o di Limone, Limone e Limonetto per servire alla compilazione del Dizionario, compilate dal signor Carlo Viale fu signor Francesco oriundo di Limone nell’anno 1837 per puro amore Patrio”. In aggiunta a quanto riportato dal Casalis dice: “Divisa da Carlo Magno in contadi fu Limone al Comitato Bredulense aggregato e allor fu probabilmente ristorarsi quella strada che quindi via imperiale anco al presente in alcun luogo viene nominata per condurre a quell’antica romana colonia nonché al di là delle Alpi e in Provenza salirono i saraceni il Cornio per discendere nell’anno 906 a Limone. Ridottisi i limonesi tutti a quella ristretta parte che al di là del fiume tra Limonetto e le collette contiensi, ivi in continuo pericolo ,senza voler discendere a patti se ne stettero trent’anni e più di là i barbari contemplando a coltivare e raccogliere le raccolte nei lor campi, a scorrere le rovine della lor patria e farne una grande spelonca di ladrocinio, videro fabbricare una caserma detta “il ghetto” che a questi annunziasse l’intendimento di permanente dimora e la disperazione di essi del ritornarvi”.
Armi saraceni che e cadaveri di affricana statura
Esaminiamo ora alcune note del Viale al testo: quando si parla dello scontro tra i locali ed i barbari avvenuto nei pressi della “Rutuba o Rotula” poi detto anche Rotolao dice che “nel far la strada nuova essersi trovate armi saraceni che e cadaveri di affricana statura”. Si riferisce alla nuova strada fatta sistemare e costruire da Vittorio Amedeo terzo dal 1780 al 1784 che saliva al colle dal versante della Panice Soprana e non più da Limonetto quindi in tempi vicini al Viale che conseguentemente poteva avere diretta conoscenza o testimonianza di viventi. Sul fatto che , agli inizi dell’ ottocento, con i mezzi e le conoscenze di allora fossero in grado di riconoscere le armi dei saraceni sussistono seri dubbi così come sui cadaveri trovati nel individuare la statura ,a parte il fatto che i predoni erano di origine araba e medio-orientale e non propriamente africana. Consideriamo inoltre che, essendo una via di comunicazione nota e frequentata nel tempo diversi eserciti e predoni vi passarono per cui è logico trovare resti umani o di armi in determinati punti specialmente questo che fu teatro di numerosi scontri.. Altra nota è la seguente : “Per dare luogo al Regio Stradale fu la torre pochi anni fa interamente distrutta sino ai fondamenti. Mutilata già per la sua vecchiezza, situata era fra due cortili, l’uno perciò detto la Torre, nell’altro più piccolo e ad esso attaccato v’era il ghetto e così appella vasi ancora, toltovi pure ultimamente per l’oggetto medesimo”. La strada di cui si parla è l’attuale via Roma, precedentemente arrivando da fondovalle si percorrevano le attuali vie Cuneo, Mazzini, Garibaldi e via Grandi per poi scendere al campo di San Sebastiano e proseguire verso il colle a oriente del Vermenagna. Verso il 1810 venne abbattuta la vecchia casa canonica (era già stato trasferito il cimitero antistante la chiesa parrocchiale) e costruita l’attuale via Roma che attraversa il paese sino a sbucare sulla statale quindi il Viale, parlando della demolizione dei ruderi della torre ( quella ipotizzata realizzata dai saraceni) che si sarebbe trovata quindi tra l’imbocco di Via Grandi e il torrente Vermenagna è un testimone diretto del fatto. Sul fatto che i predoni rimasero per oltre trent’anni a Limone dove stabilirono una base per le scorrerie verso la pianura può essere plausibile in quanto, come detto, sono stati riscontrati analoghi casi. Relativamente alla loro partenza spontanea si può trovare un riscontro nella storiografia certa. Nel 942 Ugo di Provenza, sistemate alcune questioni con i rivali, approntò una spedizione e strinse alleanza con l’imperatore d’Oriente a Bisanzio (che disponeva di una flotta) e altri signori della zona per distruggere il frassineto e scacciare i saraceni. Quindi parrebbe logico supporre che costoro , per non rimanere isolati, abbiano risalito il colle per congiungersi con gli altri; Ugo fece poi un accordo co i predoni per diminuire i saccheggi perché impegnato in lotte con sovrani a lui ostili per poi morire nel 946, i saraceni saranno definitivamente scacciati solo nel 972.
La cappella di San Maurizio
Possiamo infine notare che l’attuale cappella di San Maurizio, benché i documenti dicano edificata nel cinquecento, sorge proprio in prossimità delle Collette citate come limite del rifugio dei locali in quel periodo. Era un luogo strategico per controllare l’accesso da nord al villaggio e la presunta indicazione del monaco di dedicare un oratorio a San Maurizio potrebbe far supporre che già allora esistesse un piccolo edificio a tale scopo. Adesso si pone una domanda: dove il Viale, e per suo seguito il Casalis, attinsero a queste notizie ? Possiamo supporre da vecchi manoscritti andati perduti (ma in ogni caso non contemporanei ai fatti) oppure da racconti o forse da testi passati. Qui inizia una storia dubbia e tuttora contestata: una descrizione della calata dei saraceni la si trova in un frammento di cronaca della città di Pedona raccolta da Jacopo Berardenco in un suo manoscritto “Ratiorum Temporum”. Costui era un notaio cuneese che presumibilmente nel 1495 raccolse notizie estratte da vecchi libri, da documenti relativi al periodo 900-1500. Tuttavia questo testo non si è mai trovato ma il sacerdote Francesco Giuseppe Meyranesio (1728-1793), asserisce di averlo visto e trascritto pubblicando in seguito “Pedementum Sacrum” con notizie sulla cronaca di Pedona. Si suppone che l’autore originario delle descrizioni fosse un cenobita del monastero di San Dalmazzo raccolte nella “Chronica Civitatis Pedonae”. In questa opera si legge:
L’anno 906
“Nell’anno 906 la perfida gente saracena venne nel mese di agosto, saccheggiò il nostro monastero e devastò terre, luoghi e città, era organizzata in due schiere delle quali una con molti soldati giunse dal monte Cornio, l’altra dal luogo della Chiusa (Valle Pesio)”. Non trovarono le reliquie del beato Dalmazzo poiché il vescovo di Asti le aveva fatte trasferire a Quargnento; questo è confermato dallo storico Alfonso Maria Riberi nel suo San Dalmazzo di Pedona e la sua abbazia con documenti inediti” stampato a Torino nel 1929. Siamo di conseguenza nel campo di molti interrogativi, come detto inizialmente i pochi contemporanei agli avvenimenti parlano di questi predoni in generale e per quanto riguarda il nostro territorio dobbiamo fidarci relativamente ma il fatto delle incursioni pare certo e gli unici riscontri rinvenuti su Limone sono quelli elencati dal Viale. Sempre dal medesimo apprendiamo che il luogo era ridotto in rovina e gli abitanti rimasti molto pochi ,dopo il mille seguì la sorte degli altri paesi della Vermenagna alle dipendenze dell’abbazia di San Dalmazzo sotto il dominio del vescovo di Asti e fu l’ultimo a riprendersi. L’invasione dei Mori (altro termine con il quale erano indicati) ha lasciato tuttavia un ‘impronta nelle tradizioni locali in numerose aree del Piemonte, della Liguria di Ponente e della Provenza. Non solo in alcuni termini linguistici di chiara origine araba, nelle varie torri saracene localizzate ovunque e in una mescolanza di persone e usanze ma soprattutto nel folklore. Nell’antico carnevale di Limone (come in altri centri alpini), dopo il curer e l’arlecchino, i primi personaggi erano il turco e la turca proprio a ricordare queste figure esotiche rimaste nei ricordi; la locale festa dell’ Abbaia non centra niente con la cacciata dei saraceni, le badie sorte nel cinquecento erano corporazioni di carrettieri e mulattieri che festeggiavano le loro ricorrenze .
Nelle fotografie un’immagine di Limone e una dell’Abaya, nella quale qualcuno vede un richiamo alla cacciata dei saraceni, anche se non sembra essere questo il suo vero significato storico.