Don Aldo Benevelli è stato il fil rouge della sua vita: uomo di grande generosità ed empatia, ha dedicato forte impegno al prossimo e al sociale. Riccardo Giordana (classe 1939) ha tanto da raccontare su Cuneo, dove è giunto ad appena un mese di vita (è nato a Fossano) e dove vive tuttora. Nel narrare la sua gioventù, focalizza l’attenzione sugli anni ‘50 e ’60, fondamentali per la formazione e la crescita personale: “Terminato l’Avviamento industriale, mio fratello, che lavorava all’Ufficio del Lavoro, mi trovò una sistemazione come apprendista magazziniere all’officina Pisani, in via Statuto. Era un’officina Fiat d’avanguardia a quell’epoca, ma la tipologia di mansione non mi entusiasmava. Avrei desiderato occuparmi della parte meccanica, ma il capo officina non badò alle mie richieste. Decisi, quindi, di trasferirmi alla fonderia Bongiovanni, dove imparai un mestiere più tecnico.
Tanta miseria, poca cultura
Nel dopoguerra le condizioni economiche e sociali erano misere: la maggior parte dei giovani era disoccupata e priva di qualificazione professionale, avendo conseguito solo la 5° elementare. La scuola Media non era ancora unificata ed era frequentata solo dai figli delle famiglie più abbienti, che avrebbero poi proseguito gli studi superiori.
In quest’epoca conobbi don Aldo Benevelli, un pretino tuttofare, segretario del Vescovo e collaboratore de La Guida. Molti miei coetanei si rivolgevano a lui per trovare lavoro: avendo parecchie conoscenze, era un maestro nel far incontrare domanda e offerta. Fu lui a spingermi a sostenere l’esame per conseguire la terza Media e a frequentare la scuola serale, dove mi diplomai geometra. Non fu una passeggiata: di giorno lavoravo, la sera andavo a lezione e al ritorno studiavo a letto fino a tarda notte. Per l’esame di terza Media dovetti imparare il latino: mio fratello sacerdote mi diede una gran mano. Altri miei amici, in cerca di qualificazioni più tecniche, sempre su indicazione di don Aldo frequentarono la suola Lattes. Fu ancora lui ad indirizzarmi ad un suo amico, direttore dell’Associazione Artigiani, in cerca di un giovane diplomato versatile e volenteroso. Iniziò così la mia nuova carriera lavorativa e lì rimasi fino alla pensione.
Un cortile anima di idee e iniziative
Casa Biglia, il caseggiato compreso fra via Emanuele Filiberto, via Senatore Toselli e via Statuto fu l’anima di tante iniziative e durature amicizie. L’attuale sede del cinema Lanteri, ospitava la cappella di Maria Ausiliatrice, all’angolo tra via Emanuele Filiberto e via Senatore Toselli, mentre il cinema aveva l’accesso da via Statuto. Questi palazzi delimitavano un cortile interno, dove c’era la Fuci, Federazione Universitaria Cattolica Italiana, movimento formato da studenti universitari, finalizzato alla loro formazione culturale e morale. Attorno a questo caseggiato c’era, quindi, parecchio fermento di giovani armati di buone intenzioni per il futuro. Qui era abituale incontrare don Aldo, impegnato su più fronti e veniva spontaneo seguire le sue iniziative. Legava con tutti ed era un piacere ritrovarsi con lui: organizzò le prime colonie per bambini e ragazzi al mare, a Borghetto Santo Spirito. Andava continuamente avanti e indietro a portare o riportare gente o materiale, con il suo Maggiolone Volkswagen strapieno di roba e persone!
Dava una mano anche alle colonie della Poa, la Pontificia Opera di Assistenza a Sant’Anna di Valdieri, a cui partecipai più volte. Anche la Poa aveva sede in via Statuto.
L’unione sportiva cuneese
Don Aldo fu il fondatore del centro sociale lavoratori ‘Unione sportiva cuneese’, con l’obiettivo di rendere la disciplina del tennis accessibile anche ai meno abbienti, che non potevano permettersi l’iscrizione all’elegante Tennis Club di via Volta, vicino a Viale Angeli. Grazie all’allora sindaco Mario Del Pozzo, nel 1948 nacque così il primo campo della Cuneese Tennis su corso Monviso, di fronte allo stadio, ufficialmente inaugurato nel ‘50. Sul libro «Racchettate-Il Tennis a Cuneo dal 1948 a oggi», edito da Primalpe, don Aldo Benevelli narra come la realizzazione del circolo fu letteralmente frutto del lavoro suo e dei suoi volenterosi aiutanti, ma soprattutto la soddisfazione nel vedere gli operai e i garzoni giocare a tennis, sport fino ad allora appannaggio dell’élite. La Cuneese fu aperta anche alle donne, che inizialmente dovevano indossare gonne che coprissero le ginocchia. L’associazione era di fatto una polisportiva, che raggruppava amici e amanti dello sport. Io non praticai mai il tennis, ma fui un appassionato ciclista; acquistai a quell’epoca la prima bici da corsa al prezzo di 20.000 lire. La domenica pomeriggio ci trovavamo sovente in una sede di via Roma, scherzosamente definita ‘Il pensatoio’, dove già c’era la Tv e le chiacchierate non mancavano.
Un altro luogo di ritrovo era la messa alla Cappella dei Ferrovieri in via Meucci, che don Aldo celebrò per molti anni la domenica mattina. Immancabile era, poi, la sua Messa di Mezzanotte celebrata la sera di Natale nell’atrio della stazione, sempre gremito di fedeli.
Legami duraturi
Le attrattive degli anni ’50 non erano numerose, ma in realtà le associazioni erano molto vive e proattive. Oltre alle iniziative che ho narrato, c’erano quelle dell’Azione Cattolica, decisamente sentita e partecipata. Inizialmente le sezioni maschili e femminili erano rigorosamente separate e rappresentavano occasioni per scampagnate e gite fuori porta, al mare o in montagna. Ricordo la Carovana di primavera del ’57, in cui migliaia di giovani marciarono da Cuneo a Vicoforte con don Cesare Maccagno e Bruno Parola, il Piergiorgio Frassati di Cuneo.
Conservo ancora, incorniciato, il volantino con cui si pubblicizzava la castagnata a Monserrato di domenica 10 novembre 1963, con partenza da Cuneo alle ore 14,30 in treno o in pullman al costo di 100 lire per persona, escluso il viaggio a carico di ciascun partecipante. Fu una festa bellissima con tiri alle pignatte, torneo di bocce, musica e ricchi premi riservati al sesso femminile, offerti da vari sponsor commerciali dell’epoca. Erano tali iniziative che permettevano di stare in compagnia e conoscere nuovi amici e ragazze. Fu proprio a questa castagnata che conobbi la mia Elvira. Le fanciulle erano tenute d’occhio dalle donne più grandi e i sacerdoti vegliavano attentamente sulla morale, per cui i corteggiamenti erano sempre cauti. Quel giorno appresi che era impegnata come catechista e in varie iniziative di Azione Cattolica a Madonna dell’Olmo, dove viveva, oltre al fatto che lavorava alla Vestebene. Ero in cerca di una strategia per poterla rivedere e l’occasione mi si presentò su un piatto d’argento: l’Azione Cattolica Lavoratori stava svolgendo un’inchiesta sulle necessità delle giovani coppie. Sull’argomento era appena stato presentato un disegno di legge, sul quale erano anche usciti articoli su La vedetta, settimanale della DC della provincia di Cuneo. Mi offrii, quindi, volontario per promuovere l’argomento tramite volantinaggio proprio davanti alla Vestebene, dove ritrovai Elvira. Indirettamente, pertanto, fu ancora don Aldo l’artefice del mio matrimonio, con quella galeotta castagnata!
Salesiani e Bolivia. Ci sposammo il 4 febbraio ‘67 e ci trasferimmo in via Nasetta, di fronte all’ex distretto militare e ai Salesiani. Iniziò qui la nostra famiglia, presto allietata dall’arrivo di due figlie, Sara e Sabina, con cui portammo avanti, nella nostra amata parrocchia, amicizie e valori nei quali avevamo creduto in gioventù. Qui conoscemmo don Francesco Borello, che proprio nel ’67 scelse di diventare missionario salesiano in Bolivia. Nacque la nostra collaborazione con lui, attraverso varie iniziative: più volte ci recammo in Bolivia per aiutarlo in vari progetti, anche grazie alla generosità di molti cuneesi. Qualche anno dopo arrivò ai Salesiani don Beppe Gallo, giovane sacerdote torinese, che fece la stessa scelta boliviana del suo predecessore. Si fortificò, così, il legame profondo con quella Terra e l’idea di vendere in Italia i suoi prodotti, soprattutto maglie e maglioni in lana. Inizialmente furono proprio le nostre mogli ad insegnare alle donne del luogo come lavorare a maglia in modo da realizzare indumenti più morbidi e adatti all’abbigliamento europeo. Negli anni ’90, grazie all’iniziativa di alcuni giovani legati alla parrocchia dei Salesiani fu fondata l’associazione Compartir, con il primo spaccio di prodotti del commercio equo allestito nei locali parrocchiali e attraverso i mercatini. Il commercio equo e solidale è un approccio alternativo a quello convenzionale, improntato alla giustizia sociale ed economica e allo sviluppo sostenibile. Di qui originarono le varie botteghe presenti in provincia. Elvira ed io partimmo l’ultima volta per la Bolivia nel 2015, appresa la notizia dell’aggravarsi dello stato di salute di don Borello, che purtroppo ci lasciò. Nostra figlia Sara visse per 4 anni in Bolivia impegnata nel volontariato.
Semi di solidarietà
Dal rapporto con questi sacerdoti è nato un solido legame con la Bolivia, che ha coinvolto una generosa massa di cuneesi. Non si può omettere l’esperienza di don Serafino Chiesa, salesiano missionario originario di Santo Stefano Roero, arrivato in Bolivia, a Kami, a metà degli anni ‘80, in una delle zone più povere del mondo. Kami è un accampamento a oltre 4.000 metri di altitudine, popolato da minatori, impegnati ad estrarre tungsteno dalle viscere dei monti. I Salesiani, in cinquant’anni di lavoro hanno portato avanti numerosi progetti per scuola, acqua potabile e sanità. Il più ambizioso è senz’altro la costruzione della centrale idroelettrica, sfruttando l’acqua del fiume Ayopara, seguita da don Serafino, per offrire un futuro migliore ai contadini e ai minatori. La sua realizzazione rappresenta una fonte vitale di sviluppo per tutta la regione, dal momento che permetterà l’elettrificazione dell’intera area, migliorando la qualità di vita delle comunità locali, fornendo a una zona sottosviluppata gli strumenti per uno sviluppo autonomo.
Sono entusiasta dell’impegno nel sociale, che ho condiviso con famiglia e amici. È l’evidenza che i semi di don Aldo hanno portato frutti in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo!”.
cuneo
Don Aldo Benevelli è stato il fil rouge della sua vita: uomo di grande generosità ed empatia, ha dedicato forte impegno al prossimo e al sociale. Riccardo Giordana (classe 1939) ha tanto da raccontare su Cuneo, dove è giunto ad appena un mese di vita (è nato a Fossano) e dove vive tuttora. Nel narrare la sua gioventù, focalizza l’attenzione sugli anni ‘50 e ’60, fondamentali per la formazione e la crescita personale: “Terminato l’Avviamento industriale, mio fratello, che lavorava all’Ufficio del Lavoro, mi trovò una sistemazione come apprendista magazziniere all’officina Pisani, in via Statuto. Era un’officina Fiat d’avanguardia a quell’epoca, ma la tipologia di mansione non mi entusiasmava. Avrei desiderato occuparmi della parte meccanica, ma il capo officina non badò alle mie richieste. Decisi, quindi, di trasferirmi alla fonderia Bongiovanni, dove imparai un mestiere più tecnico.
Tanta miseria, poca cultura
Nel dopoguerra le condizioni economiche e sociali erano misere: la maggior parte dei giovani era disoccupata e priva di qualificazione professionale, avendo conseguito solo la 5° elementare. La scuola Media non era ancora unificata ed era frequentata solo dai figli delle famiglie più abbienti, che avrebbero poi proseguito gli studi superiori.
In quest’epoca conobbi don Aldo Benevelli, un pretino tuttofare, segretario del Vescovo e collaboratore de La Guida. Molti miei coetanei si rivolgevano a lui per trovare lavoro: avendo parecchie conoscenze, era un maestro nel far incontrare domanda e offerta. Fu lui a spingermi a sostenere l’esame per conseguire la terza Media e a frequentare la scuola serale, dove mi diplomai geometra. Non fu una passeggiata: di giorno lavoravo, la sera andavo a lezione e al ritorno studiavo a letto fino a tarda notte. Per l’esame di terza Media dovetti imparare il latino: mio fratello sacerdote mi diede una gran mano. Altri miei amici, in cerca di qualificazioni più tecniche, sempre su indicazione di don Aldo frequentarono la suola Lattes. Fu ancora lui ad indirizzarmi ad un suo amico, direttore dell’Associazione Artigiani, in cerca di un giovane diplomato versatile e volenteroso. Iniziò così la mia nuova carriera lavorativa e lì rimasi fino alla pensione.
Un cortile anima di idee e iniziative
Casa Biglia, il caseggiato compreso fra via Emanuele Filiberto, via Senatore Toselli e via Statuto fu l’anima di tante iniziative e durature amicizie. L’attuale sede del cinema Lanteri, ospitava la cappella di Maria Ausiliatrice, all’angolo tra via Emanuele Filiberto e via Senatore Toselli, mentre il cinema aveva l’accesso da via Statuto. Questi palazzi delimitavano un cortile interno, dove c’era la Fuci, Federazione Universitaria Cattolica Italiana, movimento formato da studenti universitari, finalizzato alla loro formazione culturale e morale. Attorno a questo caseggiato c’era, quindi, parecchio fermento di giovani armati di buone intenzioni per il futuro. Qui era abituale incontrare don Aldo, impegnato su più fronti e veniva spontaneo seguire le sue iniziative. Legava con tutti ed era un piacere ritrovarsi con lui: organizzò le prime colonie per bambini e ragazzi al mare, a Borghetto Santo Spirito. Andava continuamente avanti e indietro a portare o riportare gente o materiale, con il suo Maggiolone Volkswagen strapieno di roba e persone!
Dava una mano anche alle colonie della Poa, la Pontificia Opera di Assistenza a Sant’Anna di Valdieri, a cui partecipai più volte. Anche la Poa aveva sede in via Statuto.
L’unione sportiva cuneese
Don Aldo fu il fondatore del centro sociale lavoratori ‘Unione sportiva cuneese’, con l’obiettivo di rendere la disciplina del tennis accessibile anche ai meno abbienti, che non potevano permettersi l’iscrizione all’elegante Tennis Club di via Volta, vicino a Viale Angeli. Grazie all’allora sindaco Mario Del Pozzo, nel 1948 nacque così il primo campo della Cuneese Tennis su corso Monviso, di fronte allo stadio, ufficialmente inaugurato nel ‘50. Sul libro «Racchettate-Il Tennis a Cuneo dal 1948 a oggi», edito da Primalpe, don Aldo Benevelli narra come la realizzazione del circolo fu letteralmente frutto del lavoro suo e dei suoi volenterosi aiutanti, ma soprattutto la soddisfazione nel vedere gli operai e i garzoni giocare a tennis, sport fino ad allora appannaggio dell’élite. La Cuneese fu aperta anche alle donne, che inizialmente dovevano indossare gonne che coprissero le ginocchia. L’associazione era di fatto una polisportiva, che raggruppava amici e amanti dello sport. Io non praticai mai il tennis, ma fui un appassionato ciclista; acquistai a quell’epoca la prima bici da corsa al prezzo di 20.000 lire. La domenica pomeriggio ci trovavamo sovente in una sede di via Roma, scherzosamente definita ‘Il pensatoio’, dove già c’era la Tv e le chiacchierate non mancavano.
Un altro luogo di ritrovo era la messa alla Cappella dei Ferrovieri in via Meucci, che don Aldo celebrò per molti anni la domenica mattina. Immancabile era, poi, la sua Messa di Mezzanotte celebrata la sera di Natale nell’atrio della stazione, sempre gremito di fedeli.
Legami duraturi
Le attrattive degli anni ’50 non erano numerose, ma in realtà le associazioni erano molto vive e proattive. Oltre alle iniziative che ho narrato, c’erano quelle dell’Azione Cattolica, decisamente sentita e partecipata. Inizialmente le sezioni maschili e femminili erano rigorosamente separate e rappresentavano occasioni per scampagnate e gite fuori porta, al mare o in montagna. Ricordo la Carovana di primavera del ’57, in cui migliaia di giovani marciarono da Cuneo a Vicoforte con don Cesare Maccagno e Bruno Parola, il Piergiorgio Frassati di Cuneo.
Conservo ancora, incorniciato, il volantino con cui si pubblicizzava la castagnata a Monserrato di domenica 10 novembre 1963, con partenza da Cuneo alle ore 14,30 in treno o in pullman al costo di 100 lire per persona, escluso il viaggio a carico di ciascun partecipante. Fu una festa bellissima con tiri alle pignatte, torneo di bocce, musica e ricchi premi riservati al sesso femminile, offerti da vari sponsor commerciali dell’epoca. Erano tali iniziative che permettevano di stare in compagnia e conoscere nuovi amici e ragazze. Fu proprio a questa castagnata che conobbi la mia Elvira. Le fanciulle erano tenute d’occhio dalle donne più grandi e i sacerdoti vegliavano attentamente sulla morale, per cui i corteggiamenti erano sempre cauti. Quel giorno appresi che era impegnata come catechista e in varie iniziative di Azione Cattolica a Madonna dell’Olmo, dove viveva, oltre al fatto che lavorava alla Vestebene. Ero in cerca di una strategia per poterla rivedere e l’occasione mi si presentò su un piatto d’argento: l’Azione Cattolica Lavoratori stava svolgendo un’inchiesta sulle necessità delle giovani coppie. Sull’argomento era appena stato presentato un disegno di legge, sul quale erano anche usciti articoli su La vedetta, settimanale della DC della provincia di Cuneo. Mi offrii, quindi, volontario per promuovere l’argomento tramite volantinaggio proprio davanti alla Vestebene, dove ritrovai Elvira. Indirettamente, pertanto, fu ancora don Aldo l’artefice del mio matrimonio, con quella galeotta castagnata!
Salesiani e Bolivia. Ci sposammo il 4 febbraio ‘67 e ci trasferimmo in via Nasetta, di fronte all’ex distretto militare e ai Salesiani. Iniziò qui la nostra famiglia, presto allietata dall’arrivo di due figlie, Sara e Sabina, con cui portammo avanti, nella nostra amata parrocchia, amicizie e valori nei quali avevamo creduto in gioventù. Qui conoscemmo don Francesco Borello, che proprio nel ’67 scelse di diventare missionario salesiano in Bolivia. Nacque la nostra collaborazione con lui, attraverso varie iniziative: più volte ci recammo in Bolivia per aiutarlo in vari progetti, anche grazie alla generosità di molti cuneesi. Qualche anno dopo arrivò ai Salesiani don Beppe Gallo, giovane sacerdote torinese, che fece la stessa scelta boliviana del suo predecessore. Si fortificò, così, il legame profondo con quella Terra e l’idea di vendere in Italia i suoi prodotti, soprattutto maglie e maglioni in lana. Inizialmente furono proprio le nostre mogli ad insegnare alle donne del luogo come lavorare a maglia in modo da realizzare indumenti più morbidi e adatti all’abbigliamento europeo. Negli anni ’90, grazie all’iniziativa di alcuni giovani legati alla parrocchia dei Salesiani fu fondata l’associazione Compartir, con il primo spaccio di prodotti del commercio equo allestito nei locali parrocchiali e attraverso i mercatini. Il commercio equo e solidale è un approccio alternativo a quello convenzionale, improntato alla giustizia sociale ed economica e allo sviluppo sostenibile. Di qui originarono le varie botteghe presenti in provincia. Elvira ed io partimmo l’ultima volta per la Bolivia nel 2015, appresa la notizia dell’aggravarsi dello stato di salute di don Borello, che purtroppo ci lasciò. Nostra figlia Sara visse per 4 anni in Bolivia impegnata nel volontariato.
Semi di solidarietà
Dal rapporto con questi sacerdoti è nato un solido legame con la Bolivia, che ha coinvolto una generosa massa di cuneesi. Non si può omettere l’esperienza di don Serafino Chiesa, salesiano missionario originario di Santo Stefano Roero, arrivato in Bolivia, a Kami, a metà degli anni ‘80, in una delle zone più povere del mondo. Kami è un accampamento a oltre 4.000 metri di altitudine, popolato da minatori, impegnati ad estrarre tungsteno dalle viscere dei monti. I Salesiani, in cinquant’anni di lavoro hanno portato avanti numerosi progetti per scuola, acqua potabile e sanità. Il più ambizioso è senz’altro la costruzione della centrale idroelettrica, sfruttando l’acqua del fiume Ayopara, seguita da don Serafino, per offrire un futuro migliore ai contadini e ai minatori. La sua realizzazione rappresenta una fonte vitale di sviluppo per tutta la regione, dal momento che permetterà l’elettrificazione dell’intera area, migliorando la qualità di vita delle comunità locali, fornendo a una zona sottosviluppata gli strumenti per uno sviluppo autonomo.
Sono entusiasta dell’impegno nel sociale, che ho condiviso con famiglia e amici. È l’evidenza che i semi di don Aldo hanno portato frutti in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo!”.
Difficili gli anni ‘50 e ‘60, ma pieni di vita e di impegno
06 aprile 2025
Cuneo
Don Aldo Benevelli è stato il fil rouge della sua vita: uomo di grande generosità ed empatia, ha dedicato forte impegno al prossimo e al sociale. Riccardo Giordana (classe 1939) ha tanto da raccontare su Cuneo, dove è giunto ad appena un mese di vita (è nato a Fossano) e dove vive tuttora. Nel narrare la sua gioventù, focalizza l’attenzione sugli anni ‘50 e ’60, fondamentali per la formazione e la crescita personale: “Terminato l’Avviamento industriale, mio fratello, che lavorava all’Ufficio del Lavoro, mi trovò una sistemazione come apprendista magazziniere all’officina Pisani, in via Statuto. Era un’officina Fiat d’avanguardia a quell’epoca, ma la tipologia di mansione non mi entusiasmava. Avrei desiderato occuparmi della parte meccanica, ma il capo officina non badò alle mie richieste. Decisi, quindi, di trasferirmi alla fonderia Bongiovanni, dove imparai un mestiere più tecnico.
Tanta miseria, poca cultura
Nel dopoguerra le condizioni economiche e sociali erano misere: la maggior parte dei giovani era disoccupata e priva di qualificazione professionale, avendo conseguito solo la 5° elementare. La scuola Media non era ancora unificata ed era frequentata solo dai figli delle famiglie più abbienti, che avrebbero poi proseguito gli studi superiori.
In quest’epoca conobbi don Aldo Benevelli, un pretino tuttofare, segretario del Vescovo e collaboratore de La Guida. Molti miei coetanei si rivolgevano a lui per trovare lavoro: avendo parecchie conoscenze, era un maestro nel far incontrare domanda e offerta. Fu lui a spingermi a sostenere l’esame per conseguire la terza Media e a frequentare la scuola serale, dove mi diplomai geometra. Non fu una passeggiata: di giorno lavoravo, la sera andavo a lezione e al ritorno studiavo a letto fino a tarda notte. Per l’esame di terza Media dovetti imparare il latino: mio fratello sacerdote mi diede una gran mano. Altri miei amici, in cerca di qualificazioni più tecniche, sempre su indicazione di don Aldo frequentarono la suola Lattes. Fu ancora lui ad indirizzarmi ad un suo amico, direttore dell’Associazione Artigiani, in cerca di un giovane diplomato versatile e volenteroso. Iniziò così la mia nuova carriera lavorativa e lì rimasi fino alla pensione.
Un cortile anima di idee e iniziative
Casa Biglia, il caseggiato compreso fra via Emanuele Filiberto, via Senatore Toselli e via Statuto fu l’anima di tante iniziative e durature amicizie. L’attuale sede del cinema Lanteri, ospitava la cappella di Maria Ausiliatrice, all’angolo tra via Emanuele Filiberto e via Senatore Toselli, mentre il cinema aveva l’accesso da via Statuto. Questi palazzi delimitavano un cortile interno, dove c’era la Fuci, Federazione Universitaria Cattolica Italiana, movimento formato da studenti universitari, finalizzato alla loro formazione culturale e morale. Attorno a questo caseggiato c’era, quindi, parecchio fermento di giovani armati di buone intenzioni per il futuro. Qui era abituale incontrare don Aldo, impegnato su più fronti e veniva spontaneo seguire le sue iniziative. Legava con tutti ed era un piacere ritrovarsi con lui: organizzò le prime colonie per bambini e ragazzi al mare, a Borghetto Santo Spirito. Andava continuamente avanti e indietro a portare o riportare gente o materiale, con il suo Maggiolone Volkswagen strapieno di roba e persone!
Dava una mano anche alle colonie della Poa, la Pontificia Opera di Assistenza a Sant’Anna di Valdieri, a cui partecipai più volte. Anche la Poa aveva sede in via Statuto.
L’unione sportiva cuneese
Don Aldo fu il fondatore del centro sociale lavoratori ‘Unione sportiva cuneese’, con l’obiettivo di rendere la disciplina del tennis accessibile anche ai meno abbienti, che non potevano permettersi l’iscrizione all’elegante Tennis Club di via Volta, vicino a Viale Angeli. Grazie all’allora sindaco Mario Del Pozzo, nel 1948 nacque così il primo campo della Cuneese Tennis su corso Monviso, di fronte allo stadio, ufficialmente inaugurato nel ‘50. Sul libro «Racchettate-Il Tennis a Cuneo dal 1948 a oggi», edito da Primalpe, don Aldo Benevelli narra come la realizzazione del circolo fu letteralmente frutto del lavoro suo e dei suoi volenterosi aiutanti, ma soprattutto la soddisfazione nel vedere gli operai e i garzoni giocare a tennis, sport fino ad allora appannaggio dell’élite. La Cuneese fu aperta anche alle donne, che inizialmente dovevano indossare gonne che coprissero le ginocchia. L’associazione era di fatto una polisportiva, che raggruppava amici e amanti dello sport. Io non praticai mai il tennis, ma fui un appassionato ciclista; acquistai a quell’epoca la prima bici da corsa al prezzo di 20.000 lire. La domenica pomeriggio ci trovavamo sovente in una sede di via Roma, scherzosamente definita ‘Il pensatoio’, dove già c’era la Tv e le chiacchierate non mancavano.
Un altro luogo di ritrovo era la messa alla Cappella dei Ferrovieri in via Meucci, che don Aldo celebrò per molti anni la domenica mattina. Immancabile era, poi, la sua Messa di Mezzanotte celebrata la sera di Natale nell’atrio della stazione, sempre gremito di fedeli.
Legami duraturi
Le attrattive degli anni ’50 non erano numerose, ma in realtà le associazioni erano molto vive e proattive. Oltre alle iniziative che ho narrato, c’erano quelle dell’Azione Cattolica, decisamente sentita e partecipata. Inizialmente le sezioni maschili e femminili erano rigorosamente separate e rappresentavano occasioni per scampagnate e gite fuori porta, al mare o in montagna. Ricordo la Carovana di primavera del ’57, in cui migliaia di giovani marciarono da Cuneo a Vicoforte con don Cesare Maccagno e Bruno Parola, il Piergiorgio Frassati di Cuneo.
Conservo ancora, incorniciato, il volantino con cui si pubblicizzava la castagnata a Monserrato di domenica 10 novembre 1963, con partenza da Cuneo alle ore 14,30 in treno o in pullman al costo di 100 lire per persona, escluso il viaggio a carico di ciascun partecipante. Fu una festa bellissima con tiri alle pignatte, torneo di bocce, musica e ricchi premi riservati al sesso femminile, offerti da vari sponsor commerciali dell’epoca. Erano tali iniziative che permettevano di stare in compagnia e conoscere nuovi amici e ragazze. Fu proprio a questa castagnata che conobbi la mia Elvira. Le fanciulle erano tenute d’occhio dalle donne più grandi e i sacerdoti vegliavano attentamente sulla morale, per cui i corteggiamenti erano sempre cauti. Quel giorno appresi che era impegnata come catechista e in varie iniziative di Azione Cattolica a Madonna dell’Olmo, dove viveva, oltre al fatto che lavorava alla Vestebene. Ero in cerca di una strategia per poterla rivedere e l’occasione mi si presentò su un piatto d’argento: l’Azione Cattolica Lavoratori stava svolgendo un’inchiesta sulle necessità delle giovani coppie. Sull’argomento era appena stato presentato un disegno di legge, sul quale erano anche usciti articoli su La vedetta, settimanale della DC della provincia di Cuneo. Mi offrii, quindi, volontario per promuovere l’argomento tramite volantinaggio proprio davanti alla Vestebene, dove ritrovai Elvira. Indirettamente, pertanto, fu ancora don Aldo l’artefice del mio matrimonio, con quella galeotta castagnata!
Salesiani e Bolivia. Ci sposammo il 4 febbraio ‘67 e ci trasferimmo in via Nasetta, di fronte all’ex distretto militare e ai Salesiani. Iniziò qui la nostra famiglia, presto allietata dall’arrivo di due figlie, Sara e Sabina, con cui portammo avanti, nella nostra amata parrocchia, amicizie e valori nei quali avevamo creduto in gioventù. Qui conoscemmo don Francesco Borello, che proprio nel ’67 scelse di diventare missionario salesiano in Bolivia. Nacque la nostra collaborazione con lui, attraverso varie iniziative: più volte ci recammo in Bolivia per aiutarlo in vari progetti, anche grazie alla generosità di molti cuneesi. Qualche anno dopo arrivò ai Salesiani don Beppe Gallo, giovane sacerdote torinese, che fece la stessa scelta boliviana del suo predecessore. Si fortificò, così, il legame profondo con quella Terra e l’idea di vendere in Italia i suoi prodotti, soprattutto maglie e maglioni in lana. Inizialmente furono proprio le nostre mogli ad insegnare alle donne del luogo come lavorare a maglia in modo da realizzare indumenti più morbidi e adatti all’abbigliamento europeo. Negli anni ’90, grazie all’iniziativa di alcuni giovani legati alla parrocchia dei Salesiani fu fondata l’associazione Compartir, con il primo spaccio di prodotti del commercio equo allestito nei locali parrocchiali e attraverso i mercatini. Il commercio equo e solidale è un approccio alternativo a quello convenzionale, improntato alla giustizia sociale ed economica e allo sviluppo sostenibile. Di qui originarono le varie botteghe presenti in provincia. Elvira ed io partimmo l’ultima volta per la Bolivia nel 2015, appresa la notizia dell’aggravarsi dello stato di salute di don Borello, che purtroppo ci lasciò. Nostra figlia Sara visse per 4 anni in Bolivia impegnata nel volontariato.
Semi di solidarietà
Dal rapporto con questi sacerdoti è nato un solido legame con la Bolivia, che ha coinvolto una generosa massa di cuneesi. Non si può omettere l’esperienza di don Serafino Chiesa, salesiano missionario originario di Santo Stefano Roero, arrivato in Bolivia, a Kami, a metà degli anni ‘80, in una delle zone più povere del mondo. Kami è un accampamento a oltre 4.000 metri di altitudine, popolato da minatori, impegnati ad estrarre tungsteno dalle viscere dei monti. I Salesiani, in cinquant’anni di lavoro hanno portato avanti numerosi progetti per scuola, acqua potabile e sanità. Il più ambizioso è senz’altro la costruzione della centrale idroelettrica, sfruttando l’acqua del fiume Ayopara, seguita da don Serafino, per offrire un futuro migliore ai contadini e ai minatori. La sua realizzazione rappresenta una fonte vitale di sviluppo per tutta la regione, dal momento che permetterà l’elettrificazione dell’intera area, migliorando la qualità di vita delle comunità locali, fornendo a una zona sottosviluppata gli strumenti per uno sviluppo autonomo.
Sono entusiasta dell’impegno nel sociale, che ho condiviso con famiglia e amici. È l’evidenza che i semi di don Aldo hanno portato frutti in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo!”.