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13 luglio 2026

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Troppa libera professione nel pubblico

01 febbraio 2025

Cuneo

Medici Troppa libera professione a pagamento nelle strutture pubbliche, a scapito delle visite e degli esami per tutti del servizio sanitario universale, liste di attesa che si allungano al posto di accorciarsi, e conti che non tornano. Da questo è partito il Ministero che chiede una stretta alla Regione Piemonte. Il problema delle liste di attesa nella sanità continua ad essere tale e così il ministro della salute va all’attacco delle Regioni e chiede di acquisire tutti i dati riferiti non solo ai conti e all’attività di Asl e ospedali ma il volume di prestazioni erogate dalle singole aziende da confrontare con quelle erogate in intramoenia, cioè dalla libera professione. In sostanza Roma vuole vederci chiaro su tutte quelle prestazioni erogate al di fuori del normale orario di lavoro dai medici di un ospedale, che utilizzano sale e strutture ambulatoriali e diagnostiche del pubblico stesso a fronte del pagamento da parte del paziente di una tariffa. L’azienda presso cui si tiene la visita, trattiene il 5% del compenso riconosciuto al professionista, che oltre al suo stipendio guadagna con il privato fatto nel suo posto di lavoro pubblico. In tutto questo processo, secondo il ministero c’è qualcosa che non va perché le liste di attesa non calano, anzi spesso aumentano. Visite pubbliche e libera professione negli ospedali Dai dati che Asl e Aso hanno dovuto obbligatoriamente inviare alla Regione, i cosiddetti Pngla (Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa), ovvero 64 dati monitorati, risulta che ci sono una serie di attività specifiche che raggiungono, alla prima visita, praticamente la metà di attività che seguono la strada solita istituzionale pubblica e l’altra metà la libera professione. E secondo i dati forniti dall’Asl Cn1 sono la cardiologia (4.843 primi accessi nel pubblico e 4.105 con la libera professione), la chirurgia vascolare (1.126 contro 515), l’oculistica (9.865 contro 5.742), l’ortopedia e la traumatologia (7.071 contro 3.934), l’urologia (4.364 contro 3.026), la gastroenterologia (925 contro 438). Ma ce ne sono altre in cui i primi accessi sono più alti nell’intramoenia che nel percorso istituzionale come l’ostetricia e la ginecologia (3.887 nella libera professione 2.927 nel percorso normale). Si tratta per la ostetricia, dicono gli esperti, di un dato comune a tutte le aziende perché è cambiato l’approccio delle donne al parto e alla maternità, con la richiesta specifica, molto spesso, di uno stesso medico di fiducia per visite ed esami. Nelle visite, soprattutto in quelle ortopediche e traumatologiche (che in totale nell’Asl Cn1 sono 22.599), del recupero e riabilitazione funzionale (in totale 17.817 di cui ben 12.125 nel pubblico e solo 438 in intramoenia), dell’oculistica (15.357 in totale) la differenza tra il percorso normale e quello di libera professione aumenta a favore del primo perché dopo la prima visita o intervento, le visite successive avvengono quasi sempre direttamente nel pubblico. Tra gli esami, dalle tomografie alle mammografie, dalle risonanze alle ecografie, netta predominanza della parte istituzionale con alcuni esami che salgono notevolmente nella libera professione: la risonanza magnetica nucleare della colonna in libera professione raggiunge i 645 esami, un terzo delle 1.822 pubbliche, così come l’ecocardiografia 1.805 contro 5.368, o l’ecografia dell’addome completo 1.040 contro 3.682 o l’eco(color) dopplergrafia degli arti 1.121 contro 2.033. Lavorare nei festivi e alla sera Tutti questi dati sono necessari per capire come funzionano gli ospedali del territorio al di là dei proclami e dei diktat regionali. L’ultimo che ha fatto insorgere direttori, medici e sindacato è stato quello dell’assessore regionale alla sanità, Federico Riboldi che ha annunciato, nell’ormai incontro fisso con i direttori generali del venerdì al grattacielo di Torino che, per far fronte alle liste di attesa, negli ospedali avrebbe richiesto visite ed esami anche nei fine settimana cioè sabato e domenica e in orario serale. Non sembra però una soluzione molto percorribile sia per un problema di costi, che devono essere tagliati stando ai disastrosi bilanci preventivi, che per la carenza di personale, che è già “spremuto” in molte delle strutture. Dal sindacato Anaao la sottolineatura che “i medici ospedalieri sono pochi e stanchi, ma continuano a garantire i servizi alla popolazione, regalando straordinario non pagato alla propria azienda, accumulando ferie e stress”. In alcuni ospedali virtuosi l’ampliamento degli orari succede già, come al Santa Croce di Cuneo, dove da tempo sono stati incrementati slot e orari in diversi settori. La radiologia ha aperto il servizio il venerdì sera fino alle 23, il sabato fino alle 14. Nel 2024 ha eseguito negli orari extra 1.061 risonanze neurologiche, 165 risonanze e 84 Tac di radiologia. “La scelta di aumentare i turni e ampliarli alla sera e al sabato mattina è stata fatta per venire incontro alle esigenze dei cittadini - spiega il direttore generale del Santa Croce e Carle Livio Tranchida -. Ma non è l’unico provvedimento che abbiamo preso come Aso Santa Croce. Contro le liste di attesa abbiamo aperto tutte le agende di prenotazione”. Ma in altri ospedali, stando ai dati della libera professione, non è proprio così, perché i medici hanno tempo ad effettuare visite a pagamento, e tante, fuori dall’orario di servizio. Il metodo Schael È da questa constatazione che parte il “metodo Schael”, che sembra possa arrivare a coinvolgere tutto il Piemonte. Thomas Schael, nominato direttore generale della Città della Salute sta pensando di portare a Torino, appena arriverà (1° marzo) la scelta che ha già adottato alla guida dell’Asl di Lanciano-Vasto-Chieti in Abruzzo, ovvero di sospendere completamente per tre mesi l’intramoenia per recuperare le liste d’attesa. Un provvedimento che in Abruzzo ha dato evidenti risultati positivi e che sta facendo molto parlare nella più grande azienda sanitaria del Piemonte e del Paese. Una scelta che Riboldi potrebbe ampliare non solo alla Città della Salute ma imporla a tutte le aziende. Medici a gettone L’attività istituzionale e quella di intramoenia dovrebbe essere messa a confronto con l’utilizzo dei medici a gettoni e delle cooperative. Che è un altro importante campanello d’allarme della sanità attuale e contro cui sia ministero prima, che Regione poi, ma con qualche rallentamento, si sono schierati. Le cooperative di medici gettonisti che ormai vengono impiegati ovunque per sopperire alle mancanze della sanità pubblica e la carenza dei medici, hanno attirato gli strali del ministro Schillaci e della Corte dei Conti che ha attenzionato il fenomeno come una delle cause maggiori di bilanci in rosso di tutte le strutture pubbliche. Il ministero ha così cercato di mettere un freno al loro utilizzo pur rendendosi conto che senza i medici gettonisti il sistema sanitario italiano zoppicherebbe ancora di più e interi reparti e servizi sarebbero chiusi. Così aveva fissato al 31 maggio, poi prorogato a fine anno, il termine ultimo per la cessazione definitiva dell’utilizzo dei professionisti forniti da cooperative e società di servizi. Dunque gli appalti scaduti entro quella data non potevano più essere rinnovabili, con il divieto di indire altre gare. La Regione era andata dietro al ministero ponendo tra gli obiettivi prioritari dei nuovi direttori generali quello di una riduzione del ricorso ai medici forniti dalle cooperative o società di servizi. In Piemonte è ancora aperto il caso di Alessandria senza medici nei Pronto Soccorso, con una cooperativa raggiunta da una comunicazione di azione penale per l’ipotesi di intermediazione di manodopera. I gettonisti costano comunque 100 milioni di euro alle Asl piemontesi per questo è stato fissato un tetto massimo orario per il pagamento dei medici a gettone, a 75 euro e 85 per i servizi di Pronto Soccorso, ma ancora oggi ci sono Asl che pagano 125 euro all’ora. E qui sta uno dei problemi anche dell’abbandono da parte dei medici del servizio pubblico: la differenza tra quel che guadagna un medico ospedaliero e quel che intasca in pochi giorni un suo collega gettonista. Ora la Regione sta pensando anche di utilizzare direttamente i contratti libero professionali, ovvero accordi tra le Asl e il singolo professionista, che non mette argine alla diseguaglianza con chi è assunto nel pubblico, ma evita il passaggio più costoso attraverso le cooperative o le società di servizi. Ma non è ancora la soluzione perché i concorsi nel pubblico continuano ad essere spesso deserti e le aziende pubbliche, per i problemi dei tagli, continuano a non assumere. L’Asl Cn1, come tutte, non riesce a fare a meno dei gettonisti anche se nel corso del 2024 ne ha diminuito l’utilizzo. “O chiudo i servizi - dice il direttore generale Giuseppe Guerra - o affianco ai nostri medici altri professionisti delle cooperative. Sono riuscito a diminuirne l’utilizzo in molto servizi ma per l’anestesia e la medicina d’urgenza e dunque i pronto soccorsi servono. Dobbiamo tenere conto che noi abbiamo 5 ospedali ed è dunque più complicato rispetto ad Asl con una sola struttura”. L’Asl Cn1 è passata da oltre 6 milioni di spesa per i gettonisti a 4,8 milioni, una diminuzione del 20% prorogando i contratti esistenti, con il rispetto del costo orario indicato dalla Regione. Nel corso del 2024 sono stati tolti i gettonisti dalla medicina dell’ospedale di Mondovì, e dalla guardia notturna di Fossano. Ben diversa è la situazione dell’Ospedale Santa Croce che nel 2024 da gennaio a novembre ha usato i gettonisti per alcuni turni al Pronto soccorso e in nefrologica per una spesa totale di 511.000 euro, ma già dal mese di dicembre 2024 ha completamente azzerato l’utilizzo dei medici gettonisti in quanto sostituiti da personale dipendente. “Abbiamo anticipato il ministero, anche se l’utilizzo dei gettonisti era da noi già limitato - conclude Tranchida -. Da dicembre non ci sono neanche più quei pochi che avevamo, senza mai diminuire o chiudere servizi. Un risultato riconducibile alla riorganizzazione dei servizi, alla ritrovata attrattività dei medici e alla possibilità di contare sul contributo attivo di un gran numero di specializzandi”. Come a dire, rimane una chiacchera quella che dice che “vanno tutti via da Cuneo”. In ogni caso la spesa 2025 all’Aso Santa Croce per i gettonisti sarà pari a 0, praticamente unico caso in tutto il Piemonte.
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