Con l’inverno e l’approssimarsi del carnevale, arriva un altro dei racconti di mio padre.
Nelle lunghe serate d’inverno raccontava volentieri, mio padre, alcuni episodi della sua vita; a noi pareva un eroe uscito vittorioso da tante battaglie ed avventure!
Perché le ricordo così bene? Perché li ha ri-raccontati quando già ero cresciuta, per Domenico – ora mio marito – che lo stava ad ascoltare incantato (a ripensarci ora mi chiedo se veramente entusiasmo o invece il bisogno di ingraziarsi il futuro suocero...)
Ma quando raccontava io ritornavo bambina e provavo le stesse sensazioni di allora. “Era d’inverno, nel tempo di carnevale. In quel periodo nelle grosse cascine di contadini, numerose intorno al mio paese, c’era l’usanza di macellare il maiale e di fare i salami. Mio padre era un esperto e veniva prenotato da tempo per una data fissa.
Si vedono ancora queste cascine nelle campagne di Cuneo, chiuse sovente intorno alla villa padronale, con le abitazioni ai due lati delle stalle lunghe, costruite a lunghe strisce di mattoni bianchi e rossi. Allora, in un’unica cascina vivevano anche tre generazioni di una stessa famiglia, con il nonno (il “fuet”) che comandava su tutti, compresi figli, nipoti e fratelli minori.
“Fare i salami” voleva anche dire anche fare festa. Le donne cominciavano il giorno prima a preparare le raviole, il fritto misto e tutti gli altri piatti della cucina di campagna. Mio padre partiva il mattino, prestissimo, in bicicletta, con tutto l’armamentario di coltelli ben avvolto intorno al manubrio e non ritornava che alla sera tardi. Il lavoro durava a volte anche due giorni.
Gli uomini aiutavano a tagliare, impastare, girare la manovella; le donne cucinavano; poiché buona parte del lavoro si faceva all’esterno, sovente sotto una tettoia coperta di neve, arrivavano con il caffè, il vino caldo, una fetta di torta… e poi c’era il pranzo e la cena già con i primi cotechini appena insaccati!
Quella sera mio padre aveva preferito fare tardi e finire in un giorno solo perché nevicava forte e non voleva dover tornare il giorno dopo. Le strade erano brutte e la neve era già alta, lo spartineve trainato dai cavalli passava solo nello stradone e le viuzze intorno alla campagna sarebbero state tutte impraticabili.
Partì dunque che era notte fonda, avvolto nel suo mantello e con il cappello a ripararlo, almeno un po’, dalla neve. Ben presto si accorse che era impossibile usare la bicicletta, scese e si mise a spingere pazientemente la bicicletta che si muoveva a stento nella neve già alta. La campagna era una grande distesa bianca, uniforme. Gli alberi coperti di neve scaricavano rumorose cascate che formavano monticelli bianchi; lungo la strada anche le linee delle bialere irrigue ormai asciutte si vedevano appena. Finito il viottolo che portava alla cascina, giunse finalmente allo stradone, ma la speranza di una strada migliore scemò ben presto. Ovunque neve, neve…
Ad un tratto però gli parve di vedere, nel fosso, un cumulo bianco strano: un cespuglio, un ramo caduto, un animale morto? Rallentò...rallentò…
Non erano tempi sicuri; mio padre era conosciuto da tutti, stimato, apprezzato, girava tranquillo per le campagne senza avere paura (mi chiedo ancora quante volte l’avranno salvato le preghiere di mia madre?). Però era prudente e quel cumulo strano lo innervosiva.
Si chiedeva se tirare avanti e sperare in bene o tornare sui suoi passi; poteva difendersi, aveva i coltelli... e sapeva usarli ma… Mentre spingeva la sua bici sempre più piano, dal cumulo quasi vicino a lui venne una voce: “va’ pura avanti, Galfrè, l’è pa’ tì ch’a spètu”.
Mio padre si sentì agghiacciare: dalla voce aveva riconosciuto un noto brigante di strada; un uomo del posto che, dopo numerosi guai, era sparito di casa e si vociferava che assalisse la gente lungo le strade, usando sovente violenza.
Continuò il suo cammino, adagio, adagio, nel terrore di sentirsi un colpo in testa, una coltellata nella schiena; chissà il bandito poteva anche cambiare idea!
Finalmente si avvicinò alla chiesetta di Madonna delle Grazie e alle prime case del paese.
A questo punto cominciò a pensare: ma allora chi aspettava? Sicuramente così nascosto non era per un appuntamento tra compari; era un agguato a qualcuno che doveva percorrere questa strada.
E mentre si interrogava, vide arrivare dal paese una figura intabarrata che camminava a testa china per ripararsi dalla neve.
Mio padre mormorò una parola di saluto: era un contadino di una cascina intorno che dall’andatura pareva tornasse dall’osteria: “seve ‘n co ‘n gir a ‘st’ura d’la neuit? Mi fossa al vost post ‘andriu a ca’: a‘s peusso fe’ ‘d brut incontr a st’ura de la neuit”
L’uomo parve non capire. Mio padre insistette: “la strada è brutta, tornate indietro, è difficile andare avanti”
Finalmente, l’uomo capì. Fece un cenno con la testa e svoltò in un viottolo che, facendo un giro, tornava al paese.”
La storia finiva così.
Io, nella mia mente immaginavo che il giorno dopo il contadino sarebbe tornato a ringraziarlo, a dirgli che l’aveva salvato! Ma queste cose succedono solo nella fantasia e mio padre lo sapeva bene e non si aspettava niente.
Natale 2017
cuneo
Con l’inverno e l’approssimarsi del carnevale, arriva un altro dei racconti di mio padre.
Nelle lunghe serate d’inverno raccontava volentieri, mio padre, alcuni episodi della sua vita; a noi pareva un eroe uscito vittorioso da tante battaglie ed avventure!
Perché le ricordo così bene? Perché li ha ri-raccontati quando già ero cresciuta, per Domenico – ora mio marito – che lo stava ad ascoltare incantato (a ripensarci ora mi chiedo se veramente entusiasmo o invece il bisogno di ingraziarsi il futuro suocero...)
Ma quando raccontava io ritornavo bambina e provavo le stesse sensazioni di allora. “Era d’inverno, nel tempo di carnevale. In quel periodo nelle grosse cascine di contadini, numerose intorno al mio paese, c’era l’usanza di macellare il maiale e di fare i salami. Mio padre era un esperto e veniva prenotato da tempo per una data fissa.
Si vedono ancora queste cascine nelle campagne di Cuneo, chiuse sovente intorno alla villa padronale, con le abitazioni ai due lati delle stalle lunghe, costruite a lunghe strisce di mattoni bianchi e rossi. Allora, in un’unica cascina vivevano anche tre generazioni di una stessa famiglia, con il nonno (il “fuet”) che comandava su tutti, compresi figli, nipoti e fratelli minori.
“Fare i salami” voleva anche dire anche fare festa. Le donne cominciavano il giorno prima a preparare le raviole, il fritto misto e tutti gli altri piatti della cucina di campagna. Mio padre partiva il mattino, prestissimo, in bicicletta, con tutto l’armamentario di coltelli ben avvolto intorno al manubrio e non ritornava che alla sera tardi. Il lavoro durava a volte anche due giorni.
Gli uomini aiutavano a tagliare, impastare, girare la manovella; le donne cucinavano; poiché buona parte del lavoro si faceva all’esterno, sovente sotto una tettoia coperta di neve, arrivavano con il caffè, il vino caldo, una fetta di torta… e poi c’era il pranzo e la cena già con i primi cotechini appena insaccati!
Quella sera mio padre aveva preferito fare tardi e finire in un giorno solo perché nevicava forte e non voleva dover tornare il giorno dopo. Le strade erano brutte e la neve era già alta, lo spartineve trainato dai cavalli passava solo nello stradone e le viuzze intorno alla campagna sarebbero state tutte impraticabili.
Partì dunque che era notte fonda, avvolto nel suo mantello e con il cappello a ripararlo, almeno un po’, dalla neve. Ben presto si accorse che era impossibile usare la bicicletta, scese e si mise a spingere pazientemente la bicicletta che si muoveva a stento nella neve già alta. La campagna era una grande distesa bianca, uniforme. Gli alberi coperti di neve scaricavano rumorose cascate che formavano monticelli bianchi; lungo la strada anche le linee delle bialere irrigue ormai asciutte si vedevano appena. Finito il viottolo che portava alla cascina, giunse finalmente allo stradone, ma la speranza di una strada migliore scemò ben presto. Ovunque neve, neve…
Ad un tratto però gli parve di vedere, nel fosso, un cumulo bianco strano: un cespuglio, un ramo caduto, un animale morto? Rallentò...rallentò…
Non erano tempi sicuri; mio padre era conosciuto da tutti, stimato, apprezzato, girava tranquillo per le campagne senza avere paura (mi chiedo ancora quante volte l’avranno salvato le preghiere di mia madre?). Però era prudente e quel cumulo strano lo innervosiva.
Si chiedeva se tirare avanti e sperare in bene o tornare sui suoi passi; poteva difendersi, aveva i coltelli... e sapeva usarli ma… Mentre spingeva la sua bici sempre più piano, dal cumulo quasi vicino a lui venne una voce: “va’ pura avanti, Galfrè, l’è pa’ tì ch’a spètu”.
Mio padre si sentì agghiacciare: dalla voce aveva riconosciuto un noto brigante di strada; un uomo del posto che, dopo numerosi guai, era sparito di casa e si vociferava che assalisse la gente lungo le strade, usando sovente violenza.
Continuò il suo cammino, adagio, adagio, nel terrore di sentirsi un colpo in testa, una coltellata nella schiena; chissà il bandito poteva anche cambiare idea!
Finalmente si avvicinò alla chiesetta di Madonna delle Grazie e alle prime case del paese.
A questo punto cominciò a pensare: ma allora chi aspettava? Sicuramente così nascosto non era per un appuntamento tra compari; era un agguato a qualcuno che doveva percorrere questa strada.
E mentre si interrogava, vide arrivare dal paese una figura intabarrata che camminava a testa china per ripararsi dalla neve.
Mio padre mormorò una parola di saluto: era un contadino di una cascina intorno che dall’andatura pareva tornasse dall’osteria: “seve ‘n co ‘n gir a ‘st’ura d’la neuit? Mi fossa al vost post ‘andriu a ca’: a‘s peusso fe’ ‘d brut incontr a st’ura de la neuit”
L’uomo parve non capire. Mio padre insistette: “la strada è brutta, tornate indietro, è difficile andare avanti”
Finalmente, l’uomo capì. Fece un cenno con la testa e svoltò in un viottolo che, facendo un giro, tornava al paese.”
La storia finiva così.
Io, nella mia mente immaginavo che il giorno dopo il contadino sarebbe tornato a ringraziarlo, a dirgli che l’aveva salvato! Ma queste cose succedono solo nella fantasia e mio padre lo sapeva bene e non si aspettava niente.
Natale 2017
Quando, all’avvicinarsi del Carnevale, veniva il tempo di “fare i salami”
15 febbraio 2025
Cuneo
Con l’inverno e l’approssimarsi del carnevale, arriva un altro dei racconti di mio padre.
Nelle lunghe serate d’inverno raccontava volentieri, mio padre, alcuni episodi della sua vita; a noi pareva un eroe uscito vittorioso da tante battaglie ed avventure!
Perché le ricordo così bene? Perché li ha ri-raccontati quando già ero cresciuta, per Domenico – ora mio marito – che lo stava ad ascoltare incantato (a ripensarci ora mi chiedo se veramente entusiasmo o invece il bisogno di ingraziarsi il futuro suocero...)
Ma quando raccontava io ritornavo bambina e provavo le stesse sensazioni di allora. “Era d’inverno, nel tempo di carnevale. In quel periodo nelle grosse cascine di contadini, numerose intorno al mio paese, c’era l’usanza di macellare il maiale e di fare i salami. Mio padre era un esperto e veniva prenotato da tempo per una data fissa.
Si vedono ancora queste cascine nelle campagne di Cuneo, chiuse sovente intorno alla villa padronale, con le abitazioni ai due lati delle stalle lunghe, costruite a lunghe strisce di mattoni bianchi e rossi. Allora, in un’unica cascina vivevano anche tre generazioni di una stessa famiglia, con il nonno (il “fuet”) che comandava su tutti, compresi figli, nipoti e fratelli minori.
“Fare i salami” voleva anche dire anche fare festa. Le donne cominciavano il giorno prima a preparare le raviole, il fritto misto e tutti gli altri piatti della cucina di campagna. Mio padre partiva il mattino, prestissimo, in bicicletta, con tutto l’armamentario di coltelli ben avvolto intorno al manubrio e non ritornava che alla sera tardi. Il lavoro durava a volte anche due giorni.
Gli uomini aiutavano a tagliare, impastare, girare la manovella; le donne cucinavano; poiché buona parte del lavoro si faceva all’esterno, sovente sotto una tettoia coperta di neve, arrivavano con il caffè, il vino caldo, una fetta di torta… e poi c’era il pranzo e la cena già con i primi cotechini appena insaccati!
Quella sera mio padre aveva preferito fare tardi e finire in un giorno solo perché nevicava forte e non voleva dover tornare il giorno dopo. Le strade erano brutte e la neve era già alta, lo spartineve trainato dai cavalli passava solo nello stradone e le viuzze intorno alla campagna sarebbero state tutte impraticabili.
Partì dunque che era notte fonda, avvolto nel suo mantello e con il cappello a ripararlo, almeno un po’, dalla neve. Ben presto si accorse che era impossibile usare la bicicletta, scese e si mise a spingere pazientemente la bicicletta che si muoveva a stento nella neve già alta. La campagna era una grande distesa bianca, uniforme. Gli alberi coperti di neve scaricavano rumorose cascate che formavano monticelli bianchi; lungo la strada anche le linee delle bialere irrigue ormai asciutte si vedevano appena. Finito il viottolo che portava alla cascina, giunse finalmente allo stradone, ma la speranza di una strada migliore scemò ben presto. Ovunque neve, neve…
Ad un tratto però gli parve di vedere, nel fosso, un cumulo bianco strano: un cespuglio, un ramo caduto, un animale morto? Rallentò...rallentò…
Non erano tempi sicuri; mio padre era conosciuto da tutti, stimato, apprezzato, girava tranquillo per le campagne senza avere paura (mi chiedo ancora quante volte l’avranno salvato le preghiere di mia madre?). Però era prudente e quel cumulo strano lo innervosiva.
Si chiedeva se tirare avanti e sperare in bene o tornare sui suoi passi; poteva difendersi, aveva i coltelli... e sapeva usarli ma… Mentre spingeva la sua bici sempre più piano, dal cumulo quasi vicino a lui venne una voce: “va’ pura avanti, Galfrè, l’è pa’ tì ch’a spètu”.
Mio padre si sentì agghiacciare: dalla voce aveva riconosciuto un noto brigante di strada; un uomo del posto che, dopo numerosi guai, era sparito di casa e si vociferava che assalisse la gente lungo le strade, usando sovente violenza.
Continuò il suo cammino, adagio, adagio, nel terrore di sentirsi un colpo in testa, una coltellata nella schiena; chissà il bandito poteva anche cambiare idea!
Finalmente si avvicinò alla chiesetta di Madonna delle Grazie e alle prime case del paese.
A questo punto cominciò a pensare: ma allora chi aspettava? Sicuramente così nascosto non era per un appuntamento tra compari; era un agguato a qualcuno che doveva percorrere questa strada.
E mentre si interrogava, vide arrivare dal paese una figura intabarrata che camminava a testa china per ripararsi dalla neve.
Mio padre mormorò una parola di saluto: era un contadino di una cascina intorno che dall’andatura pareva tornasse dall’osteria: “seve ‘n co ‘n gir a ‘st’ura d’la neuit? Mi fossa al vost post ‘andriu a ca’: a‘s peusso fe’ ‘d brut incontr a st’ura de la neuit”
L’uomo parve non capire. Mio padre insistette: “la strada è brutta, tornate indietro, è difficile andare avanti”
Finalmente, l’uomo capì. Fece un cenno con la testa e svoltò in un viottolo che, facendo un giro, tornava al paese.”
La storia finiva così.
Io, nella mia mente immaginavo che il giorno dopo il contadino sarebbe tornato a ringraziarlo, a dirgli che l’aveva salvato! Ma queste cose succedono solo nella fantasia e mio padre lo sapeva bene e non si aspettava niente.
Natale 2017