Walter Re è nato il 16 gennaio 1967 a Caraglio: “Mia mamma è Imelda Migliore, infermiera professionale in ospedale a riposo, mentre mio papà Mario, camionista, trasportava prodotti petroliferi. Sono figlio unico. Mio padre è mancato tre anni fa ed era un’ottima persona, che mi ha trasmesso i valori della fede e della Chiesa. Mia madre è ancora viva, ha 76 anni e anche lei mi ha trasmesso i valori importanti della vita”.
Da bambino cosa faceva?
Ho giocato poco, anche perché sono stato tre anni in collegio, nel convitto di Sant’Antonio di don Luigi Orione a Cuneo: mi trovavo bene e lì ho frequentato le Medie. Non mi mancava casa mia, e i miei genitori, anche se abitavo a Confreria, mi lasciavano come convittore dal lunedì al venerdì. Stavo bene con quei sacerdoti, con i quali avevo ottimi rapporti! Dopo le Medie, ho frequentato l’Istituto per ragionieri a Cuneo.
I libri le piacevano?
Sì e no! È stata una esperienza un po’ forzata e non mi sono diplomato brillantemente.
Cosa sognava di fare?
Quello che poi è successo: il poter indossare una divisa. Sono entrato nella Polizia penitenziaria e lavoravo nel carcere di Fossano. Ho ricordi molti positivi di quegli anni, che mi hanno permesso di scoprire quel mondo dietro alle sbarre. Ho visto dell’umanità (non sempre) negli ospiti (che io non chiamo detenuti) e negli agenti della Polizia penitenziaria: per me è stata una esperienza positiva e ho lavorato negli uffici del carcere per quasi 36 anni.
La situazione nelle carceri di oggi, secondo lei?
Non credo che ci sia una emergenza carceraria, ci sono oltre 200 case di reclusione in Italia che andrebbero gestite meglio e con più personale. Quando sento il ministro dire ‘facciamo più carceri’ non sono d’accordo: il classico ‘ruba galline’ non dovrebbe occupare il posto in cella, e per anni, di chi commette reati ben più gravi. Bisogna gestire meglio il personale (la Polizia penitenziaria, gli educatori, i dipendenti, gli assistenti sociali, il personale religioso).
La fatica più grande di quel lavoro?
Non ho fatto fatica. Soddisfazione ne ho avute tante e ho visto tanti ospiti (ma non tutti) uscire in condizioni migliori rispetto a quando erano arrivati . C’è sempre qualcosa da imparare osservando chi soffre!.
Lei è priore del Santuario diocesano dei nonni di Sant’Anna di Roccabruna: come mai?
Dopo aver frequentato un corso di liturgia, il vescovo mi ha nominato priore di questo Santuario, che prima era la semplice cappella di Sant’Anna. Da 34 anni gestisco questo luogo: accolgo i fedeli, faccio incontri di preghiera, consegno la comunione, leggo il Vangelo. Notando tutta la ristrutturazione fatta negli anni con il mio impegno, il vescovo Bodo con decreto 1230 dell’8 settembre 2021 mi ha nominato priore del Santuario diocesano dei nonni.
È un compito impegnativo?
Sì. Accolgo con il sorriso chi arriva e devo saper dare risposte alle loro richieste. Sant’Anna e San Gioachino erano i nonni di Gesù, anche se parecchie persone lo dimenticano.
Un incontro di questi anni che lo ha segnato?
Non c’è, ma posso testimoniare la costante affluenza delle persone che arrivano qui (anche tanti giovani) e sono colpiti da come il Santuario è tenuto. Io sono molto felice della scelta di vita che ho fatto, anche perché guido gli incontri di preghiera della regina della pace al Santuario di San Mauro di Busca e nella cappella dell’ospedale Sant’Anna di Caraglio e collaboro con la Parrocchia di Roccabruna. In questi anni la mia fede è cresciuta e sono molto soddisfatto di quello che faccio.
La preghiera?
Per me è molto importante, e mi solleva. La preghiera non dà però risultati immediati, lo ricordo a tutti.
Lei in cosa crede?
Io credo realmente che Qualcosa c’è sopra di noi, anche se non lo puoi toccare con mano!.
Il mondo di oggi?
Non mi piace assolutamente: basta guardare in televisione tutte le guerre che si combattono oggi. E poi: una madre o un padre che perdono un giovane figlio cosa dovrebbero dire a Dio? Di fronte a certi grandi dolori, pazzeschi, della vita non ho risposte.
Quando si sveglia di mattina il suo primo pensiero?
Scendo dal letto, mi faccio il segno della croce e ringrazio Gesù per il nuovo giorno. Contemplo dalla finestra il magnifico verde della pineta di Sant’Anna e scendo ad accogliere i primi pellegrini che arrivano in bicicletta. Sono felice, e non mi sento inutile, anche perché c’è tanto da fare qui, dal 25 maggio al 2 ottobre.
Uno suo ricordo del vescovo Diego Bona?
Un uomo semplice, di famiglia, alla buona! La prima volta che l’ho incontrato nel vescovado a Saluzzo, mi sono inchinato per baciare il suo anello. Ma don Diego, tirandomi su la testa, mi ha ripreso: “No, qui non siamo a Roma, non devi fare così! Walter, se vuoi salutarmi dammi la mano…”.
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Walter Re è nato il 16 gennaio 1967 a Caraglio: “Mia mamma è Imelda Migliore, infermiera professionale in ospedale a riposo, mentre mio papà Mario, camionista, trasportava prodotti petroliferi. Sono figlio unico. Mio padre è mancato tre anni fa ed era un’ottima persona, che mi ha trasmesso i valori della fede e della Chiesa. Mia madre è ancora viva, ha 76 anni e anche lei mi ha trasmesso i valori importanti della vita”.
Da bambino cosa faceva?
Ho giocato poco, anche perché sono stato tre anni in collegio, nel convitto di Sant’Antonio di don Luigi Orione a Cuneo: mi trovavo bene e lì ho frequentato le Medie. Non mi mancava casa mia, e i miei genitori, anche se abitavo a Confreria, mi lasciavano come convittore dal lunedì al venerdì. Stavo bene con quei sacerdoti, con i quali avevo ottimi rapporti! Dopo le Medie, ho frequentato l’Istituto per ragionieri a Cuneo.
I libri le piacevano?
Sì e no! È stata una esperienza un po’ forzata e non mi sono diplomato brillantemente.
Cosa sognava di fare?
Quello che poi è successo: il poter indossare una divisa. Sono entrato nella Polizia penitenziaria e lavoravo nel carcere di Fossano. Ho ricordi molti positivi di quegli anni, che mi hanno permesso di scoprire quel mondo dietro alle sbarre. Ho visto dell’umanità (non sempre) negli ospiti (che io non chiamo detenuti) e negli agenti della Polizia penitenziaria: per me è stata una esperienza positiva e ho lavorato negli uffici del carcere per quasi 36 anni.
La situazione nelle carceri di oggi, secondo lei?
Non credo che ci sia una emergenza carceraria, ci sono oltre 200 case di reclusione in Italia che andrebbero gestite meglio e con più personale. Quando sento il ministro dire ‘facciamo più carceri’ non sono d’accordo: il classico ‘ruba galline’ non dovrebbe occupare il posto in cella, e per anni, di chi commette reati ben più gravi. Bisogna gestire meglio il personale (la Polizia penitenziaria, gli educatori, i dipendenti, gli assistenti sociali, il personale religioso).
La fatica più grande di quel lavoro?
Non ho fatto fatica. Soddisfazione ne ho avute tante e ho visto tanti ospiti (ma non tutti) uscire in condizioni migliori rispetto a quando erano arrivati . C’è sempre qualcosa da imparare osservando chi soffre!.
Lei è priore del Santuario diocesano dei nonni di Sant’Anna di Roccabruna: come mai?
Dopo aver frequentato un corso di liturgia, il vescovo mi ha nominato priore di questo Santuario, che prima era la semplice cappella di Sant’Anna. Da 34 anni gestisco questo luogo: accolgo i fedeli, faccio incontri di preghiera, consegno la comunione, leggo il Vangelo. Notando tutta la ristrutturazione fatta negli anni con il mio impegno, il vescovo Bodo con decreto 1230 dell’8 settembre 2021 mi ha nominato priore del Santuario diocesano dei nonni.
È un compito impegnativo?
Sì. Accolgo con il sorriso chi arriva e devo saper dare risposte alle loro richieste. Sant’Anna e San Gioachino erano i nonni di Gesù, anche se parecchie persone lo dimenticano.
Un incontro di questi anni che lo ha segnato?
Non c’è, ma posso testimoniare la costante affluenza delle persone che arrivano qui (anche tanti giovani) e sono colpiti da come il Santuario è tenuto. Io sono molto felice della scelta di vita che ho fatto, anche perché guido gli incontri di preghiera della regina della pace al Santuario di San Mauro di Busca e nella cappella dell’ospedale Sant’Anna di Caraglio e collaboro con la Parrocchia di Roccabruna. In questi anni la mia fede è cresciuta e sono molto soddisfatto di quello che faccio.
La preghiera?
Per me è molto importante, e mi solleva. La preghiera non dà però risultati immediati, lo ricordo a tutti.
Lei in cosa crede?
Io credo realmente che Qualcosa c’è sopra di noi, anche se non lo puoi toccare con mano!.
Il mondo di oggi?
Non mi piace assolutamente: basta guardare in televisione tutte le guerre che si combattono oggi. E poi: una madre o un padre che perdono un giovane figlio cosa dovrebbero dire a Dio? Di fronte a certi grandi dolori, pazzeschi, della vita non ho risposte.
Quando si sveglia di mattina il suo primo pensiero?
Scendo dal letto, mi faccio il segno della croce e ringrazio Gesù per il nuovo giorno. Contemplo dalla finestra il magnifico verde della pineta di Sant’Anna e scendo ad accogliere i primi pellegrini che arrivano in bicicletta. Sono felice, e non mi sento inutile, anche perché c’è tanto da fare qui, dal 25 maggio al 2 ottobre.
Uno suo ricordo del vescovo Diego Bona?
Un uomo semplice, di famiglia, alla buona! La prima volta che l’ho incontrato nel vescovado a Saluzzo, mi sono inchinato per baciare il suo anello. Ma don Diego, tirandomi su la testa, mi ha ripreso: “No, qui non siamo a Roma, non devi fare così! Walter, se vuoi salutarmi dammi la mano…”.
Walter: “Accolgo con il sorriso chi arriva al Santuario dei nonni di Roccabruna”
26 luglio 2025
Cuneo
Walter Re è nato il 16 gennaio 1967 a Caraglio: “Mia mamma è Imelda Migliore, infermiera professionale in ospedale a riposo, mentre mio papà Mario, camionista, trasportava prodotti petroliferi. Sono figlio unico. Mio padre è mancato tre anni fa ed era un’ottima persona, che mi ha trasmesso i valori della fede e della Chiesa. Mia madre è ancora viva, ha 76 anni e anche lei mi ha trasmesso i valori importanti della vita”.
Da bambino cosa faceva?
Ho giocato poco, anche perché sono stato tre anni in collegio, nel convitto di Sant’Antonio di don Luigi Orione a Cuneo: mi trovavo bene e lì ho frequentato le Medie. Non mi mancava casa mia, e i miei genitori, anche se abitavo a Confreria, mi lasciavano come convittore dal lunedì al venerdì. Stavo bene con quei sacerdoti, con i quali avevo ottimi rapporti! Dopo le Medie, ho frequentato l’Istituto per ragionieri a Cuneo.
I libri le piacevano?
Sì e no! È stata una esperienza un po’ forzata e non mi sono diplomato brillantemente.
Cosa sognava di fare?
Quello che poi è successo: il poter indossare una divisa. Sono entrato nella Polizia penitenziaria e lavoravo nel carcere di Fossano. Ho ricordi molti positivi di quegli anni, che mi hanno permesso di scoprire quel mondo dietro alle sbarre. Ho visto dell’umanità (non sempre) negli ospiti (che io non chiamo detenuti) e negli agenti della Polizia penitenziaria: per me è stata una esperienza positiva e ho lavorato negli uffici del carcere per quasi 36 anni.
La situazione nelle carceri di oggi, secondo lei?
Non credo che ci sia una emergenza carceraria, ci sono oltre 200 case di reclusione in Italia che andrebbero gestite meglio e con più personale. Quando sento il ministro dire ‘facciamo più carceri’ non sono d’accordo: il classico ‘ruba galline’ non dovrebbe occupare il posto in cella, e per anni, di chi commette reati ben più gravi. Bisogna gestire meglio il personale (la Polizia penitenziaria, gli educatori, i dipendenti, gli assistenti sociali, il personale religioso).
La fatica più grande di quel lavoro?
Non ho fatto fatica. Soddisfazione ne ho avute tante e ho visto tanti ospiti (ma non tutti) uscire in condizioni migliori rispetto a quando erano arrivati . C’è sempre qualcosa da imparare osservando chi soffre!.
Lei è priore del Santuario diocesano dei nonni di Sant’Anna di Roccabruna: come mai?
Dopo aver frequentato un corso di liturgia, il vescovo mi ha nominato priore di questo Santuario, che prima era la semplice cappella di Sant’Anna. Da 34 anni gestisco questo luogo: accolgo i fedeli, faccio incontri di preghiera, consegno la comunione, leggo il Vangelo. Notando tutta la ristrutturazione fatta negli anni con il mio impegno, il vescovo Bodo con decreto 1230 dell’8 settembre 2021 mi ha nominato priore del Santuario diocesano dei nonni.
È un compito impegnativo?
Sì. Accolgo con il sorriso chi arriva e devo saper dare risposte alle loro richieste. Sant’Anna e San Gioachino erano i nonni di Gesù, anche se parecchie persone lo dimenticano.
Un incontro di questi anni che lo ha segnato?
Non c’è, ma posso testimoniare la costante affluenza delle persone che arrivano qui (anche tanti giovani) e sono colpiti da come il Santuario è tenuto. Io sono molto felice della scelta di vita che ho fatto, anche perché guido gli incontri di preghiera della regina della pace al Santuario di San Mauro di Busca e nella cappella dell’ospedale Sant’Anna di Caraglio e collaboro con la Parrocchia di Roccabruna. In questi anni la mia fede è cresciuta e sono molto soddisfatto di quello che faccio.
La preghiera?
Per me è molto importante, e mi solleva. La preghiera non dà però risultati immediati, lo ricordo a tutti.
Lei in cosa crede?
Io credo realmente che Qualcosa c’è sopra di noi, anche se non lo puoi toccare con mano!.
Il mondo di oggi?
Non mi piace assolutamente: basta guardare in televisione tutte le guerre che si combattono oggi. E poi: una madre o un padre che perdono un giovane figlio cosa dovrebbero dire a Dio? Di fronte a certi grandi dolori, pazzeschi, della vita non ho risposte.
Quando si sveglia di mattina il suo primo pensiero?
Scendo dal letto, mi faccio il segno della croce e ringrazio Gesù per il nuovo giorno. Contemplo dalla finestra il magnifico verde della pineta di Sant’Anna e scendo ad accogliere i primi pellegrini che arrivano in bicicletta. Sono felice, e non mi sento inutile, anche perché c’è tanto da fare qui, dal 25 maggio al 2 ottobre.
Uno suo ricordo del vescovo Diego Bona?
Un uomo semplice, di famiglia, alla buona! La prima volta che l’ho incontrato nel vescovado a Saluzzo, mi sono inchinato per baciare il suo anello. Ma don Diego, tirandomi su la testa, mi ha ripreso: “No, qui non siamo a Roma, non devi fare così! Walter, se vuoi salutarmi dammi la mano…”.