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La famiglia Binelli a Disneyland nel 1980
Un padre, una madre, una figlia. Spensierati, in visita al parco divertimenti Disneyland, in California, sorridono guardando l’obiettivo del fotografo. In posa per immortalare un giorno felice dell’ormai lontano 1980: l’istantanea di un viaggio che quella bambina, di all’incirca 8/9 anni, accoccolata tra i genitori sulla ringhiera che cinge una grossa aiuola fiorita, non dimenticherà. Al punto che, 35 anni dopo, tornata in quello stesso luogo, si farà ritrarre fra i genitori nella medesima posizione, il sorriso stampato sul volto bambino fattosi nel frattempo adulto.
“Mio padre Piero - spiega Adele Binelli - era professore di lingua francese ai Geometri di Cuneo (a lungo collaboratore de La Guida, ndr). Mia madre, Giselda Dutto, insegnava inglese a Ragioneria. Entrambi grandi viaggiatori, sin da bambina mi hanno spalancato le porte del mondo, portandomi con loro alla scoperta di Paesi e culture lontane. E di questo sono loro profondamente grata. Oggi io vivo a Los Angeles, sono stata a lungo coreografa a Broadway e attualmente sono una regista. Nel 2019 sono tornata in Italia per un anno. Dopo appena un mese ho scoperto che mia madre era affetta da un tumore ai polmoni e ho, quindi, scelto di occuparmi in prima persona dei miei genitori, organizzando il loro trasferimento da Cuneo nella nostra seconda casa ad Entracque, dove io venivo in vacanza. Nel 2020 ho assistito alla morte di entrambi, avvenuta a sole sette settimane di distanza l’uno dall’altra”.
“La prima ad andarsene - continua Adele - è stata mia madre: è deceduta il 12 febbraio del 2020, al mattino, all’ospedale di Cuneo. Mio padre, invece, si è spento il 1° aprile dello stesso anno, ad Entracque, sempre il mattino. Aveva 93 anni e mezzo e sarebbe ancora vissuto, non foss’altro che dopo la scomparsa della moglie si è lasciato andare. La loro unione, solida e vitale, durava da più di mezzo secolo e a breve avrebbero festeggiato i 50 anni di matrimonio, preceduti da sei di fidanzamento. Entrambi sono morti serenamente: se ne sono andati in pace, senza soffrire, con la loro mano nella mia, ma il decesso di mia madre mi ha particolarmente impressionata.
Che cosa l’ha turbata?
“Mia madre era malata di cancro, ma non era a conoscenza della sua patologia. I medici le avevano dato ancora 6/7 mesi di vita: speravamo potesse trascorrerli a casa, circondata dai suoi affetti più cari, seppur con il supporto dell’ossigeno. In ospedale quella volta era entrata per sottoporsi ad una semplice tac, in seguito ad una botta che aveva preso contro il letto, ad Entracque. La mattina che dovevano dimetterla, mi sono recata a Cuneo, ma, una volta giunta in reparto, mi è stato comunicato dal medico che le sue condizioni erano precipitate e che lei non avrebbe superato la notte. Alle 18 di sera, infatti, è stata sedata con la morfina e da quel momento mia madre ha chiuso gli occhi e non li ha più riaperti: è spirata la mattina successiva. Ecco, mi ha colpito il fatto che in Italia non sia ammesso il suicidio assistito, ma poi esista qualcosa di molto simile come la sedazione profonda, mentre in alcuni Stati degli Usa è possibile scegliere quando e come morire. Su questa tematica ho così voluto girare un cortometraggio”.
Di che cosa si tratta?
“L’opera si intitola “Quando morire”, è stata da me girata nella mia casa di Entracque, all’inizio dello scorso maggio, e montata. Adesso verrà sottoposta alla supervisione di un altro montatore esterno, Massimo Rossi di Torino, per poi essere completata negli Stati Uniti, a Los Angeles, dove a breve tornerò definitivamente. In seguito il corto sarà presentato in festival nazionali ed internazionali e più avanti, forse, diventerà anche un lungometraggio. La tematica affrontata non è il suicidio assistito, quanto piuttosto il controllo sulla qualità della propria morte. Io ho una formazione cattolica e salde convinzioni spirituali e non sono pro eutanasia, ma con questo film intendo suscitare degli interrogativi e stimolare delle riflessioni circa la possibilità, da parte di chi sta morendo, di assumere in prima persona una decisione come quella di sottoporsi alla sedazione profonda, se è lucido, o tramite una persona esterna, depositaria delle sue volontà. A me, infatti, fa paura l’idea di essere alla mercé degli altri dopo aver perso le mie facoltà, magari dopo un incidente”.
Come queste idee prendono forma nel corto?
“Attraverso un dialogo tra due attori, un fratello e una sorella. La donna va a trovare il fratello, malato terminale, per il suo compleanno e lì scopre che l’uomo, per quell’occasione, ha deciso di farsi un ultimo regalo: scegliere quando andarsene con un cocktail di barbiturici. Nel film si vedono, quindi, le mani di un’infermiera che lo aiutano in questo suo ultimo atto, come già oggi accade, ad esempio, all’ospedale di Seattle, in America”.
Chi sono gli interpreti del corto?
“Gli attori protagonisti sono Germano Giordanengo e Chiara Francese. Per le parti mancanti mi sono avvalsa della collaborazione di Katia Manassero, mentre Katija Mirri mi ha offerto un supporto per la sceneggiatura e Lorenzo Gambarotta una consulenza per la direzione della fotografia”.
Prima di ripartire per l’America, Adele ha voluto sistemare la sua casa di Entracque, dove in futuro farà ritorno per le vacanze e magari per lavorare, mettendo ordine tra i ricordi dei suoi genitori. È nato così il roseto che in giardino commemora la madre, con una targa di dedica in lingua inglese, mentre all’interno dell’abitazione un’intera parete è stata tappezzata con le pagine dei libri in francese e in inglese cari ai genitori, con tutte le loro annotazioni, e con una piccola vetrinetta nella quale sono custodite le cineprese degli anni Quaranta con le quali il padre riprendeva, dall’alto del faro della stazione di Cuneo, gli aerei che durante la Seconda guerra mondiale sganciavano bombe sulla città. La “Casa dei Lari” - come Adele ha chiamato la sua abitazione - si farà così custode delle sue memorie familiari, mentre lei vivrà dall’altra parte dell’Oceano.
La famiglia Binelli a Disneyland nel 2015
Adele Binelli firma un corto dal titolo “Quando morire”, in ricordo della madre e della Casa dei Lari
26 luglio 2025
Cuneo
La famiglia Binelli a Disneyland nel 1980
Un padre, una madre, una figlia. Spensierati, in visita al parco divertimenti Disneyland, in California, sorridono guardando l’obiettivo del fotografo. In posa per immortalare un giorno felice dell’ormai lontano 1980: l’istantanea di un viaggio che quella bambina, di all’incirca 8/9 anni, accoccolata tra i genitori sulla ringhiera che cinge una grossa aiuola fiorita, non dimenticherà. Al punto che, 35 anni dopo, tornata in quello stesso luogo, si farà ritrarre fra i genitori nella medesima posizione, il sorriso stampato sul volto bambino fattosi nel frattempo adulto.
“Mio padre Piero - spiega Adele Binelli - era professore di lingua francese ai Geometri di Cuneo (a lungo collaboratore de La Guida, ndr). Mia madre, Giselda Dutto, insegnava inglese a Ragioneria. Entrambi grandi viaggiatori, sin da bambina mi hanno spalancato le porte del mondo, portandomi con loro alla scoperta di Paesi e culture lontane. E di questo sono loro profondamente grata. Oggi io vivo a Los Angeles, sono stata a lungo coreografa a Broadway e attualmente sono una regista. Nel 2019 sono tornata in Italia per un anno. Dopo appena un mese ho scoperto che mia madre era affetta da un tumore ai polmoni e ho, quindi, scelto di occuparmi in prima persona dei miei genitori, organizzando il loro trasferimento da Cuneo nella nostra seconda casa ad Entracque, dove io venivo in vacanza. Nel 2020 ho assistito alla morte di entrambi, avvenuta a sole sette settimane di distanza l’uno dall’altra”.
“La prima ad andarsene - continua Adele - è stata mia madre: è deceduta il 12 febbraio del 2020, al mattino, all’ospedale di Cuneo. Mio padre, invece, si è spento il 1° aprile dello stesso anno, ad Entracque, sempre il mattino. Aveva 93 anni e mezzo e sarebbe ancora vissuto, non foss’altro che dopo la scomparsa della moglie si è lasciato andare. La loro unione, solida e vitale, durava da più di mezzo secolo e a breve avrebbero festeggiato i 50 anni di matrimonio, preceduti da sei di fidanzamento. Entrambi sono morti serenamente: se ne sono andati in pace, senza soffrire, con la loro mano nella mia, ma il decesso di mia madre mi ha particolarmente impressionata.
Che cosa l’ha turbata?
“Mia madre era malata di cancro, ma non era a conoscenza della sua patologia. I medici le avevano dato ancora 6/7 mesi di vita: speravamo potesse trascorrerli a casa, circondata dai suoi affetti più cari, seppur con il supporto dell’ossigeno. In ospedale quella volta era entrata per sottoporsi ad una semplice tac, in seguito ad una botta che aveva preso contro il letto, ad Entracque. La mattina che dovevano dimetterla, mi sono recata a Cuneo, ma, una volta giunta in reparto, mi è stato comunicato dal medico che le sue condizioni erano precipitate e che lei non avrebbe superato la notte. Alle 18 di sera, infatti, è stata sedata con la morfina e da quel momento mia madre ha chiuso gli occhi e non li ha più riaperti: è spirata la mattina successiva. Ecco, mi ha colpito il fatto che in Italia non sia ammesso il suicidio assistito, ma poi esista qualcosa di molto simile come la sedazione profonda, mentre in alcuni Stati degli Usa è possibile scegliere quando e come morire. Su questa tematica ho così voluto girare un cortometraggio”.
Di che cosa si tratta?
“L’opera si intitola “Quando morire”, è stata da me girata nella mia casa di Entracque, all’inizio dello scorso maggio, e montata. Adesso verrà sottoposta alla supervisione di un altro montatore esterno, Massimo Rossi di Torino, per poi essere completata negli Stati Uniti, a Los Angeles, dove a breve tornerò definitivamente. In seguito il corto sarà presentato in festival nazionali ed internazionali e più avanti, forse, diventerà anche un lungometraggio. La tematica affrontata non è il suicidio assistito, quanto piuttosto il controllo sulla qualità della propria morte. Io ho una formazione cattolica e salde convinzioni spirituali e non sono pro eutanasia, ma con questo film intendo suscitare degli interrogativi e stimolare delle riflessioni circa la possibilità, da parte di chi sta morendo, di assumere in prima persona una decisione come quella di sottoporsi alla sedazione profonda, se è lucido, o tramite una persona esterna, depositaria delle sue volontà. A me, infatti, fa paura l’idea di essere alla mercé degli altri dopo aver perso le mie facoltà, magari dopo un incidente”.
Come queste idee prendono forma nel corto?
“Attraverso un dialogo tra due attori, un fratello e una sorella. La donna va a trovare il fratello, malato terminale, per il suo compleanno e lì scopre che l’uomo, per quell’occasione, ha deciso di farsi un ultimo regalo: scegliere quando andarsene con un cocktail di barbiturici. Nel film si vedono, quindi, le mani di un’infermiera che lo aiutano in questo suo ultimo atto, come già oggi accade, ad esempio, all’ospedale di Seattle, in America”.
Chi sono gli interpreti del corto?
“Gli attori protagonisti sono Germano Giordanengo e Chiara Francese. Per le parti mancanti mi sono avvalsa della collaborazione di Katia Manassero, mentre Katija Mirri mi ha offerto un supporto per la sceneggiatura e Lorenzo Gambarotta una consulenza per la direzione della fotografia”.
Prima di ripartire per l’America, Adele ha voluto sistemare la sua casa di Entracque, dove in futuro farà ritorno per le vacanze e magari per lavorare, mettendo ordine tra i ricordi dei suoi genitori. È nato così il roseto che in giardino commemora la madre, con una targa di dedica in lingua inglese, mentre all’interno dell’abitazione un’intera parete è stata tappezzata con le pagine dei libri in francese e in inglese cari ai genitori, con tutte le loro annotazioni, e con una piccola vetrinetta nella quale sono custodite le cineprese degli anni Quaranta con le quali il padre riprendeva, dall’alto del faro della stazione di Cuneo, gli aerei che durante la Seconda guerra mondiale sganciavano bombe sulla città. La “Casa dei Lari” - come Adele ha chiamato la sua abitazione - si farà così custode delle sue memorie familiari, mentre lei vivrà dall’altra parte dell’Oceano.
La famiglia Binelli a Disneyland nel 2015