paesi
“Non ci manca nulla, chiediamo soltanto di rimanere così. Bisogna convivere con questa malattia: non è facile, ma ci viene concessa solo questa vita. Questa abbiamo e questa dobbiamo vivere!”.
Non c’è traccia di acrimonia nella parole di Luigina Delfino, pronunciate con pacatezza e serenità in un pomeriggio d’estate, seduta al tavolo della sua cucina inondata di luce, a Cervasca.
Dalla porta della veranda spalancata giungono i rumori del mondo: le auto in transito sulla strada, il vociare di qualche bambinoche gioca nei dintorni, i suoni di una quotidianità frenetica che si dispiega al di là delle mura domestiche e che troppo spesso ci incalza. Ma in questa casa, linda ed ordinata, ormai da tempo non si corre più: si vola sulle ali della fantasia, questo sì, ma non si sgambetta, perché le Parche hanno tessuto per Luigina un destino diverso, costringendola ad imparare la lezione ostica della lentezza e dell’immobilità.
“La prima poussée si presentò quando io avevo 19 anni - racconta Luigina, oggi 58enne -. All’improvviso persi la vista da un occhio: lì per lì, mi fu diagnosticata una neurite ottica, che venne curata con la somministrazione di penicillina e di cortisone. Dopo qualche tempo, il problema rientrò ed io recuperai le diottrie perse. Pensando di aver risolto, a 20 anni mi sposai con Angelo (Angelo Massa, tutt’oggi al suo fianco, ndr) e a 24 ebbi il mio primo figlio, Davide. A tratti, tuttavia, la malattia si ripresentava, con attacchi che dapprima interessavano gli occhi, poi anche la gamba, che talvolta mi cedeva. E se inizialmente, superata la poussée, il danno veniva recuperato, con il trascorrere del tempo le lesioni iniziarono ad essere permanenti. Fu così che, mentre l’8 maggio del 1991 entrai in ospedale per partorire mio figlio, un anno dopo, l’8 maggio del 1992, a soli 25 anni, fui ricoverata per sospetta sclerosi multipla”.
Per un attimo il nome della malattia che da quasi quarant’anni affligge Luigina resta sospeso nell’aria: impercettibilmente, la voce le si spegne in gola, lo sguardo si fa assente ed un velo di nebbia pare calarle sugli occhi chiari, dietro le lenti spesse degli occhiali, come se da quel giorno ormai lontano ancora giungesse l’eco dell’incredulità e dello smarrimento che, all’atto della diagnosi, l’assalirono.
“Allora non sapevo neppure che cosa fosse la sclerosi multipla - riprende Luigina -: a quel tempo se ne parlava poco ed io rammentavo quel nome soltanto per una pubblicità che ogni tanto la televisione passava, con un uomo che via via correva sempre più piano. Ricordo ancora le parole che il medico, seduto accanto a me sul letto, mi disse, comunicandomi l’esito degli accertamenti: “Sarà una cosa che condizionerà la sua vita””.
Quanto, però, la sclerosi avrebbe stravolto la sua esistenza, Luigina ancora non lo sapeva.
“In quegli anni - continua la donna - l’unico farmaco a disposizione per contrastare la patologia era il cortisone, che curava solo l’infiammazione. In realtà, non si sapeva bene quale sarebbe stata la sua evoluzione. Ad ogni nuova poussée era una batosta. Di positivo c’era, però, che io e Angelo avevamo già avuto un figlio”.
Prima un occhio, poi le gambe, poi un braccio: se col passare del tempo Luigina faceva sempre più fatica a muoversi e a camminare, la sclerosi, invece, aveva preso a galoppare, andando man mano ad inficiare tutti gli aspetti di una vita che non poteva più viaggiare sui binari della “normalità”.
“Luigina è rimasta chiusa in casa due anni prima di accettare l’idea di utilizzare la sedia a rotelle - racconta il marito Angelo, suo instancabile caregiver -. Poi, per poter avere ancora una vita sociale e andare un po’ in giro, ha acconsentito al suo impiego”.
Come un rapace la sclerosi ha ghermito gli anni più belli di Luigina e ha tolto tanto, a lei e a chi le sta accanto, ma un dono glielo ha elargito: una resilienza fuori dal comune. È stato così che, completamente immobile sulla sua sedia a rotelle, con un braccio rigido, negli anni del Covid Luigina è rinata a nuova vita grazie alla scrittura.
“Durante il lockdown - racconta la donna -, quando eravamo tutti isolati e non si poteva uscire, non potevo fare altro che guardare la televisione, ma di fronte alle notizie che giungevano avevo paura: in quanto “soggetto fragile”, già mi vedevo intubata, a morire da sola in un letto di ospedale. Così ho deciso di non guardarla più. A quel punto mi è tornata in mente una favola che da bambina mi raccontava sempre mia nonna, quella dei quattro musicanti di Brema, che lei ambientava nel suo paese. L’ho ripresa, e ho cominciato a scrivere, pensando di creare una favola, anche se poi il risultato è stato tutt’altro”.
Da allora Luigina non ha più smesso di immaginare storie, di digitare parole e di comporre frasi sul suo tablet, utilizzando per questo il solo dito indice, dal momento che la malattia non le permette più il movimento completo della mano sulla tastiera.
“La scrittura - continua Luigina - è stata la mia salvezza. Ho trovato una forma di espressione e attraverso le storie posso fare tutto quello che nella realtà mi è negato. La scrittura mi rapisce completamente: quando scrivo non sono più qua, rido, piango… Già da bambina desideravo farlo: avevo molta fantasia e, finché la malattia me lo ha consentito, leggevo molto. Le mie storie oggi traggono spunto dai ricordi e dalla nostra quotidianità, sono tutte ambientate in provincia di Cuneo ed il titolo riprende, in genere, le ultime parole del libro. Di solito scrivo la mattina, al tavolo della cucina o in veranda; il pomeriggio correggo il testo e la sera nel letto penso al prosieguo della storia: in media la prima stesura richiede 3-4 mesi di lavoro, poi passo alla correzione”.
Tutta la famiglia si è mobilitata per supportare Luigina nella sua attività di scrittrice: quando la prima storia è stata completata, il figlio al compleanno le ha donato la possibilità di darla alle stampe, la sorella illustra le copertine, mentre il marito Angelo è autorizzato a leggere l’opera solo quando questa è conclusa.
Ad oggi Luigina ha già firmato sei libri, autopubblicati, che vende ai mercatini e nelle tabaccherie-edicole di Confreria e di Bernezzo: il ricavato le serve per sostenere le spese della pubblicazione successiva. Sul computer, infatti, ci sono già altre due storie che aspettano di prendere le strade del mondo...
Con la scrittura oltre la malattia
27 settembre 2025
Cuneo
“Non ci manca nulla, chiediamo soltanto di rimanere così. Bisogna convivere con questa malattia: non è facile, ma ci viene concessa solo questa vita. Questa abbiamo e questa dobbiamo vivere!”.
Non c’è traccia di acrimonia nella parole di Luigina Delfino, pronunciate con pacatezza e serenità in un pomeriggio d’estate, seduta al tavolo della sua cucina inondata di luce, a Cervasca.
Dalla porta della veranda spalancata giungono i rumori del mondo: le auto in transito sulla strada, il vociare di qualche bambinoche gioca nei dintorni, i suoni di una quotidianità frenetica che si dispiega al di là delle mura domestiche e che troppo spesso ci incalza. Ma in questa casa, linda ed ordinata, ormai da tempo non si corre più: si vola sulle ali della fantasia, questo sì, ma non si sgambetta, perché le Parche hanno tessuto per Luigina un destino diverso, costringendola ad imparare la lezione ostica della lentezza e dell’immobilità.
“La prima poussée si presentò quando io avevo 19 anni - racconta Luigina, oggi 58enne -. All’improvviso persi la vista da un occhio: lì per lì, mi fu diagnosticata una neurite ottica, che venne curata con la somministrazione di penicillina e di cortisone. Dopo qualche tempo, il problema rientrò ed io recuperai le diottrie perse. Pensando di aver risolto, a 20 anni mi sposai con Angelo (Angelo Massa, tutt’oggi al suo fianco, ndr) e a 24 ebbi il mio primo figlio, Davide. A tratti, tuttavia, la malattia si ripresentava, con attacchi che dapprima interessavano gli occhi, poi anche la gamba, che talvolta mi cedeva. E se inizialmente, superata la poussée, il danno veniva recuperato, con il trascorrere del tempo le lesioni iniziarono ad essere permanenti. Fu così che, mentre l’8 maggio del 1991 entrai in ospedale per partorire mio figlio, un anno dopo, l’8 maggio del 1992, a soli 25 anni, fui ricoverata per sospetta sclerosi multipla”.
Per un attimo il nome della malattia che da quasi quarant’anni affligge Luigina resta sospeso nell’aria: impercettibilmente, la voce le si spegne in gola, lo sguardo si fa assente ed un velo di nebbia pare calarle sugli occhi chiari, dietro le lenti spesse degli occhiali, come se da quel giorno ormai lontano ancora giungesse l’eco dell’incredulità e dello smarrimento che, all’atto della diagnosi, l’assalirono.
“Allora non sapevo neppure che cosa fosse la sclerosi multipla - riprende Luigina -: a quel tempo se ne parlava poco ed io rammentavo quel nome soltanto per una pubblicità che ogni tanto la televisione passava, con un uomo che via via correva sempre più piano. Ricordo ancora le parole che il medico, seduto accanto a me sul letto, mi disse, comunicandomi l’esito degli accertamenti: “Sarà una cosa che condizionerà la sua vita””.
Quanto, però, la sclerosi avrebbe stravolto la sua esistenza, Luigina ancora non lo sapeva.
“In quegli anni - continua la donna - l’unico farmaco a disposizione per contrastare la patologia era il cortisone, che curava solo l’infiammazione. In realtà, non si sapeva bene quale sarebbe stata la sua evoluzione. Ad ogni nuova poussée era una batosta. Di positivo c’era, però, che io e Angelo avevamo già avuto un figlio”.
Prima un occhio, poi le gambe, poi un braccio: se col passare del tempo Luigina faceva sempre più fatica a muoversi e a camminare, la sclerosi, invece, aveva preso a galoppare, andando man mano ad inficiare tutti gli aspetti di una vita che non poteva più viaggiare sui binari della “normalità”.
“Luigina è rimasta chiusa in casa due anni prima di accettare l’idea di utilizzare la sedia a rotelle - racconta il marito Angelo, suo instancabile caregiver -. Poi, per poter avere ancora una vita sociale e andare un po’ in giro, ha acconsentito al suo impiego”.
Come un rapace la sclerosi ha ghermito gli anni più belli di Luigina e ha tolto tanto, a lei e a chi le sta accanto, ma un dono glielo ha elargito: una resilienza fuori dal comune. È stato così che, completamente immobile sulla sua sedia a rotelle, con un braccio rigido, negli anni del Covid Luigina è rinata a nuova vita grazie alla scrittura.
“Durante il lockdown - racconta la donna -, quando eravamo tutti isolati e non si poteva uscire, non potevo fare altro che guardare la televisione, ma di fronte alle notizie che giungevano avevo paura: in quanto “soggetto fragile”, già mi vedevo intubata, a morire da sola in un letto di ospedale. Così ho deciso di non guardarla più. A quel punto mi è tornata in mente una favola che da bambina mi raccontava sempre mia nonna, quella dei quattro musicanti di Brema, che lei ambientava nel suo paese. L’ho ripresa, e ho cominciato a scrivere, pensando di creare una favola, anche se poi il risultato è stato tutt’altro”.
Da allora Luigina non ha più smesso di immaginare storie, di digitare parole e di comporre frasi sul suo tablet, utilizzando per questo il solo dito indice, dal momento che la malattia non le permette più il movimento completo della mano sulla tastiera.
“La scrittura - continua Luigina - è stata la mia salvezza. Ho trovato una forma di espressione e attraverso le storie posso fare tutto quello che nella realtà mi è negato. La scrittura mi rapisce completamente: quando scrivo non sono più qua, rido, piango… Già da bambina desideravo farlo: avevo molta fantasia e, finché la malattia me lo ha consentito, leggevo molto. Le mie storie oggi traggono spunto dai ricordi e dalla nostra quotidianità, sono tutte ambientate in provincia di Cuneo ed il titolo riprende, in genere, le ultime parole del libro. Di solito scrivo la mattina, al tavolo della cucina o in veranda; il pomeriggio correggo il testo e la sera nel letto penso al prosieguo della storia: in media la prima stesura richiede 3-4 mesi di lavoro, poi passo alla correzione”.
Tutta la famiglia si è mobilitata per supportare Luigina nella sua attività di scrittrice: quando la prima storia è stata completata, il figlio al compleanno le ha donato la possibilità di darla alle stampe, la sorella illustra le copertine, mentre il marito Angelo è autorizzato a leggere l’opera solo quando questa è conclusa.
Ad oggi Luigina ha già firmato sei libri, autopubblicati, che vende ai mercatini e nelle tabaccherie-edicole di Confreria e di Bernezzo: il ricavato le serve per sostenere le spese della pubblicazione successiva. Sul computer, infatti, ci sono già altre due storie che aspettano di prendere le strade del mondo...