Flavia Chiabrando (foto Alma Delfino)
Ha insegnato a generazioni di bambini e ha una memoria lucidissima: Flavia Chiabrando è nata a Martiniana Po nel 1943, durante l’ultima fase della seconda guerra mondiale. Oggi vive a Saluzzo.
I suoi genitori cosa le hanno insegnato?
Mio papà faceva il commerciante e il contadino, mia mamma era casalinga. Sono cresciuta in una famiglia matriarcale, dove il capo era la nonna paterna, vedova: era lei a decidere i compiti della giornata! Nel pieno dell’attività familiare, eravamo nove in casa a lavorare e mangiare. Io, la più piccola, ero addetta alle commissioni. La nonna gestiva in paese una panetteria e un negozio di alimentari. C’era lavoro per tutti, in campagna, a casa, in negozio, nella stalla. Ho imparato presto a convivere con la gente e con il lavoro. Nonostante il lavoro senza sosta, tutti dovevamo partecipare alla Messa festiva, alle 6.30 del mattino o alla benedizione del pomeriggio. I miei genitori mi hanno trasmesso i valori che contano nella vita: il dovere, l’onestà, l’amore e il rispetto della vita e delle persone.
Le scuole?
Conservo ricordi piacevoli della scuola elementare a Martiniana con la maestra Rosina e il maestro Ferruccio, che ha spinto mio papà e mia mamma a iscrivermi all’ammissione alle scuole medie, con un vero esame sostenuto a Saluzzo. Per l’occasione avevo dovuto soggiornare in un collegio femminile, quello della Rosine, dove avevo provato per la prima volta il distacco della famiglia e la convivenza con altre ragazze. Superato l’esame, fui prenotata per il seguente anno scolastico e poi per altri sette, fino alla fine del liceo. Entrai adolescente, ne uscii adulta con le pause estive a casa. In collegio ogni sabato ricevevo la visita di una sorella o di una zia che accompagnavano il papà a svolgere il mercato della frutta e verdura. Il tempo era limitato prima di andare a scuola, ma aspettavo con ansia il momento perché ricevevo una lettera da mia mamma, con il cambio di vestiti per la settimana e cento lire. Passavano mesi senza avere l’abbraccio di mia mamma!
Cosa sognava di fare da bambina?
Ho imparato che lo studio era fatica, ma mi dava la possibilità di migliorare lo stile di vita, quello faticoso dei campi che a me proprio non piaceva! Quanto odiavo il periodo estivo in cui si dovevano portare le mucche al pascolo! Eppure, ricordo ancora una ad una le mucche a me affidate. Ognuna aveva il suo muso particolare, le avrei riconosciute in mezzo a una mandria. Io fingevo di essere la loro insegnante, e loro le mie alunne! Dai movimenti del corpo e del capo, io interpretavo il loro apprendimento e la loro volontà.
Il suo primo giorno da insegnante?
Dopo l’esame di maturità, mi sono iscritta a Torino alla facoltà di Lettere e Filosofia. Un giorno, al secondo anno, mi sono trovata in classe alla scuola media, a Sanfront, come insegnante di Lettere. Era nata la scuola media dell’obbligo, ma mancavano gli abilitati all’insegnamento, per cui fecero ricorso agli studenti universitari. La preside mi accompagnò in classe e mi presentò: ebbi l’impressione di svenire. Però feci tesoro di ciò che avevo ricevuto dai miei insegnanti e incominciai a conoscere i miei alunni. Insegnai in quella scuola per 42 anni.
Suo marito come si chiamava?
Nel frattempo mi laureai, mi sposai, diventai mamma di un bimbo e una bimba e andai a vivere a Rifreddo, dove mio marito Enzo gestiva il caseificio Oreglia, da lui fondato. Il caseificio ha prodotto fino agli anni Novanta formaggi freschi e stagionati, con il latte che veniva raccolto da 470 produttori della valle Po. Le specialità sono state il ‘Tomin Mol’, la ‘Dietella’ e la ‘Braculina’, formaggio dedicato al Mombracco. Mio marito cercava di valorizzare i piccoli produttori di latte locali, andando a raccogliere il latte in tutte le borgate, anche quelle più isolate, per aiutare l’economia della valle Po.
La valle Po come è cambiata nel corso della sua vita?
Anni 1963, 1964, 1965: altri tempi! Per permettere a tutti gli alunni di raggiungere la scuola in centro paese, noi insegnanti a turno andavamo a prelevare i bambini nelle frazioni e nelle borgate con la nostra auto e li riportavamo a casa alle 13. Di scuolabus non si parlava. Un’auto di servizio portava gli alunni di Martiniana Po e di Rifreddo a Sanfront. Con il passare degli anni è cambiata la vita nelle scuole e nella società. I primi extracomunitari alla scuola media di Sanfront arrivarono negli anni Ottanta. Dapprima i marocchini, poi cinesi e albanesi. Non posso dimenticare il giorno in cui una mia ex alunna, marocchina, diventata mamma molto giovane, mi volle vicina a sé nella sala parto in occasione della nascita della prima figlia! E poi anche della seconda. E che emozione una vigilia di Natale, quando due bambini cinesi mi suonarono il campanello per farmi gli auguri con un dolce che il papà aveva appena sfornato. Quando li avevo incontrati la prima volta, non capivano una sola parola di Italiano e anche con i gesti era difficile comprendersi, perché in Cina la gestualità ha significati differenti.
E oggi?
Ora, dopo quasi 20 anni di pensione, ricordo con piacere tutti gli alunni. Due anni fa ho ricevuto una raccomandata con un libro e una dedica. Me lo inviavano un fratello e sorella che avevo avuto come alunni. Il libro si intitolava “Breus” di Giovanni Pascoli: il testo l’avevano imparato a scuola, a loro era toccata l’illustrazione come compito. Un simpatico ricordo!
Un bilancio della sua vita?
Ora che sono alla fine del mio percorso, posso dire che sono contenta della vita fatta: mi ha dato tanto, più di quanto pensavo di realizzare! Spesso con mio marito, mancato un anno fa, facevamo il riepilogo della nostra vita ed entrambi ci comunicavamo la gioia di aver vissuto e ringraziavamo Dio perché la famiglia è stata il nostro punto forte!
La morte?
Io credo che sia una tappa della vita: l’ultima.
paesi
Flavia Chiabrando (foto Alma Delfino)
Ha insegnato a generazioni di bambini e ha una memoria lucidissima: Flavia Chiabrando è nata a Martiniana Po nel 1943, durante l’ultima fase della seconda guerra mondiale. Oggi vive a Saluzzo.
I suoi genitori cosa le hanno insegnato?
Mio papà faceva il commerciante e il contadino, mia mamma era casalinga. Sono cresciuta in una famiglia matriarcale, dove il capo era la nonna paterna, vedova: era lei a decidere i compiti della giornata! Nel pieno dell’attività familiare, eravamo nove in casa a lavorare e mangiare. Io, la più piccola, ero addetta alle commissioni. La nonna gestiva in paese una panetteria e un negozio di alimentari. C’era lavoro per tutti, in campagna, a casa, in negozio, nella stalla. Ho imparato presto a convivere con la gente e con il lavoro. Nonostante il lavoro senza sosta, tutti dovevamo partecipare alla Messa festiva, alle 6.30 del mattino o alla benedizione del pomeriggio. I miei genitori mi hanno trasmesso i valori che contano nella vita: il dovere, l’onestà, l’amore e il rispetto della vita e delle persone.
Le scuole?
Conservo ricordi piacevoli della scuola elementare a Martiniana con la maestra Rosina e il maestro Ferruccio, che ha spinto mio papà e mia mamma a iscrivermi all’ammissione alle scuole medie, con un vero esame sostenuto a Saluzzo. Per l’occasione avevo dovuto soggiornare in un collegio femminile, quello della Rosine, dove avevo provato per la prima volta il distacco della famiglia e la convivenza con altre ragazze. Superato l’esame, fui prenotata per il seguente anno scolastico e poi per altri sette, fino alla fine del liceo. Entrai adolescente, ne uscii adulta con le pause estive a casa. In collegio ogni sabato ricevevo la visita di una sorella o di una zia che accompagnavano il papà a svolgere il mercato della frutta e verdura. Il tempo era limitato prima di andare a scuola, ma aspettavo con ansia il momento perché ricevevo una lettera da mia mamma, con il cambio di vestiti per la settimana e cento lire. Passavano mesi senza avere l’abbraccio di mia mamma!
Cosa sognava di fare da bambina?
Ho imparato che lo studio era fatica, ma mi dava la possibilità di migliorare lo stile di vita, quello faticoso dei campi che a me proprio non piaceva! Quanto odiavo il periodo estivo in cui si dovevano portare le mucche al pascolo! Eppure, ricordo ancora una ad una le mucche a me affidate. Ognuna aveva il suo muso particolare, le avrei riconosciute in mezzo a una mandria. Io fingevo di essere la loro insegnante, e loro le mie alunne! Dai movimenti del corpo e del capo, io interpretavo il loro apprendimento e la loro volontà.
Il suo primo giorno da insegnante?
Dopo l’esame di maturità, mi sono iscritta a Torino alla facoltà di Lettere e Filosofia. Un giorno, al secondo anno, mi sono trovata in classe alla scuola media, a Sanfront, come insegnante di Lettere. Era nata la scuola media dell’obbligo, ma mancavano gli abilitati all’insegnamento, per cui fecero ricorso agli studenti universitari. La preside mi accompagnò in classe e mi presentò: ebbi l’impressione di svenire. Però feci tesoro di ciò che avevo ricevuto dai miei insegnanti e incominciai a conoscere i miei alunni. Insegnai in quella scuola per 42 anni.
Suo marito come si chiamava?
Nel frattempo mi laureai, mi sposai, diventai mamma di un bimbo e una bimba e andai a vivere a Rifreddo, dove mio marito Enzo gestiva il caseificio Oreglia, da lui fondato. Il caseificio ha prodotto fino agli anni Novanta formaggi freschi e stagionati, con il latte che veniva raccolto da 470 produttori della valle Po. Le specialità sono state il ‘Tomin Mol’, la ‘Dietella’ e la ‘Braculina’, formaggio dedicato al Mombracco. Mio marito cercava di valorizzare i piccoli produttori di latte locali, andando a raccogliere il latte in tutte le borgate, anche quelle più isolate, per aiutare l’economia della valle Po.
La valle Po come è cambiata nel corso della sua vita?
Anni 1963, 1964, 1965: altri tempi! Per permettere a tutti gli alunni di raggiungere la scuola in centro paese, noi insegnanti a turno andavamo a prelevare i bambini nelle frazioni e nelle borgate con la nostra auto e li riportavamo a casa alle 13. Di scuolabus non si parlava. Un’auto di servizio portava gli alunni di Martiniana Po e di Rifreddo a Sanfront. Con il passare degli anni è cambiata la vita nelle scuole e nella società. I primi extracomunitari alla scuola media di Sanfront arrivarono negli anni Ottanta. Dapprima i marocchini, poi cinesi e albanesi. Non posso dimenticare il giorno in cui una mia ex alunna, marocchina, diventata mamma molto giovane, mi volle vicina a sé nella sala parto in occasione della nascita della prima figlia! E poi anche della seconda. E che emozione una vigilia di Natale, quando due bambini cinesi mi suonarono il campanello per farmi gli auguri con un dolce che il papà aveva appena sfornato. Quando li avevo incontrati la prima volta, non capivano una sola parola di Italiano e anche con i gesti era difficile comprendersi, perché in Cina la gestualità ha significati differenti.
E oggi?
Ora, dopo quasi 20 anni di pensione, ricordo con piacere tutti gli alunni. Due anni fa ho ricevuto una raccomandata con un libro e una dedica. Me lo inviavano un fratello e sorella che avevo avuto come alunni. Il libro si intitolava “Breus” di Giovanni Pascoli: il testo l’avevano imparato a scuola, a loro era toccata l’illustrazione come compito. Un simpatico ricordo!
Un bilancio della sua vita?
Ora che sono alla fine del mio percorso, posso dire che sono contenta della vita fatta: mi ha dato tanto, più di quanto pensavo di realizzare! Spesso con mio marito, mancato un anno fa, facevamo il riepilogo della nostra vita ed entrambi ci comunicavamo la gioia di aver vissuto e ringraziavamo Dio perché la famiglia è stata il nostro punto forte!
La morte?
Io credo che sia una tappa della vita: l’ultima.
Flavia: “Non dimentico il giorno in cui una mia ex alunna marocchina, giovane mamma, mi ha voluta in sala parto”
31 agosto 2025
Cuneo
Flavia Chiabrando (foto Alma Delfino)
Ha insegnato a generazioni di bambini e ha una memoria lucidissima: Flavia Chiabrando è nata a Martiniana Po nel 1943, durante l’ultima fase della seconda guerra mondiale. Oggi vive a Saluzzo.
I suoi genitori cosa le hanno insegnato?
Mio papà faceva il commerciante e il contadino, mia mamma era casalinga. Sono cresciuta in una famiglia matriarcale, dove il capo era la nonna paterna, vedova: era lei a decidere i compiti della giornata! Nel pieno dell’attività familiare, eravamo nove in casa a lavorare e mangiare. Io, la più piccola, ero addetta alle commissioni. La nonna gestiva in paese una panetteria e un negozio di alimentari. C’era lavoro per tutti, in campagna, a casa, in negozio, nella stalla. Ho imparato presto a convivere con la gente e con il lavoro. Nonostante il lavoro senza sosta, tutti dovevamo partecipare alla Messa festiva, alle 6.30 del mattino o alla benedizione del pomeriggio. I miei genitori mi hanno trasmesso i valori che contano nella vita: il dovere, l’onestà, l’amore e il rispetto della vita e delle persone.
Le scuole?
Conservo ricordi piacevoli della scuola elementare a Martiniana con la maestra Rosina e il maestro Ferruccio, che ha spinto mio papà e mia mamma a iscrivermi all’ammissione alle scuole medie, con un vero esame sostenuto a Saluzzo. Per l’occasione avevo dovuto soggiornare in un collegio femminile, quello della Rosine, dove avevo provato per la prima volta il distacco della famiglia e la convivenza con altre ragazze. Superato l’esame, fui prenotata per il seguente anno scolastico e poi per altri sette, fino alla fine del liceo. Entrai adolescente, ne uscii adulta con le pause estive a casa. In collegio ogni sabato ricevevo la visita di una sorella o di una zia che accompagnavano il papà a svolgere il mercato della frutta e verdura. Il tempo era limitato prima di andare a scuola, ma aspettavo con ansia il momento perché ricevevo una lettera da mia mamma, con il cambio di vestiti per la settimana e cento lire. Passavano mesi senza avere l’abbraccio di mia mamma!
Cosa sognava di fare da bambina?
Ho imparato che lo studio era fatica, ma mi dava la possibilità di migliorare lo stile di vita, quello faticoso dei campi che a me proprio non piaceva! Quanto odiavo il periodo estivo in cui si dovevano portare le mucche al pascolo! Eppure, ricordo ancora una ad una le mucche a me affidate. Ognuna aveva il suo muso particolare, le avrei riconosciute in mezzo a una mandria. Io fingevo di essere la loro insegnante, e loro le mie alunne! Dai movimenti del corpo e del capo, io interpretavo il loro apprendimento e la loro volontà.
Il suo primo giorno da insegnante?
Dopo l’esame di maturità, mi sono iscritta a Torino alla facoltà di Lettere e Filosofia. Un giorno, al secondo anno, mi sono trovata in classe alla scuola media, a Sanfront, come insegnante di Lettere. Era nata la scuola media dell’obbligo, ma mancavano gli abilitati all’insegnamento, per cui fecero ricorso agli studenti universitari. La preside mi accompagnò in classe e mi presentò: ebbi l’impressione di svenire. Però feci tesoro di ciò che avevo ricevuto dai miei insegnanti e incominciai a conoscere i miei alunni. Insegnai in quella scuola per 42 anni.
Suo marito come si chiamava?
Nel frattempo mi laureai, mi sposai, diventai mamma di un bimbo e una bimba e andai a vivere a Rifreddo, dove mio marito Enzo gestiva il caseificio Oreglia, da lui fondato. Il caseificio ha prodotto fino agli anni Novanta formaggi freschi e stagionati, con il latte che veniva raccolto da 470 produttori della valle Po. Le specialità sono state il ‘Tomin Mol’, la ‘Dietella’ e la ‘Braculina’, formaggio dedicato al Mombracco. Mio marito cercava di valorizzare i piccoli produttori di latte locali, andando a raccogliere il latte in tutte le borgate, anche quelle più isolate, per aiutare l’economia della valle Po.
La valle Po come è cambiata nel corso della sua vita?
Anni 1963, 1964, 1965: altri tempi! Per permettere a tutti gli alunni di raggiungere la scuola in centro paese, noi insegnanti a turno andavamo a prelevare i bambini nelle frazioni e nelle borgate con la nostra auto e li riportavamo a casa alle 13. Di scuolabus non si parlava. Un’auto di servizio portava gli alunni di Martiniana Po e di Rifreddo a Sanfront. Con il passare degli anni è cambiata la vita nelle scuole e nella società. I primi extracomunitari alla scuola media di Sanfront arrivarono negli anni Ottanta. Dapprima i marocchini, poi cinesi e albanesi. Non posso dimenticare il giorno in cui una mia ex alunna, marocchina, diventata mamma molto giovane, mi volle vicina a sé nella sala parto in occasione della nascita della prima figlia! E poi anche della seconda. E che emozione una vigilia di Natale, quando due bambini cinesi mi suonarono il campanello per farmi gli auguri con un dolce che il papà aveva appena sfornato. Quando li avevo incontrati la prima volta, non capivano una sola parola di Italiano e anche con i gesti era difficile comprendersi, perché in Cina la gestualità ha significati differenti.
E oggi?
Ora, dopo quasi 20 anni di pensione, ricordo con piacere tutti gli alunni. Due anni fa ho ricevuto una raccomandata con un libro e una dedica. Me lo inviavano un fratello e sorella che avevo avuto come alunni. Il libro si intitolava “Breus” di Giovanni Pascoli: il testo l’avevano imparato a scuola, a loro era toccata l’illustrazione come compito. Un simpatico ricordo!
Un bilancio della sua vita?
Ora che sono alla fine del mio percorso, posso dire che sono contenta della vita fatta: mi ha dato tanto, più di quanto pensavo di realizzare! Spesso con mio marito, mancato un anno fa, facevamo il riepilogo della nostra vita ed entrambi ci comunicavamo la gioia di aver vissuto e ringraziavamo Dio perché la famiglia è stata il nostro punto forte!
La morte?
Io credo che sia una tappa della vita: l’ultima.