Le speranze degli uomini e la speranza cristiana
17 agosto 2025
Cuneo
Una porzione notevole, molto interessante, del “Fondo Bordiga” nella Biblioteca Diocesana è costituita dalle dispense elaborate da don Vittorio per l’insegnamento di “Letteratura moderna e Cristianesimo”, avviato nel 2002 nello Studio Teologico Interdiocesano a Fossano. Sono dispense concepite non per la pubblicazione, ma come supporto per la lezione “in presenza” e per il dialogo con gli studenti - per sviluppare un cenno sull’autore citato, per invitare a documentarsi su questo o quel fatto storico, per avviare una riflessione su un problema della società o della Chiesa. Nel modo di ideare e tenere queste lezioni si vede bene come don Vitt segua e s’immedesimi con il metodo d’insegnamento e la passione culturale di don Giussani: il corso allo STI porta lo stesso titolo di una delle letture sempre consigliate da Giussani a chi frequentava le sue lezioni di teologia all’Università Cattolica (C. Moeller, Letteratura moderna e Cristianesimo – sei volumi nell’edizione originale, in lingua francese, 1953-1993). “... sanza speme” La terza lezione dell’anno accademico 2008-2009 - “Le speranze degli uomini” - si apre con la citazione, dal IV canto dell’Inferno, dei versi in cui Virgilio nota l’atteggiamento silenzioso di Dante davanti alle anime raccolte nel Limbo e lo stimola a chiedersi chi sono (vedi box). Poi prosegue, sottolineando l’espressione “...sanza speme vivemo in disio”, e descrivendo le principali forme di speranza che caratterizzano gli uomini di oggi: Quel “sanza speme...” non è inutile, perché descrive una diffusissima condizione umana, che viene vissuta nell’aldiqua . Voglio dire che, nel Limbo terreno odierno, gli uomini giusti vivono i propri desideri di felicità, di bellezza, di bontà, di giustizia, di benessere... (ognuna di quelle parole traccia una qualità trascendente dell’Essere) o senza speranza di raggiungere mai quelle cose perché forse non esistono per me, o con una speranza dimidiata, o con una speranza rabbiosa e risentita (dopo una sbronza di utopie!), o con una speranza che si è convertita in disperazione... Insomma, non una, ma tante forme di speranza. Non una, ma tante forme di speranza “umana”: una dimidiata (“diminuita”), una rabbiosa e risentita, una scettica, una persino convertitasi nel suo opposto. Tutte manifestano la posizione che, in fondo, ciascuno assume rispetto al problema della realizzabilità (o meno) dei desideri più profondi del proprio cuore. Su quale base può fiorire la speranza? La lezione continua sottoponendo agli ascoltatori, a mo’ di premessa di contenuto e di metodo, un testo teologico e una prima testimonianza filosofica. Il testo teologico è la Spe salvi di Benedetto XVI. Dopo aver citato l’inizio (n° 1), don Vittorio osserva: L’idea centrale e portante dell’enciclica contiene un presupposto teologico: nella storia umana, intesa come la vicenda dell’uomo, di ogni uomo, fede e speranza non sono separabili, ma, insieme, rendono possibile l’atto vivo del credente e sono al servizio della carità. Diciamolo in modo più “laico”. Tre elementi, perfettamente fusi insieme, sono il presupposto concreto della speranza cristiana: a) esaltazione del tempo presente come vero tempo di Dio, in cui b) poggiati (noi) sulla presenza di Cristo, possiamo affrontare con certezza il futuro, c) attraverso la rivalutazione del desiderio dell’uomo. A quest’affermazione segue subito un “nota bene”, che si apre ponendo la domanda: “Desiderio, quale?”: Il Papa risponde nel corso di tutta l’enciclica, anche discutendo le posizioni filosofiche o semplicemente le mode mentali contemporanee, cercando di riportare il “desiderio” alla sua vera natura. In nota (box “Il desiderio dell’uomo”), don Vitt ha pronto un appunto per approfondire la questione. “Da un lato la speranza che viene dalla realtà presente di Cristo, dall’altro …” Sempre in questa parte della premessa don Vittorio presenta agli studenti, come primo esempio di testimonianza filosofica, il piccolo manuale di filosofia Vivere con filosofia di Luc Ferry, docente all’Università di Parigi VI, e comincia a riportarne qualche affermazione, vagliandola criticamente. A un certo punto osserva: È interessante notare come nelle sue duecentocinquanta pagine l’Autore – che è dichiaratamente ateo – non parli mai di “speranza”, mentre cita (ovviamente in modo piuttosto negativo) la fede. Io trovo una spiegazione di ciò nel fatto che anche l’ateismo, a modo suo, è una fede; mentre non è e non ha una speranza. E appena dopo, come esplicitando una domanda che forse sta passando per la testa di chi lo ascolta, aggiunge: Perché scegliere un autore che è completamente sulla sponda opposta del canyon ? Innanzitutto per conoscere da vicino un certo modo di filosofare diffuso nelle nostre scuole superiori; ma in modo particolare perché facciate subito la conoscenza di quello spirito nietzschiano che domina gran parte della Letteratura e della pubblicistica del nostro tempo, come anche una diffusa mentalità giovanile. Cosicché il nostro lavoro diventa a un tempo cultura, comprensione e servizio. Fin qui la parte dell’Introduzione dedicata al contenuto. La seconda, dedicata al metodo, afferma che la riflessione si muoverà nell’alveo delimitato da due “sponde”: Da un lato la speranza che viene dalla realtà presente di Cristo; dall’altro la speranza che si fa saggezza, venendo dalla morte di Dio. Pur contrastanti, questi due lati hanno un essenziale punto di convergenza: il Papa espone la speranza affidabile; l’ateo saggio parla di salvezza necessaria. Entrambi, con argomentazioni diverse, sostengono che la vita umana è come un fiume, se non è sorretta e guidata, corre, precipita, dilaga, si inabissa… Ritorneremo ancora su questa lezione, per vedere come ci può aiutare a vivere il Giubileo. Carlo Fedeli Amici di don Vittorio Bordiga (1 - continua)