I due podisti hanno vissuto una settimana in un campo profughi del popolo Saharawi.
Non solo un’impresa sportiva, ma un’esperienza di vita, una prova appassionante in un contesto tormentato, a molti sconosciuto. Davide Preve, medico peveragnese e Floriano Roà ingegnere di Cuneo, atleti entrambi della società sportiva Roata Chiusani, hanno partecipato nelle settimane scorse alla venticinquesima edizione della “Sahara Marathon”.
Una gara podistica di 42 chilometri, manifestazione sportiva internazionale di solidarietà con il popolo Saharawi (abitanti del Sahara occidentale), che si corre nel deserto algerino.
Per Davide e Floriano un risultato di prestigio, che si è tradotto rispettivamente nel quarto e nel nono posto assoluti, anche se è quanto hanno visto e respirato in una settimana ad aver suscitato in loro emozioni contrastanti.
“La particolarità di questa gara - il racconto di Davide - oltre all’ambiente, al caldo e alle dune di sabbia, risiede nel fatto che durante la corsa vengono attraversati tre campi profughi, di circa cinquantamila persone ciascuno. Un’incredibile quantità di tifosi appassionati e di bambini accompagnano gli atleti, essendo quella competizione l’evento dell’anno. Siamo stati ospitati durante la nostra permanenza da una famiglia del campo profughi. D’altro canto lo scopo di questa maratona è proprio quello di creare un evento tale da fornire lavoro alla gente che vi abita. Gli iscritti alle tre distanze (quarantadue, ventuno e dieci chilometri) erano complessivamente oltre ottocento, provenienti da ogni parte del mondo”.
La storia dei campi profughi di Tindouff ebbe inizio con l’invasione del Sahara occidentale, avvenuta nel 1976 da parte del Marocco (la cosiddetta marcia verde), per motivi prettamente economici, legati allo sfruttamento delle miniere di fosfato e delle riserve ittiche. Buona parte della popolazione per fuggire dai bombardamenti marocchini si rifugiò in Algeria, creando cinque campi profughi, sopra un altipiano desertico ricoperto di sassi e sabbia, a circa cinquecento metri d’altitudine.
I marocchini hanno creato nel corso degli anni un muro minato di sabbia lungo duemilasettecento chilometri (muro marocchino), impedendo di fatto il ritorno della gente nei loro territori.
Attualmente si vive una situazione di stallo, con l’Onu che dal 1991 chiede al Sahara occidentale di effettuare un referendum per l’autodeterminazione, impedito però dalle autorità marocchine. La popolazione di conseguenza vive in campi profughi da quasi cinquant’anni.
“Siamo partiti con l’intenzione di disputare una semplice maratona nella bellezza del deserto - aggiungono Davide e Floriano - invece ci siamo ritrovati ad affrontare un’esperienza che è andata ben oltre l’aspetto competitivo. L’ospitalità all’interno di una famiglia in un campo profughi nel mezzo del deserto del Sahara, ci ha consentito di comprendere realmente tutte le difficoltà che comporta vivere in questi luoghi. A partire dalla poca disponibilità di acqua e dalla grandissima povertà di chi ci abita. Ciò nonostante la popolazione affronta con dignità la vita quotidiana, in attesa di poter tornare un giorno ad abitare la propria terra”.
cuneo
I due podisti hanno vissuto una settimana in un campo profughi del popolo Saharawi.
Non solo un’impresa sportiva, ma un’esperienza di vita, una prova appassionante in un contesto tormentato, a molti sconosciuto. Davide Preve, medico peveragnese e Floriano Roà ingegnere di Cuneo, atleti entrambi della società sportiva Roata Chiusani, hanno partecipato nelle settimane scorse alla venticinquesima edizione della “Sahara Marathon”.
Una gara podistica di 42 chilometri, manifestazione sportiva internazionale di solidarietà con il popolo Saharawi (abitanti del Sahara occidentale), che si corre nel deserto algerino.
Per Davide e Floriano un risultato di prestigio, che si è tradotto rispettivamente nel quarto e nel nono posto assoluti, anche se è quanto hanno visto e respirato in una settimana ad aver suscitato in loro emozioni contrastanti.
“La particolarità di questa gara - il racconto di Davide - oltre all’ambiente, al caldo e alle dune di sabbia, risiede nel fatto che durante la corsa vengono attraversati tre campi profughi, di circa cinquantamila persone ciascuno. Un’incredibile quantità di tifosi appassionati e di bambini accompagnano gli atleti, essendo quella competizione l’evento dell’anno. Siamo stati ospitati durante la nostra permanenza da una famiglia del campo profughi. D’altro canto lo scopo di questa maratona è proprio quello di creare un evento tale da fornire lavoro alla gente che vi abita. Gli iscritti alle tre distanze (quarantadue, ventuno e dieci chilometri) erano complessivamente oltre ottocento, provenienti da ogni parte del mondo”.
La storia dei campi profughi di Tindouff ebbe inizio con l’invasione del Sahara occidentale, avvenuta nel 1976 da parte del Marocco (la cosiddetta marcia verde), per motivi prettamente economici, legati allo sfruttamento delle miniere di fosfato e delle riserve ittiche. Buona parte della popolazione per fuggire dai bombardamenti marocchini si rifugiò in Algeria, creando cinque campi profughi, sopra un altipiano desertico ricoperto di sassi e sabbia, a circa cinquecento metri d’altitudine.
I marocchini hanno creato nel corso degli anni un muro minato di sabbia lungo duemilasettecento chilometri (muro marocchino), impedendo di fatto il ritorno della gente nei loro territori.
Attualmente si vive una situazione di stallo, con l’Onu che dal 1991 chiede al Sahara occidentale di effettuare un referendum per l’autodeterminazione, impedito però dalle autorità marocchine. La popolazione di conseguenza vive in campi profughi da quasi cinquant’anni.
“Siamo partiti con l’intenzione di disputare una semplice maratona nella bellezza del deserto - aggiungono Davide e Floriano - invece ci siamo ritrovati ad affrontare un’esperienza che è andata ben oltre l’aspetto competitivo. L’ospitalità all’interno di una famiglia in un campo profughi nel mezzo del deserto del Sahara, ci ha consentito di comprendere realmente tutte le difficoltà che comporta vivere in questi luoghi. A partire dalla poca disponibilità di acqua e dalla grandissima povertà di chi ci abita. Ciò nonostante la popolazione affronta con dignità la vita quotidiana, in attesa di poter tornare un giorno ad abitare la propria terra”.
Davide e Floriano nel deserto del Sahara
29 marzo 2025
Cuneo
I due podisti hanno vissuto una settimana in un campo profughi del popolo Saharawi.
Non solo un’impresa sportiva, ma un’esperienza di vita, una prova appassionante in un contesto tormentato, a molti sconosciuto. Davide Preve, medico peveragnese e Floriano Roà ingegnere di Cuneo, atleti entrambi della società sportiva Roata Chiusani, hanno partecipato nelle settimane scorse alla venticinquesima edizione della “Sahara Marathon”.
Una gara podistica di 42 chilometri, manifestazione sportiva internazionale di solidarietà con il popolo Saharawi (abitanti del Sahara occidentale), che si corre nel deserto algerino.
Per Davide e Floriano un risultato di prestigio, che si è tradotto rispettivamente nel quarto e nel nono posto assoluti, anche se è quanto hanno visto e respirato in una settimana ad aver suscitato in loro emozioni contrastanti.
“La particolarità di questa gara - il racconto di Davide - oltre all’ambiente, al caldo e alle dune di sabbia, risiede nel fatto che durante la corsa vengono attraversati tre campi profughi, di circa cinquantamila persone ciascuno. Un’incredibile quantità di tifosi appassionati e di bambini accompagnano gli atleti, essendo quella competizione l’evento dell’anno. Siamo stati ospitati durante la nostra permanenza da una famiglia del campo profughi. D’altro canto lo scopo di questa maratona è proprio quello di creare un evento tale da fornire lavoro alla gente che vi abita. Gli iscritti alle tre distanze (quarantadue, ventuno e dieci chilometri) erano complessivamente oltre ottocento, provenienti da ogni parte del mondo”.
La storia dei campi profughi di Tindouff ebbe inizio con l’invasione del Sahara occidentale, avvenuta nel 1976 da parte del Marocco (la cosiddetta marcia verde), per motivi prettamente economici, legati allo sfruttamento delle miniere di fosfato e delle riserve ittiche. Buona parte della popolazione per fuggire dai bombardamenti marocchini si rifugiò in Algeria, creando cinque campi profughi, sopra un altipiano desertico ricoperto di sassi e sabbia, a circa cinquecento metri d’altitudine.
I marocchini hanno creato nel corso degli anni un muro minato di sabbia lungo duemilasettecento chilometri (muro marocchino), impedendo di fatto il ritorno della gente nei loro territori.
Attualmente si vive una situazione di stallo, con l’Onu che dal 1991 chiede al Sahara occidentale di effettuare un referendum per l’autodeterminazione, impedito però dalle autorità marocchine. La popolazione di conseguenza vive in campi profughi da quasi cinquant’anni.
“Siamo partiti con l’intenzione di disputare una semplice maratona nella bellezza del deserto - aggiungono Davide e Floriano - invece ci siamo ritrovati ad affrontare un’esperienza che è andata ben oltre l’aspetto competitivo. L’ospitalità all’interno di una famiglia in un campo profughi nel mezzo del deserto del Sahara, ci ha consentito di comprendere realmente tutte le difficoltà che comporta vivere in questi luoghi. A partire dalla poca disponibilità di acqua e dalla grandissima povertà di chi ci abita. Ciò nonostante la popolazione affronta con dignità la vita quotidiana, in attesa di poter tornare un giorno ad abitare la propria terra”.