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Giancarlo, artigiano del disegno, protagonista della vita culturale di Boves negli anni Ottanta

20 settembre 2025

Cuneo

Varrone Giancarlo 2025 Vallauri   Artigiano del disegno. Giancarlo Varrone, 70 anni, ama definirsi così, non come un artista, anche se la sua creatività ha varcato i confini locali. Figura di riferimento del mondo culturale bovesano degli anni Ottanta, Varrone è un personaggio poliedrico e dotato, che ha saputo mantenere la sua originalità come illustratore e scrittore di storie popolari, studioso delle tradizioni locali, interessato all’antropologia delle religioni, seppure da agnostico. Oggi continua a scrivere e disegnare, ma ha lasciato l’impegno diretto per ragioni di salute.  Le sue tavole, i ritratti e i disegni realizzati a matita, acquerello e matite colorate, sono sparse in tante famiglie non solo di Boves a cui spesso le ha donate in occasioni particolari. Le locandine e i manifesti illustrati, gli spettacoli teatrali, le manifestazioni e gli eventi da lui ideati hanno segnato molte tappe della vita cittadina.  Come è nata la passione per il disegno? Fin da piccolo amavo disegnare e mi ero accorto che lo facevo con naturalezza. Credo di aver ereditato questa qualità da mio nonno che, come me, disegnava e scriveva.  Il mio primo disegno fu un albero, ma anziché fare un tronco e qualche ramo, io sono partito dalle radici, poi la corteccia, i rami e le foglie, con tutti i particolari che osservavo dal vivo. All’esame di quinta elementare ho dovuto combattere per dimostrare che non avevo “tracopiato” i disegni raffigurati sul libro, ma alle medie l’insegnante di disegno mi ha incoraggiato molto a proseguire. Poi ho frequentato il Liceo Artistico a Cuneo, che ho terminato a Torino perché qui mancava il quinto anno. All’Università ho frequentato la facoltà di Scienze della terra (altra mia passione) che però non ho concluso per vari motivi. C’è stata la pausa del militare e per un periodo non ho più disegnato. Quando ha ripreso la matita in mano? Era il 1979, lo ricordo bene. All’epoca il Comune stava allestendo una mostra di disegni ed io ho partecipato con due opere. Da lì in avanti non mi sono più fermato. Erano gli anni dell’amicizia con Costanzo Martini e altri, i primi anni di Primalpe e ‘L tò Almanach, del Giornale di Boves, di progetti culturali e tante idee, molte rimaste tali… I miei anni più prolifici dal punto di vista artistico sono stati gli anni Ottanta. Ho lavorato a contratto per quasi tre anni con il Comune, ero anche il direttore responsabile del notiziario comunale. Anni di grande attività a cui sono seguiti oltre vent’anni di lavoro come assistente domiciliare alla Comunità montana.  La Boves che lei descrive sembra un po’ diversa da oggi… Erano anni di grande vivacità culturale, dal teatro alla musica, dalle mostre agli spettacoli. Nel periodo tra il 1975 e 1985, con l’assessore alla Cultura, ho condiviso molte iniziative, come la riedizione di Madonna Lesina nel 1982, o ancora le mostre sulla storia delle scuole bovesane o sulla figura dimenticata di Nino Berrini. Era un’esplosione di vita, si rincasava anche alle tre di notte… Oggi credo che ci sia un ripiegamento totale sul privato ed un accontentarsi. Perfino le case non sono più colorate come un tempo, la città è un po’ grigia. Che valore ha il tempo che passa? Per me conta molto il tempo che è passato perché rappresenta le mie radici. Nel futuro non ci credo e il presente passa e se ne va subito. Per questo disegno e ho molti progetti. I disegni diventano segni del passato e il passato ritorna.  Qualche rimpianto? Forse quello di non aver dedicato abbastanza tempo all’ascolto delle persone negli anni in cui svolgevo l’attività di assistente domiciliare soprattutto tra gli anziani che vivevano nelle borgate. Dobbiamo davvero sempre imparare ad ascoltare, l’altro è un grane dono. A quali progetti sta lavorando ora? Ho molte idee, scrivo e disegno insieme. Sto sviluppando un progetto artistico di tavole dedicate all’agricoltura di un tempo fino agli anni della meccanizzazione. Però vado all’indietro, cioè parto dai prodotti finiti e rifaccio il percorso. Ad esempio parto dal pane sfornato e vado indietro, indietro, indietro finché arrivo al campo che devo dissodare. E così via per latte, frutta, carne… Poi c’è il progetto delle case vuote, cioè disegno i casolari abbandonati pensandoli ancora vivi e ritraggo le persone che li hanno abitati e non ci sono più. Rimangono nelle mie tavole come case di ricordi. Poi ci sono i ritratti delle persone che conosco e molto altro. Una canzone in cui si riconosce… “Vedrai vedrai” di Luigi Tenco, anche se non credo che “qualcosa cambierà”. E poi mi piace molto la musica etnica in tutti i suoi aspetti. Lei parla della vita anche come sofferenza. Che cos’è per lei il dolore? Questa è una domanda difficile. Dipende dalle giornate, a volte si vive bene, altre volte è molto pesante. Io ho dovuto fare i conti con un ictus qualche anno fa e poi con problemi ai reni che mi costringono alla dialisi tre volte a settimana. Ho dovuto abbandonare tante cose e questo è doloroso. Ma sono contento di andare in ospedale spesso, così esco di casa, incontro qualcuno e posso sempre regalare un sorriso.    Quanti disegni ha fatto durante la vita? Impossibile dirlo, non saprei. Dai primi due disegni della mostra comunale ad oggi sono stati centinaia. Per me hanno tutti un valore speciale, ma li ho regalati in gran parte perché ho visto che hanno anche un’utilità sociale: danno felicità alle persone e questo mi fa contento. 
Boves giancarlo varrone