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12 luglio 2026

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“Non siamo al Piano di rientro, bisogna riorganizzare”

13 aprile 2025

Cuneo

Federico Riboldi Federico Riboldi, 39 anni, è assessore regionale alla sanità della giunta Cirio. Di Fratelli d’Italia, è stato eletto dal giugno scorso per la prima volta in Regione dopo essere stato amministratore per vent’anni di Casale Monferrato, prima come consigliere, poi come assessore e infine come sindaco. Oggi gestisce l’assessorato che impiega oltre l’80% delle risorse della Regione e tra le primissime uscite che ha fatto come assessore c’è stata quella in Prefettura a Cuneo per il nuovo ospedale, consegnando un cronoprogramma cambiato già più volte e che Cirio nella sua visita al Santa Croce del 26 marzo scorso, ha nuovamente smentito allungando i tempi, forse al 2033. È soprattutto la questione conti che deve affrontare e che riguarda tutta la sanità regionale, con il rischio sempre più probabile del commissariamento e del Piano di rientro per il Piemonte. Per l’opposizione è già un dato di fatto, non ancora ufficializzato da Roma, grazie all’“affinità” politica tra il ministro Schillaci e l’assessore Riboldi, entrambi di Fratelli d’Italia. Sicuramente la sanità piemontese sta prestando attenzione oggi più che mai alle risorse. Assessore siamo alla soglia del Piano di rientro? Per questo il suo dirigente Antonino Sottile ha strigliato le aziende e chiesto di tagliare di ridurre ancora? Non siamo alla soglia del Piano di rientro. La direzione regionale Sanità ha dato indicazioni alle Aziende sanitarie di rispettare il vincolo del pareggio di bilancio, per evitare sforamenti eccessivi. Mi pare una raccomandazione doverosa per i bilanci preventivi 2025. È un peccato vedere che, si utilizzi, il piano di rientro come clava. Ricordiamo tutti quando ci finimmo davvero, un’esperienza poco edificante per la nostra sanità, non intendiamo ripeterla. Se i fondi non sono stati tagliati e, come lei sostiene, ci sono più soldi per la sanità regionale grazie al suo lavoro col ministro, perché chiudono tutti in deficit? Ci sono più fondi grazie soprattutto alla sensibilità e all’attenzione del ministro Schillaci e di tutto il governo Meloni. Le Aziende sanitarie chiudono in deficit perché la sanità è un servizio universale: curiamo tutti e vogliamo continuare a farlo. Questo ha dei costi elevati ma non possiamo tagliare i servizi. Dobbiamo tagliare gli sprechi, laddove ci sono. E su un bilancio di 12 miliardi è inevitabile che ci siano. Comunque è un dato di fatto incontrovertibile: i fondi a disposizione sono cresciuti ma meno dell’adeguamento Istat, e la delibera regionale affida ad Aso e Asl molto meno del rinnovo contrattuale, degli aumenti delle materie prime per i farmaci, tagliando anche i fondi al pronto soccorso. Così di fatto il fondo è più povero che in passato e non capiente rispetto a spese più alte... Le ripeto, nessun servizio è a rischio, e per i servizi le risorse ci sono, ma bisogna cambiare approccio: negli anni ho maturato una solida esperienza nell’amministrazione degli enti locali che mi permette di affrontare il mandato di assessore alla sanità della Regione Piemonte con una visione decisamente privilegiata delle esigenze del territorio e delle persone, con la consapevolezza dell’importanza dell’uso delle risorse umane e finanziarie come fa il buon padre di famiglia. L’appellativo di “Sindaco della sanità” che mi è stato dato è quindi calzante, perché sto mettendo in campo l’esperienza dei miei vent’anni di attività amministrativa, e soprattutto degli ultimi cinque di sindaco, per dare una marcia in più alla sanità piemontese, affinché i cittadini, soprattutto i più deboli, non debbano rimanere indietro o, ancor peggio, esclusi. Resta il fatto che anche l’ospedale migliore d’Italia chiude col segno meno. Cosa non funziona? L’ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo è un’ eccellenza riconosciuta a livello nazionale. Ed è questo ciò che conta. Il resto, ossia le questioni contabili, sono sicuramente interessanti dal punto di vista giornalistico e della polemica politica, ma credo che al cittadino interessino meno.  Volete abbattere le liste di attesa, ma le assunzioni non ci sono, e dunque gli operatori sono spremuti, fuggono verso il privato o altrove, permetterete nuove assunzioni? Abbiamo dichiarato pubblicamente che contiamo di arrivare a 2.000 assunzioni entro la fine dell’anno. Ora siamo già oltre 1.400. Sono numeri buoni, che non si vedevano in sanità da almeno vent’anni. Quindi dire che non ci sono assunzioni è sbagliato e vorrei su questo mettere un punto: quando mancano medici e perché non abbiamo abbastanza laureati, non perché la sanità regionale non li voglia assumere, noi assumiamo tutti i medici a disposizione. Detto questo, noi dobbiamo esser bravi a valorizzare i lavoratori intervenendo sull’aspetto economico, perché oggettivamente i nostri professionisti non sono pagati per quanto valgono, ma anche mettendo loro a disposizione infrastrutture adeguate e competitive, a partire dalle case e ospedali di comunità e dalle centrali operative territoriali, fino ai nuovi ospedali, oltre che con strumentazioni e macchinari all’avanguardia e innovativi. Non solo medici ma mancano anche infermieri. La sua missione in Albania non sembra aver portato grandi frutti? Se qualcuno pensava che tornassi in aereo dall’Albania con un gruppo di infermieri pronti da arruolare, forse non ha ben compreso il senso della missione. Perché l’obiettivo, che sarà raggiunto nelle prossime settimane, era quello di un protocollo d’intesa tra università per la formazione e l’integrazione sanitaria e professionale e l’avvio di collaborazioni tra Ordini professionali. Non di importare manodopera, magari pensando fosse a basso costo. Quindi parlare di frutti dopo 30 giorni è solo un pretesto, ma non è l’impostazione che noi diamo alle cose, che devono essere stabili e di largo respiro per raggiungere risultati efficaci nel lungo periodo. Sicuramente non è colpa sua né di questa giunta, ma è vent’anni che siamo in attesa del nuovo Piano sociosanitario regionale. Sarà la volta buona? Chiedete programmazione triennale alle aziende ma come fanno senza Piano? Per il Piano socio-sanitario stiamo lavorando alacremente. A breve ci saranno le audizioni con i soggetti portatori di interessi. Le Aziende hanno indicazioni precise su tutte le materie. Il Piano è la cornice che manca da tempo. Ora ci siamo e sarà un Piano da 1,6 miliardi di euro l’anno condiviso e capace di rilanciare la sanità pubblica piemontese. La trattativa con i medici di famiglia a che punto è? È certo che ci vuole una riforma, ma è la strada giusta? Se si riferisce alla riforma promossa dal Ministero, siamo ancora in una fase iniziale: sono in corso interlocuzioni tra le Regioni e il Ministero. I medici di medicina generale sono un pilastro fondamentale del sistema sanitario ed è chiaro che tutti vogliamo che continuino a lavorare nelle migliori condizioni possibili, avendo ovviamente al centro i pazienti e la loro cura. Saremo la prima Regione in Italia a chiudere l’accordo sulle Aft (Aggregazioni funzionali territoriali). Anche perché ci sarebbero, il condizionale è d’obbligo visto che solo 3 su 92 sono concluse, le Case comunità da riempire e fare funzionare? Ma davvero è convinto che tutte andranno a posto? Ad oggi siamo a oltre il 73% dei lavori avviati, quindi mi sento di dire che, salvo alcune rare eccezioni, i tempi saranno rispettati ed è ferma la volontà di renderli operativi nel minor tempo possibile grazie alla collaborazione dei professionisti del territorio. Poi deve essere chiaro che con l’attuale carenza di medici e di infermieri, solo con un approccio multidisciplinare e intrasettoriale si potranno garantire prestazioni efficienti sui territori ed è per questo che come Regione stiamo investendo oltre 220 milioni di euro per la realizzazione di 91 case di comunità, 30 ospedali di comunità e oltre a 43 centrali operative territoriali in Piemonte; a cui si aggiungono 11 nuovi ospedali e 4 rigenerazioni o ampliamenti per un investimento che supera i 4,5 miliardi. Sì sono numeri che sentiamo da tempo ma, sia sincero, il nuovo Ospedale di Cuneo ormai ce lo possiamo scordare per un bel po’? Dal 2027, al 2028 e ora il suo presidente ha detto forse 2033? Non diamo date e non facciamo previsioni. Lavoriamo per essere il più possibile in linea con le tempistiche: è il nostro impegno quotidiano quello di accelerare il più possibile i tempi, ma sempre nel pieno rispetto delle normative. La provincia attende anche l’ospedale di Savigliano, ma non sarebbe l’ora di mettere mano a una vera e propria rete degli ospedali? una riorganizzazione sotto la guida dell’ospedale hub? Non avrebbe più senso per economie e organizzazione, evitando doppioni solo per conservare il campanile? Sul territorio provinciale c’è il Santa Croce che va oltre il 105% di produzione e altri che chiudono servizi e ambulatori…. Io arrivo dalla provincia e so quanto sia importante la medicina territoriale, non per motivi di campanilismo, ma di servizi a portata dei cittadini. Questo non vuol dire creare doppioni, ma offrire opportunità. Che poi si debba andare verso una sanità proiettata al futuro, dove innovazione, tecnologia, intelligenza artificiale e telemedicina siano protagonisti, ne sono convinto anch’io e in questi primi mesi di assessorato credo sia ormai chiaro il mio indirizzo: siamo la prima regione italiana per cure domiciliari e abbiamo investito 39 milioni di euro nell’impianto di telemedicina che a breve sarà operativo Come sta Amos dopo queste dimissioni e movimenti? Azienda Zero entra socia e si mangia Amos? O si allarga un modello? Azienda Zero è il braccio operativo dell’assessorato alla sanità, Amos una società che eroga servizi importanti sul territorio. Dalla loro collaborazione sono certo che possano scaturire economie di scale e una maggior efficienza per tutto il sistema sanitario regionale. È un modello che riteniamo possa dare frutti positivi nel medio e nel lungo termine.
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