
“Con le ‘Perle’ di Dronero, ho vissuto tanti momenti meravigliosi”: non ha dubbi Piera Bagnus, pedagogista in ambito musicale, nata a Cuneo nel 1974 e cresciuta a Piasco, dove è rimasta fino ai tempi dell’università. Oggi vive a Varese e insegna nel Conservatorio di Como.
I suoi genitori?
“Papà Mario, ex impiegato, una vita dedicata al servizio della famiglia, e mamma Elda, mamma a tempo pieno per scelta, ma con un gusto per il bello che esprime in ogni cosa che fa, dalla preparazione dei piatti che mette in tavola alle composizioni floreali che adornano la casa! Mi hanno trasmesso una fede profonda; la semplicità del cuore e nelle azioni; l’attenzione a chi è meno fortunato, e il bene che va fatto in silenzio”.
Le scuole?
“Le scuole dell’obbligo a
Piasco. Nella mia classe, alle elementari, non arrivavamo a 10 e alcune amicizie nate in quegli sono vive ancora oggi! Poi l’Istituto Magistrale Soleri a Saluzzo, gli studi musicali prima a Busca e poi in Conservatorio a Cuneo. L’Università a Torino dove ho conseguito una laurea in discipline artistiche ed un dottorato in Scienze dell’educazione e della formazione. Il Diploma in musicoterapia ad Assisi, dove ho respirato musica e spirito francescano per 4 anni! Ho sempre amato lo studio. Ho avuto dei validi insegnanti, alcuni dei quali sono diventati dei veri modelli per me”.
Cosa sognava di fare da bambina?
“Da piccola volevo fare la psichiatra o la direttrice d’orchestra e credo di aver fatto buona sintesi delle due ambizioni, costruendomi un profilo professionale che pone al centro la cura educativa e la musica. Ho vinto il concorso per l’insegnamento a 20 anni e sono entrata in ruolo nella scuola primaria subito, giovanissima. Ho girato la boa dei trent’anni di insegnamento, affiancando negli anni dopo il dottorato l’attività di ricercatrice in università”.
Cosa rappresenta per lei la musica?
“Wackenroder sostiene che ‘la musica è il linguaggio degli angeli’, un’esperienza molto affine al mistero. Permette di calarsi nelle profondità dell’anima, ma anche di sentire che c’è qualcosa che trascende la nostra finitezza, e di cui la musica dà testimonianza. Per me la musica è una componente fondamentale dell’esistenza, e mette in comunicazione le persone, anche quando non si conoscono o non parlano la stessa lingua. È un’esperienza di democrazia, perché è accessibile a tutti ed ognuno può attribuirle, liberamente, i propri significati. È simbolo di gratuità perché quando si suona si offre parte di sé agli altri, chiedendo ‘solo’ di essere accolti ed ascoltati”.
Lei ha avuto una interessante esperienza con le Perle: di che si tratta?
“Per oltre 10 anni ho condotto un laboratorio di animazione musicale/musicoterapia con le Perle, a Dronero. Si trattava di valorizzare le potenzialità della comunicazione non verbale
della musica, come strumento di crescita cognitiva, emotiva e relazionale. Prese forma così la ‘Piccola orchestra ritmica’ in cui le Perle realizzavano degli accompagnamenti con semplici strumenti (maracas, legnetti, tamburelli…), suonando su basi registrate di musica classica sinfonica”.
Che ricordi ha di quegli anni?
“Sono stati anni molto preziosi, vissuti nella consapevolezza di esser parte di una realtà speciale, in cui la carità delle suore, insieme alla competenza delle educatrici ed alla sincera assistenza prestata dal personale, avevano generato una vera
‘comunità di cura’. Suor Paola Gassani, la direttrice di allora, aveva creduto con convinzione nel mio progetto e lo aveva sostenuto in ogni modo. Suor Vincenza mostrava con lo sguardo ed il sorriso l’orgoglio per quanto le ragazze realizzavano! Con le educatrici si era creata un’ottima sintonia, tutte spinte dallo stesso intento: far emergere le potenzialità di ogni ‘Perla’ coniugando sempre l’attenzione alla singola persona, con il ben-essere dell’intero gruppo”.
Era davvero emozionante sentire le ‘Perle’ suonare a tempo la Marcia di Radetzky… Era difficile per lei insegnare a loro andare a tempo?
“La ‘Piccola orchestra ritmica’ era diventata per me anche motivo di studio, tanto che nel 2010 ho presentato i risultati ottenuti ad un congresso internazionale a Madrid. Dimostrando che l’acquisizione delle abilità ritmiche, che sono legate al concetto di misura, è possibile anche di fronte alla disabilità cognitiva, facendo ricorso al sapere del corpo e al movimento. Ogni anno il saggio estivo creava grandi aspettative in tutti gli amici delle Perle e richiedeva un grande impegno da parte loro. Sono stati tanti momenti meravigliosi, in cui la musica ha generato piccoli, ma importati miracoli!”.
Oggi cosa prova di fronte all’annunciata chiusura da parte della Congregazione della Casa di via Roccabruna?
“Sono molto colpita. Penso che sia un grave errore per due motivi: il primo è che la Casa di via Roccabruna è soprattutto la Casa delle Perle, non un luogo neutro, in cui negli anni ha preso forma ed è cresciuta una comunità di persone che devono venire prima, sempre, di qualsivoglia considerazione economica! Il secondo è che solo chi non conosce a fondo il personale ed il suo ruolo in questa vicenda, può pensare di considerarlo semplicemente un insieme di dipendenti da ricollocare, nel migliore dei casi”.
Per le ragazze che lei ha conosciuto da vicino, la chiusura sarebbe una esperienza traumatica?
“Ne sono assolutamente convinta! In quella casa hanno preso forma le vite delle Perle: lì ci sono le loro memorie, non solo le ‘cose’ che si possono mettere in valigia e spostare altrove... Lì sono state costruite relazioni quotidiane molto forti tra persone che grazie alla pazienza ed alla cura di suore ed educatrici hanno fatto famiglia; lì a Dronero esistono routine che danno serenità e sicurezza e che, una volta distrutte, possono comprometterne l’equilibrio e la qualità di vita delle ragazze!”
Cosa spera che succeda ancora?
“La mia speranza è in una forte presa di posizione dei cittadini droneresi, insieme agli amministratori locali. La realtà delle Perle rappresenta un patrimonio della comunità, una testimonianza lunga più di un secolo di cui oggi più che mai c’è bisogno: non si tratta solo di un bene materiale da misurare in metri quadri, ma soprattutto di un bene immateriale: la gratuità del prendersi cura degli altri, di chi ci è prossimo e soprattutto di chi è più fragile. È un valore del territorio che va difeso ad ogni costo. Se poi ci fosse un imprenditore illuminato pronto ad intervenire…”.
Il mondo di oggi?
“È molto complesso, troppo veloce e sempre più spersonalizzato. Corre come se non ci fosse un domani, ma così facendo calpesta anche l’oggi e rischia di smarrire gli insegnamenti del passato. Vorrei che fosse più semplice e più lento”.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
“La gioia delle persone che porto nel cuore. E sono tante”.

La piccola orchestra ritmica de Le Perle