Di Elide Giordanengo ho visto al teatro Toselli, come molti cuneesi, il suo ultimo spettacolo: “Senti? I bambini, mai stanchi, ridono…” sulla storia straordinaria della famiglia ebraica Greve e ho pensato che una persona che ci regalava questi momenti emozionanti non poteva mancare nella piccola galleria di artisti/artigiani che compongo per La Guida. Nella categoria lei rientra pienamente perché, per lei, il lavoro di regia è proprio artigianato puro e eclettico:
"Il bello del teatro è la sua multidisciplinarietà. Devi essere davvero multitasking, conoscere un testo, od essere in grado di scriverlo o adattarlo, ma anche avere un’idea della scenografia, sulla recitazione, dei costumi… una regista deve sapere fare un po’ di tutto".
Lo capisco: Elide ha evidenti qualità visive, legate al fatto che ha dipinto molto (e ancora lo fa), che ama l’arredamento (ha una casa semplice ma impeccabile, che non definirò da rivista perché si offenderebbe e perché l’ha realizzata con tanto bricolage, suo e di suo marito Giorgio) e per questo il teatro le dà la possibilità di mettere in gioco le sue diverse competenze.
“Mi sono accorta più volte che, quando si prova uno spettacolo, le persone coinvolte non riescono a immaginare l’effetto di insieme, vedono la loro parte ma non riescono a vederlo “montato”. Io invece sì. Me ne sono accorta fin dall’inizio ed è per questo credo che sono affascinata dalla regia.”
Le chiedo come ha iniziato e lei mi snocciola una storia che ha molto a che fare con il suo paese, Boves:
"Qui a Boves c’era la tradizione dei “lesinanti”, che erano una compagnia che ogni cinque anni si riuniva per rappresentare un antico testo tradizionale: “La storia di Madonna Lesina”, e altre realtà di teatro dialettale e non solo. Tramite Eligio Baudino, insegnante di educazione fisica, da ragazzina, negli anni ‘60 partecipai a uno spettacolo, “Il Soldatino di piombo”, mi piacque, e il seme del teatro, probabilmente, attecchì proprio lì.
Ma la spinta alla regia mi venne dalla mia amica Cecilia Baudino, che da allora è sempre stata al mio fianco e con la quale ho condiviso ogni istante di questa avventura. Ad una mancata messa in scena di “Natale a Casa Cupiello” tradotto in piemontese (davvero non si poteva tradurre lo spirito partenopeo di Eduardo) mi chiese di provare a cercare un’alternativa.
Mi tuffai per settimane nella ricerca di copioni non troppo noti, frequentai biblioteche a Torino e alla fine ne venni fuori con una proposta che fu accettata con entusiasmo: “La zia di Carlo” un testo comico inglese di Brandon Thomas, non troppo noto da noi, che ebbe un certo successo. Da lì continuai.
Una spinta enorme me la diede il contatto con la Compagnia Cantoregi, che era venuta al teatro Toselli per un micro-festival cuneese. Mi videro recitare e mi chiesero di collaborare con loro. Fu per me una magnifica avventura, la prima messa in scena fu “L’acerba et amara mia passione” in cui interpretavo la Beata di Racconigi, ma soprattutto ebbi modo di assorbire il loro modo di lavorare. Erano un coppia formidabile, i registi Vincenzo Gamma e Koji Miyazaki, visionari, artisti fin nel midollo. Imparai tantissimo da loro, ma soprattutto fui partecipe di esperimenti che mi diedero linfa vitale per trasformare “La compagnia dei lesinanti” in “Teatro degli Episodi”, che ora ha quasi 40 anni di vita".
Nel frattempo Elide mi narra che si formò anche in vari corsi che frequentò in giro per il Piemonte e creò così i suoi numerosi spettacoli, sempre contrassegnarti da un’attenzione particolare per l’aspetto visivo e per scelte di testi raffinati e mai banali. Le chiedo quali sono gli spettacoli che le sono rimasti nel cuore in tutti questi anni e ci deve pensare un po’. Riflette e mi risponde:
"Sicuramente lo spettacolo sui due “giganti” di Vinadio (“Gli uomini montagna”), ma anche il più recente “Io sono”. Mi è rimasto nel cuore quel “Love in Shakespeare” basato sui sonetti del grande autore inglese, che tutti ci sconsigliavano perché troppo difficile, e invece ha riempito il Toselli e gli altri teatri in cui è stato rappresentato. Io credo che la bellezza parli a tutti e alla fine ci tocchi profondamente.
Naturalmente poi, in questa lunga avventura, ho avuto dei compagni fissi, con cui il rapporto di amicizia e lavoro si è cementato durante gli anni: accanto a mio marito Giorgio (Casiraghi, che segue amorevolmente l’intervista, intervenendo tutte le volte che Elide dimentica un dettaglio e un nome) che condivide con me la passione per il teatro, come non ricordare Germano Giordanengo, Caterina Ciravegna, Paolo Borello, Mara Ghibaudo, Tiziana Dutto, mio fratello, Erio Giordanengo, anche lui presente dagli inizi e indispensabile alla compagnia per tutto ciò che concerne l’aspetto tecnico, luci e audio. Devo molto anche a mia madre, Francesca Ramero, che fin dagli inizi ha creato e cucito molti dei nostri costumi. Il vero successo della nostra compagnia sono i tanti giovani e giovanissimi, che con il loro entusiasmo danno nuova linfa alla compagnia e, soprattutto, ne assicurano il futuro".
Progetti per l’avvenire?
"Tanti, tantissimi, ho in cantiere da tempo uno spettacolo su Matteo Olivero (lo, so, è un testo bellissimo di cui mi sento quasi responsabile, avendolo un po’ ispirato con la mia biografia, ndr) ma ci vuole un attore protagonista assoluto e forse l’ho trovato, e sogno da tempo uno spettacolo su “Le cose” cioè sul rapporto fra noi e gli oggetti, la loro invasività e patologia, a volte, nelle nostre vite. Ma poi ci sono le piccole cose della compagnia che facciamo per la “committenza”, quella per Halloween, ne faremo una natalizia…"
Ci trasferiamo nel suo laboratorio degli Episodi che ora si trova nello spazio ancora vuoto destinato però, presto, a diventare il museo della Resistenza di Boves (e costringendoli a un trasloco). Guardo con interesse il grande tavolo attorno al quale la compagnia legge e studia i copioni, ma anche il magazzino in cui vengono messe da parte le scenografie che magari verranno riutilizzate, nonché i tanti scaffali per costumi e scarpe. Immagino che il trasloco sarà faticoso e certamente Elide lo teme. Ma un nuovo spazio certamente ci sarà per questa compagnia che ormai fa parte del DNA della città di Boves e di Cuneo tutta. Mi piace concludere con una frase di Elide che la riassume e che tanti vorremmo condividere:
"Sono fortunata perché ho sempre fatto quello che mi piaceva, e spesso ho cambiato strada solo per il gusto di imparare… perché si impara facendo".
paesi
Di Elide Giordanengo ho visto al teatro Toselli, come molti cuneesi, il suo ultimo spettacolo: “Senti? I bambini, mai stanchi, ridono…” sulla storia straordinaria della famiglia ebraica Greve e ho pensato che una persona che ci regalava questi momenti emozionanti non poteva mancare nella piccola galleria di artisti/artigiani che compongo per La Guida. Nella categoria lei rientra pienamente perché, per lei, il lavoro di regia è proprio artigianato puro e eclettico:
"Il bello del teatro è la sua multidisciplinarietà. Devi essere davvero multitasking, conoscere un testo, od essere in grado di scriverlo o adattarlo, ma anche avere un’idea della scenografia, sulla recitazione, dei costumi… una regista deve sapere fare un po’ di tutto".
Lo capisco: Elide ha evidenti qualità visive, legate al fatto che ha dipinto molto (e ancora lo fa), che ama l’arredamento (ha una casa semplice ma impeccabile, che non definirò da rivista perché si offenderebbe e perché l’ha realizzata con tanto bricolage, suo e di suo marito Giorgio) e per questo il teatro le dà la possibilità di mettere in gioco le sue diverse competenze.
“Mi sono accorta più volte che, quando si prova uno spettacolo, le persone coinvolte non riescono a immaginare l’effetto di insieme, vedono la loro parte ma non riescono a vederlo “montato”. Io invece sì. Me ne sono accorta fin dall’inizio ed è per questo credo che sono affascinata dalla regia.”
Le chiedo come ha iniziato e lei mi snocciola una storia che ha molto a che fare con il suo paese, Boves:
"Qui a Boves c’era la tradizione dei “lesinanti”, che erano una compagnia che ogni cinque anni si riuniva per rappresentare un antico testo tradizionale: “La storia di Madonna Lesina”, e altre realtà di teatro dialettale e non solo. Tramite Eligio Baudino, insegnante di educazione fisica, da ragazzina, negli anni ‘60 partecipai a uno spettacolo, “Il Soldatino di piombo”, mi piacque, e il seme del teatro, probabilmente, attecchì proprio lì.
Ma la spinta alla regia mi venne dalla mia amica Cecilia Baudino, che da allora è sempre stata al mio fianco e con la quale ho condiviso ogni istante di questa avventura. Ad una mancata messa in scena di “Natale a Casa Cupiello” tradotto in piemontese (davvero non si poteva tradurre lo spirito partenopeo di Eduardo) mi chiese di provare a cercare un’alternativa.
Mi tuffai per settimane nella ricerca di copioni non troppo noti, frequentai biblioteche a Torino e alla fine ne venni fuori con una proposta che fu accettata con entusiasmo: “La zia di Carlo” un testo comico inglese di Brandon Thomas, non troppo noto da noi, che ebbe un certo successo. Da lì continuai.
Una spinta enorme me la diede il contatto con la Compagnia Cantoregi, che era venuta al teatro Toselli per un micro-festival cuneese. Mi videro recitare e mi chiesero di collaborare con loro. Fu per me una magnifica avventura, la prima messa in scena fu “L’acerba et amara mia passione” in cui interpretavo la Beata di Racconigi, ma soprattutto ebbi modo di assorbire il loro modo di lavorare. Erano un coppia formidabile, i registi Vincenzo Gamma e Koji Miyazaki, visionari, artisti fin nel midollo. Imparai tantissimo da loro, ma soprattutto fui partecipe di esperimenti che mi diedero linfa vitale per trasformare “La compagnia dei lesinanti” in “Teatro degli Episodi”, che ora ha quasi 40 anni di vita".
Nel frattempo Elide mi narra che si formò anche in vari corsi che frequentò in giro per il Piemonte e creò così i suoi numerosi spettacoli, sempre contrassegnarti da un’attenzione particolare per l’aspetto visivo e per scelte di testi raffinati e mai banali. Le chiedo quali sono gli spettacoli che le sono rimasti nel cuore in tutti questi anni e ci deve pensare un po’. Riflette e mi risponde:
"Sicuramente lo spettacolo sui due “giganti” di Vinadio (“Gli uomini montagna”), ma anche il più recente “Io sono”. Mi è rimasto nel cuore quel “Love in Shakespeare” basato sui sonetti del grande autore inglese, che tutti ci sconsigliavano perché troppo difficile, e invece ha riempito il Toselli e gli altri teatri in cui è stato rappresentato. Io credo che la bellezza parli a tutti e alla fine ci tocchi profondamente.
Naturalmente poi, in questa lunga avventura, ho avuto dei compagni fissi, con cui il rapporto di amicizia e lavoro si è cementato durante gli anni: accanto a mio marito Giorgio (Casiraghi, che segue amorevolmente l’intervista, intervenendo tutte le volte che Elide dimentica un dettaglio e un nome) che condivide con me la passione per il teatro, come non ricordare Germano Giordanengo, Caterina Ciravegna, Paolo Borello, Mara Ghibaudo, Tiziana Dutto, mio fratello, Erio Giordanengo, anche lui presente dagli inizi e indispensabile alla compagnia per tutto ciò che concerne l’aspetto tecnico, luci e audio. Devo molto anche a mia madre, Francesca Ramero, che fin dagli inizi ha creato e cucito molti dei nostri costumi. Il vero successo della nostra compagnia sono i tanti giovani e giovanissimi, che con il loro entusiasmo danno nuova linfa alla compagnia e, soprattutto, ne assicurano il futuro".
Progetti per l’avvenire?
"Tanti, tantissimi, ho in cantiere da tempo uno spettacolo su Matteo Olivero (lo, so, è un testo bellissimo di cui mi sento quasi responsabile, avendolo un po’ ispirato con la mia biografia, ndr) ma ci vuole un attore protagonista assoluto e forse l’ho trovato, e sogno da tempo uno spettacolo su “Le cose” cioè sul rapporto fra noi e gli oggetti, la loro invasività e patologia, a volte, nelle nostre vite. Ma poi ci sono le piccole cose della compagnia che facciamo per la “committenza”, quella per Halloween, ne faremo una natalizia…"
Ci trasferiamo nel suo laboratorio degli Episodi che ora si trova nello spazio ancora vuoto destinato però, presto, a diventare il museo della Resistenza di Boves (e costringendoli a un trasloco). Guardo con interesse il grande tavolo attorno al quale la compagnia legge e studia i copioni, ma anche il magazzino in cui vengono messe da parte le scenografie che magari verranno riutilizzate, nonché i tanti scaffali per costumi e scarpe. Immagino che il trasloco sarà faticoso e certamente Elide lo teme. Ma un nuovo spazio certamente ci sarà per questa compagnia che ormai fa parte del DNA della città di Boves e di Cuneo tutta. Mi piace concludere con una frase di Elide che la riassume e che tanti vorremmo condividere:
"Sono fortunata perché ho sempre fatto quello che mi piaceva, e spesso ho cambiato strada solo per il gusto di imparare… perché si impara facendo".
Elide Giordanengo, dai Lesinanti agli Episodi
23 novembre 2024
Cuneo
Di Elide Giordanengo ho visto al teatro Toselli, come molti cuneesi, il suo ultimo spettacolo: “Senti? I bambini, mai stanchi, ridono…” sulla storia straordinaria della famiglia ebraica Greve e ho pensato che una persona che ci regalava questi momenti emozionanti non poteva mancare nella piccola galleria di artisti/artigiani che compongo per La Guida. Nella categoria lei rientra pienamente perché, per lei, il lavoro di regia è proprio artigianato puro e eclettico:
"Il bello del teatro è la sua multidisciplinarietà. Devi essere davvero multitasking, conoscere un testo, od essere in grado di scriverlo o adattarlo, ma anche avere un’idea della scenografia, sulla recitazione, dei costumi… una regista deve sapere fare un po’ di tutto".
Lo capisco: Elide ha evidenti qualità visive, legate al fatto che ha dipinto molto (e ancora lo fa), che ama l’arredamento (ha una casa semplice ma impeccabile, che non definirò da rivista perché si offenderebbe e perché l’ha realizzata con tanto bricolage, suo e di suo marito Giorgio) e per questo il teatro le dà la possibilità di mettere in gioco le sue diverse competenze.
“Mi sono accorta più volte che, quando si prova uno spettacolo, le persone coinvolte non riescono a immaginare l’effetto di insieme, vedono la loro parte ma non riescono a vederlo “montato”. Io invece sì. Me ne sono accorta fin dall’inizio ed è per questo credo che sono affascinata dalla regia.”
Le chiedo come ha iniziato e lei mi snocciola una storia che ha molto a che fare con il suo paese, Boves:
"Qui a Boves c’era la tradizione dei “lesinanti”, che erano una compagnia che ogni cinque anni si riuniva per rappresentare un antico testo tradizionale: “La storia di Madonna Lesina”, e altre realtà di teatro dialettale e non solo. Tramite Eligio Baudino, insegnante di educazione fisica, da ragazzina, negli anni ‘60 partecipai a uno spettacolo, “Il Soldatino di piombo”, mi piacque, e il seme del teatro, probabilmente, attecchì proprio lì.
Ma la spinta alla regia mi venne dalla mia amica Cecilia Baudino, che da allora è sempre stata al mio fianco e con la quale ho condiviso ogni istante di questa avventura. Ad una mancata messa in scena di “Natale a Casa Cupiello” tradotto in piemontese (davvero non si poteva tradurre lo spirito partenopeo di Eduardo) mi chiese di provare a cercare un’alternativa.
Mi tuffai per settimane nella ricerca di copioni non troppo noti, frequentai biblioteche a Torino e alla fine ne venni fuori con una proposta che fu accettata con entusiasmo: “La zia di Carlo” un testo comico inglese di Brandon Thomas, non troppo noto da noi, che ebbe un certo successo. Da lì continuai.
Una spinta enorme me la diede il contatto con la Compagnia Cantoregi, che era venuta al teatro Toselli per un micro-festival cuneese. Mi videro recitare e mi chiesero di collaborare con loro. Fu per me una magnifica avventura, la prima messa in scena fu “L’acerba et amara mia passione” in cui interpretavo la Beata di Racconigi, ma soprattutto ebbi modo di assorbire il loro modo di lavorare. Erano un coppia formidabile, i registi Vincenzo Gamma e Koji Miyazaki, visionari, artisti fin nel midollo. Imparai tantissimo da loro, ma soprattutto fui partecipe di esperimenti che mi diedero linfa vitale per trasformare “La compagnia dei lesinanti” in “Teatro degli Episodi”, che ora ha quasi 40 anni di vita".
Nel frattempo Elide mi narra che si formò anche in vari corsi che frequentò in giro per il Piemonte e creò così i suoi numerosi spettacoli, sempre contrassegnarti da un’attenzione particolare per l’aspetto visivo e per scelte di testi raffinati e mai banali. Le chiedo quali sono gli spettacoli che le sono rimasti nel cuore in tutti questi anni e ci deve pensare un po’. Riflette e mi risponde:
"Sicuramente lo spettacolo sui due “giganti” di Vinadio (“Gli uomini montagna”), ma anche il più recente “Io sono”. Mi è rimasto nel cuore quel “Love in Shakespeare” basato sui sonetti del grande autore inglese, che tutti ci sconsigliavano perché troppo difficile, e invece ha riempito il Toselli e gli altri teatri in cui è stato rappresentato. Io credo che la bellezza parli a tutti e alla fine ci tocchi profondamente.
Naturalmente poi, in questa lunga avventura, ho avuto dei compagni fissi, con cui il rapporto di amicizia e lavoro si è cementato durante gli anni: accanto a mio marito Giorgio (Casiraghi, che segue amorevolmente l’intervista, intervenendo tutte le volte che Elide dimentica un dettaglio e un nome) che condivide con me la passione per il teatro, come non ricordare Germano Giordanengo, Caterina Ciravegna, Paolo Borello, Mara Ghibaudo, Tiziana Dutto, mio fratello, Erio Giordanengo, anche lui presente dagli inizi e indispensabile alla compagnia per tutto ciò che concerne l’aspetto tecnico, luci e audio. Devo molto anche a mia madre, Francesca Ramero, che fin dagli inizi ha creato e cucito molti dei nostri costumi. Il vero successo della nostra compagnia sono i tanti giovani e giovanissimi, che con il loro entusiasmo danno nuova linfa alla compagnia e, soprattutto, ne assicurano il futuro".
Progetti per l’avvenire?
"Tanti, tantissimi, ho in cantiere da tempo uno spettacolo su Matteo Olivero (lo, so, è un testo bellissimo di cui mi sento quasi responsabile, avendolo un po’ ispirato con la mia biografia, ndr) ma ci vuole un attore protagonista assoluto e forse l’ho trovato, e sogno da tempo uno spettacolo su “Le cose” cioè sul rapporto fra noi e gli oggetti, la loro invasività e patologia, a volte, nelle nostre vite. Ma poi ci sono le piccole cose della compagnia che facciamo per la “committenza”, quella per Halloween, ne faremo una natalizia…"
Ci trasferiamo nel suo laboratorio degli Episodi che ora si trova nello spazio ancora vuoto destinato però, presto, a diventare il museo della Resistenza di Boves (e costringendoli a un trasloco). Guardo con interesse il grande tavolo attorno al quale la compagnia legge e studia i copioni, ma anche il magazzino in cui vengono messe da parte le scenografie che magari verranno riutilizzate, nonché i tanti scaffali per costumi e scarpe. Immagino che il trasloco sarà faticoso e certamente Elide lo teme. Ma un nuovo spazio certamente ci sarà per questa compagnia che ormai fa parte del DNA della città di Boves e di Cuneo tutta. Mi piace concludere con una frase di Elide che la riassume e che tanti vorremmo condividere:
"Sono fortunata perché ho sempre fatto quello che mi piaceva, e spesso ho cambiato strada solo per il gusto di imparare… perché si impara facendo".