A Cuneo si è tenuta Art.27-EXPO, l’iniziativa giunta quest’anno alla sua terza edizione e interamente dedicata alla valorizzazione di quanto viene prodotto nelle case di reclusione. Organizzato dal Progetto Art.27 su scala nazionale, l’evento ha animato varie zone della città coinvolgendo esponenti di numerosi ambiti che lavorano a stretto contatto con l’universo carcerario. Tra i numerosi incontri che hanno scandito il fine settimana, particolarmente importante è stato quello dal titolo “Il carcere visto dai volontari”, un tavolo di confronto. Tra gli ospiti chiamati a portare la propria testimonianza c’era Carla Vallauri,fino a poco tempo fa addetta stampa della Provincia di Cuneo e referente, nonché co-fondatrice, dell’associazione di volontari carcerari Sesta Opera.
Cos’è Sesta Opera?
La nostra associazione è operativa da più di trent’anni ed è una realtà nata, a suo tempo, all’interno della Diocesi. Successivamente, per ragioni organizzative abbiamo deciso di confluire nell’associazione Monsignor Peano, con la quale abbiamo proseguito la nostra attività. Raccoglie attualmente una ventina di volontarie e volontari di differente età; anche la provenienza di ognuno è diversa. Ma tutti condividiamo l’idea di offrire un servizio a favore di chi sta in carcere con spirito evangelico. Il nostro impegno si esprime su più fronti e si concretizza anche attraverso la nostra presenza nel carcere di Cuneo una volta a settimana. Innanzitutto c’è l’attività di ascolto di chi vuole dialogare con noi, che siamo autorizzati - come tutte le realtà di volontariato come la nostra - a entrare nella casa circondariale. Da questi incontri, negli anni sono emerse storie davvero belle, di vera e propria ‘rinascita’ e riscatto, anche se purtroppo non sono mancate traiettorie meno riuscite.
Nel concreto, attraverso quali azioni assistete i reclusi?
Nel corso degli anni la nostra azione si è sviluppata su più fronti: per esempio quella dell’assistenza allo studio dei più giovani, che tuttavia - a causa dei molti cambiamenti che hanno trasformato profondamente la composizione della popolazione reclusa - ha subito a sua volta modifiche e aggiustamenti. Certo, anche la pandemia di Covid-19 ha dato un colpo tremendo a questo aspetto, interrompendo molte attività culturali che andavano avanti da tempo, come il corso di musica. Ma da parte nostra siamo pronti a riprendere in qualsiasi momento quel che si è interrotto. Vi è poi un aspetto per così dire ‘assistenziale’, che si concretizza nella fornitura di vestiti (siamo l’unica associazione autorizzata a far entrare in carcere il vestiario). Per questa attività ci avvaliamo del grande supporto del Centro famiglie Luca e Giulio di Borgo San Dalmazzo. Vestiti che vengono controllati e lavati prima della consegna: solo lo scorso anno ne abbiamo portate 225 borse! E poi ci sono i farmaci, che rappresentano una necessità di prima importanza per chi in carcere non può acquistarne. In questo caso ci avvaliamo della collaborazione del Banco Farmaceutico, che raccoglie donazioni dalla cittadinanza. Quest’anno ne abbiamo messe insieme 300 scatole. In alcuni casi, invece, procediamo direttamente noi all’acquisto di medicinali che per diverse ragioni non è possibile ottenere attraverso l’SSN. I farmaci, una volta raccolti, vengono consegnati al servizio sanitario presente in carcere, e sono poi i medici e gli infermieri a distribuirli. Insomma, si cerca di sopperire alle mancanze di chi, soprattutto, ha più necessità perché più povero o ha meno legami con l’esterno che possano sostenerne la quotidianità in reclusione. Lo stesso discorso vale per materiali più comuni, come la cancelleria.
Come è il carcere oggi e come vi rapportate con i detenuti?
Sicuramente è molto cambiato da quando abbiamo cominciato molti anni fa. È cambiata la composizione di chi è recluso, ed è cambiata anche la percezione della funzione del carcere nell’immaginario comune. C’è molta più povertà in cella, molta solitudine. In fondo il carcere è lo specchio fedele della società ‘libera’, con le sue dinamiche e le sue ingiustizie, le sue regole e le sue storture. Ma c’è una cosa sulla quale vorrei portare l’attenzione: nella nostra azione in carcere e nel rapporto tra i nostri volontari e i detenuti vogliamo che si instauri un rapporto tra pari. Certo, le condizioni sono profondamente differenti - tu sei recluso, io vivo fuori -, ma è fondamentale che non si inneschi tra le persone che entrano periodicamente in contatto una dinamica di ‘superiorità’ e di ‘inferiorità’. In altre parole, viviamo condizioni innegabilmente diverse, ma la dignità umana vale per entrambi, ed entrambi aneliamo alla felicità, alla giustizia, alla bellezza, alla serenità. Per questo ci poniamo sempre di fronte al detenuto come a una persona e basta, cercando di non identificarla mai con il suo passato e con gli errori che l’hanno portata a conoscere l’esperienza del carcere. Noi, tutti noi, non siamo solo l’errore che commettiamo ma molto di più, perché l’esistenza, delle volte, ci porta a fare scelte sbagliate quando meno ce lo aspettiamo. Per questo quando incontriamo le persone che stanno scontando una pena vogliamo guardare avanti insieme a loro, al futuro, e non al loro passato, per quanto accidentato possa essere stato.
Per informazioni scrivere a carla.vallauri2@gmailcom.
cuneo
A Cuneo si è tenuta Art.27-EXPO, l’iniziativa giunta quest’anno alla sua terza edizione e interamente dedicata alla valorizzazione di quanto viene prodotto nelle case di reclusione. Organizzato dal Progetto Art.27 su scala nazionale, l’evento ha animato varie zone della città coinvolgendo esponenti di numerosi ambiti che lavorano a stretto contatto con l’universo carcerario. Tra i numerosi incontri che hanno scandito il fine settimana, particolarmente importante è stato quello dal titolo “Il carcere visto dai volontari”, un tavolo di confronto. Tra gli ospiti chiamati a portare la propria testimonianza c’era Carla Vallauri,fino a poco tempo fa addetta stampa della Provincia di Cuneo e referente, nonché co-fondatrice, dell’associazione di volontari carcerari Sesta Opera.
Cos’è Sesta Opera?
La nostra associazione è operativa da più di trent’anni ed è una realtà nata, a suo tempo, all’interno della Diocesi. Successivamente, per ragioni organizzative abbiamo deciso di confluire nell’associazione Monsignor Peano, con la quale abbiamo proseguito la nostra attività. Raccoglie attualmente una ventina di volontarie e volontari di differente età; anche la provenienza di ognuno è diversa. Ma tutti condividiamo l’idea di offrire un servizio a favore di chi sta in carcere con spirito evangelico. Il nostro impegno si esprime su più fronti e si concretizza anche attraverso la nostra presenza nel carcere di Cuneo una volta a settimana. Innanzitutto c’è l’attività di ascolto di chi vuole dialogare con noi, che siamo autorizzati - come tutte le realtà di volontariato come la nostra - a entrare nella casa circondariale. Da questi incontri, negli anni sono emerse storie davvero belle, di vera e propria ‘rinascita’ e riscatto, anche se purtroppo non sono mancate traiettorie meno riuscite.
Nel concreto, attraverso quali azioni assistete i reclusi?
Nel corso degli anni la nostra azione si è sviluppata su più fronti: per esempio quella dell’assistenza allo studio dei più giovani, che tuttavia - a causa dei molti cambiamenti che hanno trasformato profondamente la composizione della popolazione reclusa - ha subito a sua volta modifiche e aggiustamenti. Certo, anche la pandemia di Covid-19 ha dato un colpo tremendo a questo aspetto, interrompendo molte attività culturali che andavano avanti da tempo, come il corso di musica. Ma da parte nostra siamo pronti a riprendere in qualsiasi momento quel che si è interrotto. Vi è poi un aspetto per così dire ‘assistenziale’, che si concretizza nella fornitura di vestiti (siamo l’unica associazione autorizzata a far entrare in carcere il vestiario). Per questa attività ci avvaliamo del grande supporto del Centro famiglie Luca e Giulio di Borgo San Dalmazzo. Vestiti che vengono controllati e lavati prima della consegna: solo lo scorso anno ne abbiamo portate 225 borse! E poi ci sono i farmaci, che rappresentano una necessità di prima importanza per chi in carcere non può acquistarne. In questo caso ci avvaliamo della collaborazione del Banco Farmaceutico, che raccoglie donazioni dalla cittadinanza. Quest’anno ne abbiamo messe insieme 300 scatole. In alcuni casi, invece, procediamo direttamente noi all’acquisto di medicinali che per diverse ragioni non è possibile ottenere attraverso l’SSN. I farmaci, una volta raccolti, vengono consegnati al servizio sanitario presente in carcere, e sono poi i medici e gli infermieri a distribuirli. Insomma, si cerca di sopperire alle mancanze di chi, soprattutto, ha più necessità perché più povero o ha meno legami con l’esterno che possano sostenerne la quotidianità in reclusione. Lo stesso discorso vale per materiali più comuni, come la cancelleria.
Come è il carcere oggi e come vi rapportate con i detenuti?
Sicuramente è molto cambiato da quando abbiamo cominciato molti anni fa. È cambiata la composizione di chi è recluso, ed è cambiata anche la percezione della funzione del carcere nell’immaginario comune. C’è molta più povertà in cella, molta solitudine. In fondo il carcere è lo specchio fedele della società ‘libera’, con le sue dinamiche e le sue ingiustizie, le sue regole e le sue storture. Ma c’è una cosa sulla quale vorrei portare l’attenzione: nella nostra azione in carcere e nel rapporto tra i nostri volontari e i detenuti vogliamo che si instauri un rapporto tra pari. Certo, le condizioni sono profondamente differenti - tu sei recluso, io vivo fuori -, ma è fondamentale che non si inneschi tra le persone che entrano periodicamente in contatto una dinamica di ‘superiorità’ e di ‘inferiorità’. In altre parole, viviamo condizioni innegabilmente diverse, ma la dignità umana vale per entrambi, ed entrambi aneliamo alla felicità, alla giustizia, alla bellezza, alla serenità. Per questo ci poniamo sempre di fronte al detenuto come a una persona e basta, cercando di non identificarla mai con il suo passato e con gli errori che l’hanno portata a conoscere l’esperienza del carcere. Noi, tutti noi, non siamo solo l’errore che commettiamo ma molto di più, perché l’esistenza, delle volte, ci porta a fare scelte sbagliate quando meno ce lo aspettiamo. Per questo quando incontriamo le persone che stanno scontando una pena vogliamo guardare avanti insieme a loro, al futuro, e non al loro passato, per quanto accidentato possa essere stato.
Per informazioni scrivere a carla.vallauri2@gmailcom.
Un aiuto per il futuro perché non siamo solo l’errore che commettiamo ma molto di più
28 settembre 2025
Cuneo
A Cuneo si è tenuta Art.27-EXPO, l’iniziativa giunta quest’anno alla sua terza edizione e interamente dedicata alla valorizzazione di quanto viene prodotto nelle case di reclusione. Organizzato dal Progetto Art.27 su scala nazionale, l’evento ha animato varie zone della città coinvolgendo esponenti di numerosi ambiti che lavorano a stretto contatto con l’universo carcerario. Tra i numerosi incontri che hanno scandito il fine settimana, particolarmente importante è stato quello dal titolo “Il carcere visto dai volontari”, un tavolo di confronto. Tra gli ospiti chiamati a portare la propria testimonianza c’era Carla Vallauri,fino a poco tempo fa addetta stampa della Provincia di Cuneo e referente, nonché co-fondatrice, dell’associazione di volontari carcerari Sesta Opera.
Cos’è Sesta Opera?
La nostra associazione è operativa da più di trent’anni ed è una realtà nata, a suo tempo, all’interno della Diocesi. Successivamente, per ragioni organizzative abbiamo deciso di confluire nell’associazione Monsignor Peano, con la quale abbiamo proseguito la nostra attività. Raccoglie attualmente una ventina di volontarie e volontari di differente età; anche la provenienza di ognuno è diversa. Ma tutti condividiamo l’idea di offrire un servizio a favore di chi sta in carcere con spirito evangelico. Il nostro impegno si esprime su più fronti e si concretizza anche attraverso la nostra presenza nel carcere di Cuneo una volta a settimana. Innanzitutto c’è l’attività di ascolto di chi vuole dialogare con noi, che siamo autorizzati - come tutte le realtà di volontariato come la nostra - a entrare nella casa circondariale. Da questi incontri, negli anni sono emerse storie davvero belle, di vera e propria ‘rinascita’ e riscatto, anche se purtroppo non sono mancate traiettorie meno riuscite.
Nel concreto, attraverso quali azioni assistete i reclusi?
Nel corso degli anni la nostra azione si è sviluppata su più fronti: per esempio quella dell’assistenza allo studio dei più giovani, che tuttavia - a causa dei molti cambiamenti che hanno trasformato profondamente la composizione della popolazione reclusa - ha subito a sua volta modifiche e aggiustamenti. Certo, anche la pandemia di Covid-19 ha dato un colpo tremendo a questo aspetto, interrompendo molte attività culturali che andavano avanti da tempo, come il corso di musica. Ma da parte nostra siamo pronti a riprendere in qualsiasi momento quel che si è interrotto. Vi è poi un aspetto per così dire ‘assistenziale’, che si concretizza nella fornitura di vestiti (siamo l’unica associazione autorizzata a far entrare in carcere il vestiario). Per questa attività ci avvaliamo del grande supporto del Centro famiglie Luca e Giulio di Borgo San Dalmazzo. Vestiti che vengono controllati e lavati prima della consegna: solo lo scorso anno ne abbiamo portate 225 borse! E poi ci sono i farmaci, che rappresentano una necessità di prima importanza per chi in carcere non può acquistarne. In questo caso ci avvaliamo della collaborazione del Banco Farmaceutico, che raccoglie donazioni dalla cittadinanza. Quest’anno ne abbiamo messe insieme 300 scatole. In alcuni casi, invece, procediamo direttamente noi all’acquisto di medicinali che per diverse ragioni non è possibile ottenere attraverso l’SSN. I farmaci, una volta raccolti, vengono consegnati al servizio sanitario presente in carcere, e sono poi i medici e gli infermieri a distribuirli. Insomma, si cerca di sopperire alle mancanze di chi, soprattutto, ha più necessità perché più povero o ha meno legami con l’esterno che possano sostenerne la quotidianità in reclusione. Lo stesso discorso vale per materiali più comuni, come la cancelleria.
Come è il carcere oggi e come vi rapportate con i detenuti?
Sicuramente è molto cambiato da quando abbiamo cominciato molti anni fa. È cambiata la composizione di chi è recluso, ed è cambiata anche la percezione della funzione del carcere nell’immaginario comune. C’è molta più povertà in cella, molta solitudine. In fondo il carcere è lo specchio fedele della società ‘libera’, con le sue dinamiche e le sue ingiustizie, le sue regole e le sue storture. Ma c’è una cosa sulla quale vorrei portare l’attenzione: nella nostra azione in carcere e nel rapporto tra i nostri volontari e i detenuti vogliamo che si instauri un rapporto tra pari. Certo, le condizioni sono profondamente differenti - tu sei recluso, io vivo fuori -, ma è fondamentale che non si inneschi tra le persone che entrano periodicamente in contatto una dinamica di ‘superiorità’ e di ‘inferiorità’. In altre parole, viviamo condizioni innegabilmente diverse, ma la dignità umana vale per entrambi, ed entrambi aneliamo alla felicità, alla giustizia, alla bellezza, alla serenità. Per questo ci poniamo sempre di fronte al detenuto come a una persona e basta, cercando di non identificarla mai con il suo passato e con gli errori che l’hanno portata a conoscere l’esperienza del carcere. Noi, tutti noi, non siamo solo l’errore che commettiamo ma molto di più, perché l’esistenza, delle volte, ci porta a fare scelte sbagliate quando meno ce lo aspettiamo. Per questo quando incontriamo le persone che stanno scontando una pena vogliamo guardare avanti insieme a loro, al futuro, e non al loro passato, per quanto accidentato possa essere stato.
Per informazioni scrivere a carla.vallauri2@gmailcom.