Giovanni Battista Anelli (foto Alma Delfino)
Giovanni Battista (per tutti è Gianni) Anelli è nato a Bra il 27 febbraio 1964: «Mio padre Francesco è mancato nel 2002. Mia mamma, Rosanna, ha 86 anni. Facevano i mercati con il loro banco di formaggi. Ho una sorella che si chiama Daniela ed è lei che mi ha donato il midollo».
Quando ha incontrato sua moglie Daniela Missaglia?
«Ci siamo conosciuti giovani e ci siamo sposati a Sommariva del Bosco, dove viviamo, quando io avevo 24 anni e lei 22. Stiamo insieme da 36 anni: gli invitati alle nozze erano 120, dopo abbiamo trascorso qualche giorno al mare. Daniela fa la pettinatrice, io il consulente finanziario e abbiamo due figli, Federico e Roberto».
Cosa le è successo di particolare?
«Lunedì 19 marzo 2018 (dopo aver perso 27 chili in un paio di mesi, ed ero ridotto a pelle e ossa, senza forze e con scarse capacità respiratorie) sono finito per un controllo all’ospedale di Bra. Mi ricoverano e, dopo una biopsia, riscontrano in me il linfoma di Hodgkin, al quarto stadio: l’ultimo. La diagnosi è categorica: ho ancora tre mesi di vita. I medici iniziano però una serie di tentativi per curarmi: le probabilità di salvarmi sono ridotte al dieci per cento».
Il suo morale come era in quei momenti?
«Ero a terra, facevo fatica a capire che stava succedendo, mi pareva impossibile. E poi ero caduto in una profonda depressione e volevo morire in fretta. Devo ringraziare mia moglie Daniela che mi è sempre stata vicina e non mi ha mai abbandonato. Aveva smesso di lavorare per diversi periodi e credo che a parti invertite io non sarei stato capace di fare tutto quello che lei ha fatto per me! Quando avevo parlato allo psicologo per la prima volta, gli avevo spiegato che il mio desiderio era solo quello di morire: lui, presente mia moglie, aveva cercato di farmi capire che la mia figura era importante per gli altri e il desiderio di morire era un atto egoistico».
La moglie Daniela interviene: «Quando è arrivata la diagnosi, sono andata nel pallone. Dovevo nascondere quello che provavo veramente, Gianni non mi ha mai visto piangere nei momenti disperati. I nostri figli, molto legati a lui, hanno sofferto tanto anche loro e hanno cercato di stargli vicino».
Dopo cosa è successo?
«Con i medici avevo concordato la terapia del dolore, per non soffrire nel distacco da questa terra. Avevano provato tutte le cure possibili e dagli esami veniva fuori che c’erano metastasi dappertutto: l’apparato scheletrico era sta-to attaccato e mi mancavano già cinque centimetri di osso nelle gambe, e anche una vertebra era stata colpita. Ero sulla sedia a rotelle, facevo la terapia del dolore e non camminavo più. Avevamo poi tentato ancora, in accordo con il direttore del reparto di Ematologia dell’Ospedale San Giovanni di Torino, una ulteriore cura sperimentale cinese: una chemioterapia che distrugge le cellule malate, ma anche quelle sane. Devastante».
E quella mattina nella cappella della Santa Croce di Cuneo?
«Erano le 11.30, mia moglie spingeva la carrozzella e c’era la celebrazione della Messa in corso. Una signora si è avvicinata alla fine della funzione: non la conoscevo, era vestita di scuro, e ci dice: “Dia a suo marito questo rosario
. Faccia pregare suo marito con questo rosario e quando sarà guarito lo deve dare a un’altra persona malata”. Ho pensato che non sa-rebbe stato un rosario a salvarmi! La malattia mi stava cambiando e cresceva la sensibilità verso il dolore degli altri».
E poi?
«Mi metto il rosario al collo e prego… Iniziata la chemioterapia terribilmente devastante, vivevo nella camera sterile, dove arrivavano mia moglie tutta imbardata ed i medici. Nel giro di due settimane, dopo un controllo, è venuto fuori che erano sparite tutte le metastasi dei tumori e c’era solo una macchia sulla scapola sinistra: la dottoressa era incredula. Hanno contattato mia sorella per fare subito il trapianto delle staminali, il 28 marzo 2019: e io ogni anno il 28 marzo festeggio il compleanno del trapianto del midollo. E a luglio gli esami hanno sancito l’esito: il tumore era sconfitto».
Lei, Daniela, che ha pensato?
«Io parlavo con i medici, sapevo che la situazione era gravissima e ho pensato a un miracolo. Ma anche i medici la pensavano allo stesso modo».
Dopo l’esperienza con la malattia, come è cambiata la sua vita?
«La mia sensibilità è aumentata e soffro o gioisco per delle situazioni alle quali prima non facevo caso. La compartecipazione è aumentata. E io oggi quando vedo il dolore, somatizzo e sto male fisicamente: è uno dei prezzi che sto pagando. Ho visto negli ospedali tante persone morire e fra le corsie si creano dei legami sovente meravigliosi, in mezzo al dolore viene fuori la parte migliore di noi e si vivono tanti momenti di vera condivisione».
E il personale sanitario?
«Fantastici. Con i medici, gli infermieri e gli operatori socio sanitari ho vissuto tanti momenti indimenticabili. Con diversi “trapiantisti”, siamo diventati amici».
Lei si sente miracolato?
«No. Ma è stata una esperienza unica e sovrannaturale, e ho avuto un riavvicinamento alla Fede: perché quella donna è arrivata da me con il rosario? Perché mi ha detto quelle parole? Forse anche lei aveva avuto una esperien-za simile alla mia, mi viene da pensare… E così dopo ho fatto due viaggi a Medjugorje».
Cosa ha capito in quei viaggi?
«Ho capito che ci sono due mondi. Uno (come accade a Lourdes) del ‘business sulla religione’, ma c’è anche il mondo vero: le suore solidali che vivono in strutture accanto a persone povere, in difficoltà… e noi cerchiamo di aiutarle, per quello che riusciamo. Questa è la parte di Medjugorje che amo di più. Ci sono persone che non hanno nulla, sorridi a loro e ti donano delle pietre colorate. Ci sono delle borgate, laggiù, veramente povere e andando lì percepisci lo spirito della carità. Quando ci vado, mi sento appagato e capisco che tante cose del nostro mondo non contano nulla».
Cosa è importante per lei?
«Non posso dimenticare l’incontro avuto con un frate francescano di origini napoletane. Vado a confessarmi da lui, faccio un bel po’ di coda e poi viene il mio turno. Gli racconto la mia storia e gli dico che sono lì per cercare di capire».
E il frate?
«Mi ha detto tre cose. La prima: “Non ti è dato di capire. Cosa vuoi capire?”. La seconda: “Devi solo ringraziare per quello che ti è successo”. La terza: “Compra dei rosari e portali alle persone che stanno male”. E io in quel mo-mento ho chiuso il cerchio. E forse anche la mia può diventare l’inizio di una storia per qualche altra persona. Così regalo tantissimi rosari alle persone che hanno problemi di salute: e mi accorgo che in quei momenti cadono dei muri fra di noi. E i rapporti sovente non sono più normali, ma veri e genuini: e questo è già una cosa positiva».
Madre Teresa di Calcutta diceva sempre che ognuno di noi deve portare la propria goccia nel mare della solidarietà: lei è d’accordo?
«Sì. E aggiungo che Gandhi invitava ad “essere il cambiamento che tu vuoi vedere nel mondo”. Io frequento anche un gruppo nazionale che si chiama “Sconfiggiamo il linfoma di Hodgkin”, per fare un bagno in questa realtà di sofferenza. Faccio anche fatica e non voglio dimenticare le cose importanti della vita».
Il mondo di oggi?
«Non mi piace, c’è troppa violenza e troppe guerre: non abbiamo capito niente dalla storia. Però dobbiamo essere consapevoli che dalle cose brutte possono nascere le cose belle: Fabrizio De André cantava in una sua canzone “Dal letame nascono i fiori”».
Papa Francesco?
«Mi spiace quando viene discusso, è un riferimento importante e ha i poveri nel cuore».
paesi
Giovanni Battista Anelli (foto Alma Delfino)
Giovanni Battista (per tutti è Gianni) Anelli è nato a Bra il 27 febbraio 1964: «Mio padre Francesco è mancato nel 2002. Mia mamma, Rosanna, ha 86 anni. Facevano i mercati con il loro banco di formaggi. Ho una sorella che si chiama Daniela ed è lei che mi ha donato il midollo».
Quando ha incontrato sua moglie Daniela Missaglia?
«Ci siamo conosciuti giovani e ci siamo sposati a Sommariva del Bosco, dove viviamo, quando io avevo 24 anni e lei 22. Stiamo insieme da 36 anni: gli invitati alle nozze erano 120, dopo abbiamo trascorso qualche giorno al mare. Daniela fa la pettinatrice, io il consulente finanziario e abbiamo due figli, Federico e Roberto».
Cosa le è successo di particolare?
«Lunedì 19 marzo 2018 (dopo aver perso 27 chili in un paio di mesi, ed ero ridotto a pelle e ossa, senza forze e con scarse capacità respiratorie) sono finito per un controllo all’ospedale di Bra. Mi ricoverano e, dopo una biopsia, riscontrano in me il linfoma di Hodgkin, al quarto stadio: l’ultimo. La diagnosi è categorica: ho ancora tre mesi di vita. I medici iniziano però una serie di tentativi per curarmi: le probabilità di salvarmi sono ridotte al dieci per cento».
Il suo morale come era in quei momenti?
«Ero a terra, facevo fatica a capire che stava succedendo, mi pareva impossibile. E poi ero caduto in una profonda depressione e volevo morire in fretta. Devo ringraziare mia moglie Daniela che mi è sempre stata vicina e non mi ha mai abbandonato. Aveva smesso di lavorare per diversi periodi e credo che a parti invertite io non sarei stato capace di fare tutto quello che lei ha fatto per me! Quando avevo parlato allo psicologo per la prima volta, gli avevo spiegato che il mio desiderio era solo quello di morire: lui, presente mia moglie, aveva cercato di farmi capire che la mia figura era importante per gli altri e il desiderio di morire era un atto egoistico».
La moglie Daniela interviene: «Quando è arrivata la diagnosi, sono andata nel pallone. Dovevo nascondere quello che provavo veramente, Gianni non mi ha mai visto piangere nei momenti disperati. I nostri figli, molto legati a lui, hanno sofferto tanto anche loro e hanno cercato di stargli vicino».
Dopo cosa è successo?
«Con i medici avevo concordato la terapia del dolore, per non soffrire nel distacco da questa terra. Avevano provato tutte le cure possibili e dagli esami veniva fuori che c’erano metastasi dappertutto: l’apparato scheletrico era sta-to attaccato e mi mancavano già cinque centimetri di osso nelle gambe, e anche una vertebra era stata colpita. Ero sulla sedia a rotelle, facevo la terapia del dolore e non camminavo più. Avevamo poi tentato ancora, in accordo con il direttore del reparto di Ematologia dell’Ospedale San Giovanni di Torino, una ulteriore cura sperimentale cinese: una chemioterapia che distrugge le cellule malate, ma anche quelle sane. Devastante».
E quella mattina nella cappella della Santa Croce di Cuneo?
«Erano le 11.30, mia moglie spingeva la carrozzella e c’era la celebrazione della Messa in corso. Una signora si è avvicinata alla fine della funzione: non la conoscevo, era vestita di scuro, e ci dice: “Dia a suo marito questo rosario
. Faccia pregare suo marito con questo rosario e quando sarà guarito lo deve dare a un’altra persona malata”. Ho pensato che non sa-rebbe stato un rosario a salvarmi! La malattia mi stava cambiando e cresceva la sensibilità verso il dolore degli altri».
E poi?
«Mi metto il rosario al collo e prego… Iniziata la chemioterapia terribilmente devastante, vivevo nella camera sterile, dove arrivavano mia moglie tutta imbardata ed i medici. Nel giro di due settimane, dopo un controllo, è venuto fuori che erano sparite tutte le metastasi dei tumori e c’era solo una macchia sulla scapola sinistra: la dottoressa era incredula. Hanno contattato mia sorella per fare subito il trapianto delle staminali, il 28 marzo 2019: e io ogni anno il 28 marzo festeggio il compleanno del trapianto del midollo. E a luglio gli esami hanno sancito l’esito: il tumore era sconfitto».
Lei, Daniela, che ha pensato?
«Io parlavo con i medici, sapevo che la situazione era gravissima e ho pensato a un miracolo. Ma anche i medici la pensavano allo stesso modo».
Dopo l’esperienza con la malattia, come è cambiata la sua vita?
«La mia sensibilità è aumentata e soffro o gioisco per delle situazioni alle quali prima non facevo caso. La compartecipazione è aumentata. E io oggi quando vedo il dolore, somatizzo e sto male fisicamente: è uno dei prezzi che sto pagando. Ho visto negli ospedali tante persone morire e fra le corsie si creano dei legami sovente meravigliosi, in mezzo al dolore viene fuori la parte migliore di noi e si vivono tanti momenti di vera condivisione».
E il personale sanitario?
«Fantastici. Con i medici, gli infermieri e gli operatori socio sanitari ho vissuto tanti momenti indimenticabili. Con diversi “trapiantisti”, siamo diventati amici».
Lei si sente miracolato?
«No. Ma è stata una esperienza unica e sovrannaturale, e ho avuto un riavvicinamento alla Fede: perché quella donna è arrivata da me con il rosario? Perché mi ha detto quelle parole? Forse anche lei aveva avuto una esperien-za simile alla mia, mi viene da pensare… E così dopo ho fatto due viaggi a Medjugorje».
Cosa ha capito in quei viaggi?
«Ho capito che ci sono due mondi. Uno (come accade a Lourdes) del ‘business sulla religione’, ma c’è anche il mondo vero: le suore solidali che vivono in strutture accanto a persone povere, in difficoltà… e noi cerchiamo di aiutarle, per quello che riusciamo. Questa è la parte di Medjugorje che amo di più. Ci sono persone che non hanno nulla, sorridi a loro e ti donano delle pietre colorate. Ci sono delle borgate, laggiù, veramente povere e andando lì percepisci lo spirito della carità. Quando ci vado, mi sento appagato e capisco che tante cose del nostro mondo non contano nulla».
Cosa è importante per lei?
«Non posso dimenticare l’incontro avuto con un frate francescano di origini napoletane. Vado a confessarmi da lui, faccio un bel po’ di coda e poi viene il mio turno. Gli racconto la mia storia e gli dico che sono lì per cercare di capire».
E il frate?
«Mi ha detto tre cose. La prima: “Non ti è dato di capire. Cosa vuoi capire?”. La seconda: “Devi solo ringraziare per quello che ti è successo”. La terza: “Compra dei rosari e portali alle persone che stanno male”. E io in quel mo-mento ho chiuso il cerchio. E forse anche la mia può diventare l’inizio di una storia per qualche altra persona. Così regalo tantissimi rosari alle persone che hanno problemi di salute: e mi accorgo che in quei momenti cadono dei muri fra di noi. E i rapporti sovente non sono più normali, ma veri e genuini: e questo è già una cosa positiva».
Madre Teresa di Calcutta diceva sempre che ognuno di noi deve portare la propria goccia nel mare della solidarietà: lei è d’accordo?
«Sì. E aggiungo che Gandhi invitava ad “essere il cambiamento che tu vuoi vedere nel mondo”. Io frequento anche un gruppo nazionale che si chiama “Sconfiggiamo il linfoma di Hodgkin”, per fare un bagno in questa realtà di sofferenza. Faccio anche fatica e non voglio dimenticare le cose importanti della vita».
Il mondo di oggi?
«Non mi piace, c’è troppa violenza e troppe guerre: non abbiamo capito niente dalla storia. Però dobbiamo essere consapevoli che dalle cose brutte possono nascere le cose belle: Fabrizio De André cantava in una sua canzone “Dal letame nascono i fiori”».
Papa Francesco?
«Mi spiace quando viene discusso, è un riferimento importante e ha i poveri nel cuore».
Gianni: “La mia guarigione è inspiegabile”
21 dicembre 2024
Cuneo
Giovanni Battista Anelli (foto Alma Delfino)
Giovanni Battista (per tutti è Gianni) Anelli è nato a Bra il 27 febbraio 1964: «Mio padre Francesco è mancato nel 2002. Mia mamma, Rosanna, ha 86 anni. Facevano i mercati con il loro banco di formaggi. Ho una sorella che si chiama Daniela ed è lei che mi ha donato il midollo».
Quando ha incontrato sua moglie Daniela Missaglia?
«Ci siamo conosciuti giovani e ci siamo sposati a Sommariva del Bosco, dove viviamo, quando io avevo 24 anni e lei 22. Stiamo insieme da 36 anni: gli invitati alle nozze erano 120, dopo abbiamo trascorso qualche giorno al mare. Daniela fa la pettinatrice, io il consulente finanziario e abbiamo due figli, Federico e Roberto».
Cosa le è successo di particolare?
«Lunedì 19 marzo 2018 (dopo aver perso 27 chili in un paio di mesi, ed ero ridotto a pelle e ossa, senza forze e con scarse capacità respiratorie) sono finito per un controllo all’ospedale di Bra. Mi ricoverano e, dopo una biopsia, riscontrano in me il linfoma di Hodgkin, al quarto stadio: l’ultimo. La diagnosi è categorica: ho ancora tre mesi di vita. I medici iniziano però una serie di tentativi per curarmi: le probabilità di salvarmi sono ridotte al dieci per cento».
Il suo morale come era in quei momenti?
«Ero a terra, facevo fatica a capire che stava succedendo, mi pareva impossibile. E poi ero caduto in una profonda depressione e volevo morire in fretta. Devo ringraziare mia moglie Daniela che mi è sempre stata vicina e non mi ha mai abbandonato. Aveva smesso di lavorare per diversi periodi e credo che a parti invertite io non sarei stato capace di fare tutto quello che lei ha fatto per me! Quando avevo parlato allo psicologo per la prima volta, gli avevo spiegato che il mio desiderio era solo quello di morire: lui, presente mia moglie, aveva cercato di farmi capire che la mia figura era importante per gli altri e il desiderio di morire era un atto egoistico».
La moglie Daniela interviene: «Quando è arrivata la diagnosi, sono andata nel pallone. Dovevo nascondere quello che provavo veramente, Gianni non mi ha mai visto piangere nei momenti disperati. I nostri figli, molto legati a lui, hanno sofferto tanto anche loro e hanno cercato di stargli vicino».
Dopo cosa è successo?
«Con i medici avevo concordato la terapia del dolore, per non soffrire nel distacco da questa terra. Avevano provato tutte le cure possibili e dagli esami veniva fuori che c’erano metastasi dappertutto: l’apparato scheletrico era sta-to attaccato e mi mancavano già cinque centimetri di osso nelle gambe, e anche una vertebra era stata colpita. Ero sulla sedia a rotelle, facevo la terapia del dolore e non camminavo più. Avevamo poi tentato ancora, in accordo con il direttore del reparto di Ematologia dell’Ospedale San Giovanni di Torino, una ulteriore cura sperimentale cinese: una chemioterapia che distrugge le cellule malate, ma anche quelle sane. Devastante».
E quella mattina nella cappella della Santa Croce di Cuneo?
«Erano le 11.30, mia moglie spingeva la carrozzella e c’era la celebrazione della Messa in corso. Una signora si è avvicinata alla fine della funzione: non la conoscevo, era vestita di scuro, e ci dice: “Dia a suo marito questo rosario
. Faccia pregare suo marito con questo rosario e quando sarà guarito lo deve dare a un’altra persona malata”. Ho pensato che non sa-rebbe stato un rosario a salvarmi! La malattia mi stava cambiando e cresceva la sensibilità verso il dolore degli altri».
E poi?
«Mi metto il rosario al collo e prego… Iniziata la chemioterapia terribilmente devastante, vivevo nella camera sterile, dove arrivavano mia moglie tutta imbardata ed i medici. Nel giro di due settimane, dopo un controllo, è venuto fuori che erano sparite tutte le metastasi dei tumori e c’era solo una macchia sulla scapola sinistra: la dottoressa era incredula. Hanno contattato mia sorella per fare subito il trapianto delle staminali, il 28 marzo 2019: e io ogni anno il 28 marzo festeggio il compleanno del trapianto del midollo. E a luglio gli esami hanno sancito l’esito: il tumore era sconfitto».
Lei, Daniela, che ha pensato?
«Io parlavo con i medici, sapevo che la situazione era gravissima e ho pensato a un miracolo. Ma anche i medici la pensavano allo stesso modo».
Dopo l’esperienza con la malattia, come è cambiata la sua vita?
«La mia sensibilità è aumentata e soffro o gioisco per delle situazioni alle quali prima non facevo caso. La compartecipazione è aumentata. E io oggi quando vedo il dolore, somatizzo e sto male fisicamente: è uno dei prezzi che sto pagando. Ho visto negli ospedali tante persone morire e fra le corsie si creano dei legami sovente meravigliosi, in mezzo al dolore viene fuori la parte migliore di noi e si vivono tanti momenti di vera condivisione».
E il personale sanitario?
«Fantastici. Con i medici, gli infermieri e gli operatori socio sanitari ho vissuto tanti momenti indimenticabili. Con diversi “trapiantisti”, siamo diventati amici».
Lei si sente miracolato?
«No. Ma è stata una esperienza unica e sovrannaturale, e ho avuto un riavvicinamento alla Fede: perché quella donna è arrivata da me con il rosario? Perché mi ha detto quelle parole? Forse anche lei aveva avuto una esperien-za simile alla mia, mi viene da pensare… E così dopo ho fatto due viaggi a Medjugorje».
Cosa ha capito in quei viaggi?
«Ho capito che ci sono due mondi. Uno (come accade a Lourdes) del ‘business sulla religione’, ma c’è anche il mondo vero: le suore solidali che vivono in strutture accanto a persone povere, in difficoltà… e noi cerchiamo di aiutarle, per quello che riusciamo. Questa è la parte di Medjugorje che amo di più. Ci sono persone che non hanno nulla, sorridi a loro e ti donano delle pietre colorate. Ci sono delle borgate, laggiù, veramente povere e andando lì percepisci lo spirito della carità. Quando ci vado, mi sento appagato e capisco che tante cose del nostro mondo non contano nulla».
Cosa è importante per lei?
«Non posso dimenticare l’incontro avuto con un frate francescano di origini napoletane. Vado a confessarmi da lui, faccio un bel po’ di coda e poi viene il mio turno. Gli racconto la mia storia e gli dico che sono lì per cercare di capire».
E il frate?
«Mi ha detto tre cose. La prima: “Non ti è dato di capire. Cosa vuoi capire?”. La seconda: “Devi solo ringraziare per quello che ti è successo”. La terza: “Compra dei rosari e portali alle persone che stanno male”. E io in quel mo-mento ho chiuso il cerchio. E forse anche la mia può diventare l’inizio di una storia per qualche altra persona. Così regalo tantissimi rosari alle persone che hanno problemi di salute: e mi accorgo che in quei momenti cadono dei muri fra di noi. E i rapporti sovente non sono più normali, ma veri e genuini: e questo è già una cosa positiva».
Madre Teresa di Calcutta diceva sempre che ognuno di noi deve portare la propria goccia nel mare della solidarietà: lei è d’accordo?
«Sì. E aggiungo che Gandhi invitava ad “essere il cambiamento che tu vuoi vedere nel mondo”. Io frequento anche un gruppo nazionale che si chiama “Sconfiggiamo il linfoma di Hodgkin”, per fare un bagno in questa realtà di sofferenza. Faccio anche fatica e non voglio dimenticare le cose importanti della vita».
Il mondo di oggi?
«Non mi piace, c’è troppa violenza e troppe guerre: non abbiamo capito niente dalla storia. Però dobbiamo essere consapevoli che dalle cose brutte possono nascere le cose belle: Fabrizio De André cantava in una sua canzone “Dal letame nascono i fiori”».
Papa Francesco?
«Mi spiace quando viene discusso, è un riferimento importante e ha i poveri nel cuore».