paesi

Talino picioto’: “Il dolore per mio fratello morto in Russia ha fatto versare fiumi di lacrime”

09 marzo 2025

Cuneo

Caterina Estienne (foto di Margherita Vincenti) Caterina Estienne (foto di Margherita Vincenti) ‘Talino picioto’ è lucidissima e si ricorda di tutto, senza alcuna esitazione. Caterina Estienne è nata a Bellino il 20 aprile 1930, nella borgata Celle: “Mia mamma si chiamava Maria Maddalena Gallian, mio papà era Giovanni Chiaffredo Estienne. Avevano quattro mucche e lavoravano la terra. Avevo un fratello, Giovanni Battista, classe 1921, che disperso nel 1943 non è più tornato dalla guerra di Russia e questo dolore enorme ha fatto versare in famiglia fiumi di lacrime: è stata una grande tragedia! I miei non hanno mai più fatto festa… Ma c’ero io e perciò hanno cercato di andare avanti”. Da bambina con cosa giocava? “La prima bambola me l’aveva portata dalla Francia una mia zia. Nelle borgata le case erano piene e giocavamo anche a tombola, a nascondino e con le scatolette delle sardine… Gesù Bambino mi portava poco: i mandarini, le noci e le arachidi. A otto anni ho iniziato a portare le mucche al pascolo senza mai perderle di vista: e io piangevo sempre! Il pane di segale si faceva in autunno una sola volta e veniva messo nel fienile a seccare. D’estate una volta al mese. A colazione sempre il latte delle mucche… buonissimo! Pane, burro e zucchero.. e qualche volta anche il cacao. Per fortuna da mangiare ce n’era, la carne però solo ogni tanto”. E a Carnevale? “I giovani si sporcavano con la cenere per fare i ‘magnin’, poi c’è stata la guerra e non si faceva più festa. Ma a casa nostra, dopo la morte di mio fratello, non avevamo più voglia di festeggiare”.  I suoi genitori erano severi? “Mia mamma sì… mio papà non diceva niente. Chi comandava era mia mamma! Io avrei voluto andare sempre in giro…A Celle ho fatto le Elementari, la quarta e la quinta a Pleyne. Eravamo tanti bambini! Ci conoscevamo tutti, la gente andava d’accordo e si aiutava: ricordo che gli uomini erano andati a tagliare il fieno di domenica ad una donna vedova. Oggi il mondo non è più così”.  Cosa sognava di fare da grande? “Volevo diventare mamma di tanti figli. Ho fatto un corso di taglio: c’era una signora di Melle che ci insegnava e ho imparato a fare i vestiti: chi voleva, me li ordinava. Era facile e la gente si accontentava! La gente allora si vestiva con i gli abiti occitani”. Le veglie le facevate? “Sì. Raccontavano tante storie strane di masche, ma io non ci ho mai creduto!”. Suo marito come si chiamava? “Giovanni Levet l’avevo conosciuto nei giorni di festa, a ballare! Era un bel ragazzo di Pusterle, arrivava in bici a trovarmi e ci siamo sposati dopo diversi anni sabato 20 novembre 1958, a borgata Chiesa, davanti a don Bartolomeo Ruffa: non abbiamo fatto il pranzo di nozze, ma solo un piccolo rinfresco. Per il viaggio di nozze siamo andati a Milano, perché mio marito prima di sposarsi faceva l’ombrellaio e impagliava le sedie, emigrando d’inverno da Pusterle in Lombardia. Poi ha mandato avanti l’azienda di famiglia, dopo la morte di mio padre: abitavamo con mia mamma”. Quanti figli avete avuto? “Romano, Enrico (morto quattro fa, ma non sono arrabbiata con Dio per questo. È però un dolore terribile!), Gianbattista, Beniamino e Luigino. Ho dieci nipoti e cinque pronipoti. Mio marito è morto 23 anni fa, per un cancro e l’ho curato finché ho potuto: poi è mancato in ospedale. Andavamo d’accordo”. Che ricordi ha di don Ruffa? “Da noi pretendeva molto e voleva che andassimo in chiesa. Le sue suore hanno fatto un bel servizio ai montanari. Suor Angela veniva sempre a trovare mia mamma, con suor Maddalena”. La guerra? “Vicino a casa nostra c’era una casa disabitata dove avevano dormito dei soldati sbandati. Le SS sono arrivate, li cercavano, sono salite nel sottotetto con mio padre ma non hanno trovato nulla. In alcune grange sopra Prafauchier avevano trovato delle scatolette di carne ed avevano bruciato quelle baite”. È vero che è bruciata casa sua a Celle? “Negli ultimi anni, vivevo sei mesi a Celle e sei mesi a Sampeyre. Una parte della mia casa di Celle è bruciata nell’aprile 2019. Una mia cugina francese, Mireìo Estienne, mi permette di andare d’estate a casa sua a Celle, perchè lei non viene più”. A lei piace molto leggere: come mai? “Ho iniziato a leggere al pascolo e non ho più smesso! Amo molto i libri e leggendo imparo tante cose... e fino all’anno scorso andavo in Biblioteca, qui a Sampeyre. È anche successo che mentre leggevo ho lasciato bruciare la minestra sul fuoco, perché ero troppo presa dalla lettura!”. Le piace più vivere a Sampeyre o a Bellino? “Bellino è la mia casa, la mia gente, il mio paese… ma d’inverno, da sola, ho iniziato a scendere a Sampeyre e qui mi trovo bene. Credo di essere una buona suocera, non invadente: e accolgo sempre con il sorriso le mie nuore, che mi vogliono bene”. La vita? “È difficile. I giovani di oggi hanno tanto pretese e i telefonini, se non sono usati con intelligenza, rovinano i rapporti: per me che sono anziana il cellulare è però una grande comodità. Il mondo di oggi non mi piace per tante cose. Ci sono troppe guerre! E siamo degli stupidi a combatterle”. Come passa le sue giornate oggi? “Mi alzo alle 8.30. Bevo il tè, perché non mi piace il latte dei pacchetti… è ben diverso da quello delle mucche che ho sempre bevuto! Faccio le pulizie di casa, cucino, leggo. Le ‘ravioles’ a Bellino le preparavo sempre (anche quelle fritte, bagnate nel vino… buonissime!), oggi non più”. In cosa crede? “Penso che Dio c’è, ma a volte ho i miei dubbi. Papa Francesco mi piace, è una brava persona, ma nessun politico lo ascolta. Alla mia età penso sovente alla morte, per forza: ma morire mi fa paura. Non so cosa c’è dopo, nessuno è tornato indietro per spiegarcelo”. Per lei cosa è importante? “L’amore! Perchè senza l’amore non si può vivere”.
Bellino Maria Maddalena Gallian Talino picioto