Is 43,16-21; Sal 125; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11
La vergogna è un’emozione terribile: porta con sé il disagio di esistere e la conseguente volontà di sparire dalla vista degli altri perché la propria nudità, debolezza è posta sotto i riflettori. Si perde la dignità del proprio volto.
Trascinando la donna «nel mezzo», i farisei la espongono allo sguardo impietoso dei più.
Ma anche Gesù è «trascinato nel mezzo», chiamato in causa non solamente per giudicare la situazione personale di questa donna, ma anche nella sua autorevolezza di interprete delle Scritture che sta insegnando nel Tempio.
Ma se nella Scrittura è documentata la propensione umana a rimanere ancorata allo «scritto», è altrettanto documentata la presenza viva di tutte quelle voci che hanno invece gridato sui tetti la forza prorompente della perenne novità di Dio.
Già Isaia si chiedeva: come non accorgersi che Dio non è mai come pensiamo noi? Come non andare fieri, dice Paolo, della sublimità con cui Cristo, in nome di Dio, ha illuminato i confini di una giustizia più grande della legge?
Eppure, perdere di vista l’inatteso del Dio biblico, allontanarsi dallo spirito della Legge, è un attimo.
Gesù salva la vita ad una donna già condannata a morte togliendo una determinata immagine di Dio dalle mani dei suoi avvocati umani.
C’è un «d’ora in poi» che è da accogliere, c’è un invito a guardare avanti, onestamente non sempre facile da vivere perché ciò che è stato ha un peso non indifferente in noi e metterlo a tacere è faticoso. Certe azioni, peccati, tornano a galla. Quante persone vivono schiacciate da sensi di colpa per errori del passato. Inoltre, non mancano coloro che prendono gusto a mettere in piazza ciò che è stato, ricordare errori.
François Mauriac nella Vita di Gesù scriveva: «Il Figlio dell’uomo non la guardava perché vi sono certe ore nella vita d’una creatura in cui la più grande carità è non guardarla. Tutto l’amore del Cristo per i peccatori è racchiuso in quello sguardo sottratto».
Scribi e farisei espongono la donna alla vergogna, Gesù le dona uno sguardo sottratto.
L’inatteso di Dio si mostra nella stupefacente e placida autorevolezza con cui viene sciolto un groviglio quasi inestricabile.
«A capo chino, scriveva per terra con il dito».
Quale senso può avere avuto quel gesto?
Molte interpretazioni si sono fatte di quell’enigmatico gesto del Maestro. Forse è stata una semplice strategia per avere tempo di pensare a una risposta in cui sia davvero la voce di Dio a esprimersi e non una clemenza ancora parziale.
Come può Gesù relativizzare la grande legislazione mosaica senza incorrere nella rabbiosa fanatica indignazione di una massa di giudici armati di pietre?
Come salvare quella donna senza perdere quegli uomini?
«Il nuovo di Dio», di cui parla Isaia, come rivelarlo a quei maldestri custodi dell’alleanza, piccoli uomini di religione, amati dal Padre di Gesù non meno dell’ultimo peccatore di questa terra, chiamati anch’essi a restare nel numero di quelli che il Figlio non deve perdere?
E prende così forma, in una manciata di parole divenute un proverbio universale, il genio di Gesù: «chi è senza peccato scagli la prima pietra».
Con queste parole Gesù non sorvola sul peccato che offende la dignità della creatura, ma nello stesso tempo, in un colpo solo, pone tutti quanti di fronte alle proprie responsabilità.
Tutti lasciano il campo del giudizio. Ma nessuno viene escluso dal regno della giustizia. Questi uomini di legge non sono infatti meno bisognosi di quella donna di riconciliarsi con una misericordia che stentano a comprendere. Gesù non vuole difendere la donna contro di loro. Ma salvare anche loro attraverso di lei.
Nessuno – proprio nessuno- resta lontano dalla premura di Dio.
E a questa premura siamo continuamente rinviati.