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Romana, una lunga vita e un grande amore

11 maggio 2025

Cuneo

Romana Rattazzo   La sua è una grande storia d’amore. Romana Rattazzo è nata il 10 gennaio 1928 a Cuneo e oggi vive nella Casa di riposo di Valdieri: “I miei genitori si chiamavano Pietro e Giovanna Battistina. Mio padre era brigadiere dei Vigili urbani di Cuneo ed era abbastanza severo, mia madre era casalinga. Eravamo quattro figlie, sono rimasta solo più io e mi fa un certo effetto”. Quando era bambina con cosa giocava? “Mi piaceva tanto giocare con le bambole e preparavo il caffè per le bambole, e per le signore che arrivavano a casa nostra. Ho frequentato le scuole fino alla quinta elementare a Cuneo, ricordo la maestra Gentile (di nome e di fatto) e una che era più severa, la maestra Corsaletti, che mi metteva in castigo dietro la lavagna, perché io chiacchieravo troppo! Chi era dietro di me, metteva sovente le mie trecce lunghe nel calamaio, per farmi un dispetto: arrivavo a casa … ed era un disastro! Con mia mamma che mi puliva i capelli e mi sgridava!”.  La povertà l’ha conosciuta? “Non eravamo ricchi, ma da mangiare ce n’era e la carne anche ogni tanto. Non ho mai patito la fame”. La guerra? “Finita la guerra, andavo dietro la caserma Leutrum a vedere i morti coricati uno sopra l’altro, uccisi perché erano fascisti, ma non tutti lo erano. C’erano due sorelle, bravissime, che avevano un negozio di biscotti in via Armando Diaz e che erano state uccise, ma non avevano mai fatto del male a nessuno. La guerra è una gran brutta cosa e penso che siamo degli stupidi a combatterle, e io oggi sto male pensando ai tanti innocenti che vengono uccisi”. Cosa sognava di fare da bambina? “Di fare la mamma e di avere tanti bambini! Ho iniziato a lavorare al Sanatorio Carle, ma per via della mia salute avevo cambiato lavoro. Poi nella mia vita ho sempre fatto la commessa. Ho lavorato nel Bazar di via Roma dove si vendeva di tutto, a me piaceva parlare con la gente ed ero una brava venditrice! Poi avevo venduto tessuti da Scarzello (fra piazza Galimberti e corso Nizza)”. Lei di chi si era innamorata da giovane? “Di Luigi (Gino) Cinquini, impiegato in Prefettura. Ero innamorata di lui… ma Gino non lo sapeva! Un giorno mi aveva invitato a incontrarci nella giornata successiva, perché gli ero simpatica: andai all’appuntamento, ma lui non si presentò!”. E poi? “Poi l’avevo perso di vista. Un giorno l’avevo incrociato mentre  passeggiava sul viale con una donna. E ho detto a mia mamma: ‘Che stupido quello lì! Mi aveva dato l’appuntamento, ma non è venuto. Ma io sono più bella della sua amica!’. Poi un sabato del 1947 passo davanti al Duomo di Cuneo, e vado a curiosare: e vedo Gino che si stava sposando… Ci sono stata male e, arrivata a casa, mia mamma mi ha detto di farmi furba! Ma Gino era rimasto nel mio cuore, lui mi piaceva perché era un uomo educato e fine”. La vita poi è andata avanti, vero? “Sì. Gemma, la moglie di Gino, nel 1953 è morta di parto, lasciando il figlio Roberto di 4 anni e due gemelli appena nati, Fulvio e Riccardo. Io l’ho saputo e ho subito pensato: ‘Oh, che pena... E ho pensato che avrei potuto sposare Gino e fare da mamma a quei bambini!’.  Ero amica di Mariuccia, poi diventata mia cognata che ci aveva fatti incontrare. La mamma aveva detto a Gino delle mie intenzioni, lui le aveva risposto che non voleva vedermi. Sono andata lo stesso da loro, portando due etti di caffè e la mia futura suocera si era addolcita, perché aveva apprezzato il pensiero. Gino era arrivato, mi aveva salutato e dopo un po’ era andato via, dopo avermi raccontato che mio padre, brigadiere dei vigili, lo aveva aiutato quando si era rotto un braccio”. E poi? “Io ero innamorata di lui! Ho sospirato per mesi il suo primo bacio, arrivato sotto la pioggia. Ci siamo sposati il 13 giugno 1956 nel Santuario degli Angeli davanti a don Domenico Delpiero, cugino di mia mamma e confessore delle monache Clarisse di Boves. Il viaggio di nozze lo abbiamo fatto da parenti, nel Bresciano”. La sua famiglia?  “Con il tempo è cresciuta, perché erano nati Massimo e Flavio. A fare la mamma di cinque figli non ho fatto fatica, e so che avrei potuto fare meglio! Io sono molto credente, il Signore per me è tutto e mi spiace un po’ che non sono riuscita a portare i miei figli tanto in chiesa”. E con Gino si è trovata bene? “Con mio marito è andato tutto bene, anche se nei primi tempi soffriva tanto per la morte di sua moglie Gemma. Io capivo il suo grande dolore e un giorno, era Natale, gli ho detto: ‘Caro Gino, io ti voglio tanto bene! Però avanti così non vado… Io capisco tutto… ma non mi va di essere messa da parte… Cerca di fare qualcosa in più… Lui ha capito ed è cambiato”. Da quando non è più su questa terra? “Il 6 maggio 2013 Gino è morto e io faccio tanta fatica, perché mi manca molto. Siamo stati felici insieme e sono ancora innamorata di lui”. Come si trova nella Casa di riposo? “Qui mi trattano bene, sono gentili… ma mi manca molto casa mia!”. Il mondo di oggi le piace? “Per niente! Tante coppie vanno a vivere insieme senza sposarsi in chiesa e c’è tanta indifferenza verso il Signore. Il Signore è la mia vita e senza il suo aiuto non avrei combinato nulla! In tanti momenti di difficoltà, mi è stato vicino e io lo so”. Cosa ha messo al primo posto nella sua vita? “L’onestà, l’amore, il rispetto verso gli altri e sono valori che ho cercato di trasmettere ai miei figli. E a Roberto, a Fulvio e a Riccardo non ho mai nascosto che la loro mamma Gemma era in cielo con Gesù, ed avevo appeso la sua foto nelle loro camere”. Un bilancio della sua vita? “Sono soddisfatta. I miei figli sono bravi e a loro ho sempre voluto molto bene”.
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