cultura
La recezione figurativa pagana e cristiana del cinghiale
17 novembre 2024
Cuneo
Quella del cinghiale sulle nostre montagne è una presenza registrata fin dall’epoca preistorica. Più che di una presenza costante si dovrebbe però parlare di una presenza fluttuante, legata al rapporto più o meno conflittuale stabilito dall’ uomo, nelle diverse epoche con questo animale. E se un tempo l’incontro col cinghiale era una cosa rara e legata a precisi contesti alpini, oggi la loro massiccia diffusione fa sì che questo stesso incontro sia diventato piuttosto ordinario, oltre che possibile anche in aree in cui un tempo era quasi da escludersi del tutto. Così ormai praticamente tutti nelle nostre zone, e talora persino senza muoversi da casa, ha avuto modo di vedere piuttosto da vicino questi animali: una sorta di maiale selvatico, col corpo massiccio e le gambe corte. Ed è forse quest’ultimo abbinamento a consentire al cinghiale di muoversi agilmente in ambienti boscosi, cercando cibo con il suo muso allungato e grazie al suo straordinario olfatto. Né le gambe corte gli impediscono di muoversi agilmente e velocemente, visto che in una sola notte risulta in grado di percorrere tratti che superano i 30-40 chilometri. I maschi adulti poi si riconoscono, oltre che dalla mole, anche per le loro zanne pronunciate, che utilizzano per scavare e ricercare radici di cui, pur essendo onnivori, sono particolarmente ghiotti. Non senza connotarsi, nella ricerca di cibo, come estremamente voraci.
Se nel mondo classico la figura del cinghiale evocava la potenza primordiale della natura richiamandone la potenza sempre pronta a diventare tanto dirompente da rasentare la ferocia, nella simbologia cristiana ad andare perduto è proprio il tratto positivo che il mondo antico attribuiva a questo animale. Ad affiorare in modo radicale è dunque il suo tratto negativo, peraltro radicato nel legame che la tradizione cristiana mantiene con il mondo ebraico: in quest’ultimo infatti il cinghiale, inevitabilmente legato al maiale e preso quasi peggiore rispetto a questo dal suo essere un’animale selvatico, è considerato non solo impuro ma anche animato da una volontà di devastazione: è proprio lui, infatti, ad essere segnalato dai salmi come colui che devasta e calpesta la vigna del Signore (Sal 80, 10). Non è dunque strano che nella simbologia cristiana il cinghiale assuma significati che ne evidenziano l’impurità, la violenza e la ferocia. E questo al punto che esso diventerà uno degli animali spesso inserito in quella diffusa rappresentazione delle forme del male attraverso i peccati capitali, elaborata dal figurativo medievale e nota come “cavalcata dei vizi (e delle virtù)”. E sarà proprio in questo soggetto pittorico che il cinghiale, in modo peraltro non omogeneo si trasformerà in metafora visiva talora della lussuria, talora della gola e talora dell’avarizia.
La presenza del cinghiale, in una forma nella quale a fondersi sembrano essere la sua valenza simbolica classica e quella cristiana, è riscontrabile nella complessa raffigurazione dello zodiaco inserita nel pavimento a mosaico del duomo di Otranto. L’opera, realizzata tra il 1163 e il 1165 da Pantaleone presbitero su una superfice che si estende per circa 340 metri quadrati, è stata definita come un’autentica “enciclopedia in immagini”, visto che in essa non solo è narrata l’intera “storia della salvezza” ebraico-cristiana, ma anche trovano posto rappresentazioni che evocano la mitologia greca e la vita quotidiana dell’epoca. Ed è proprio nel singolare zodiaco inserito in questo grande mosaico che, nel legare i simboli dei mesi alle attività svolte in essi, nel mese di dicembre si ritrovano raccordati il simbolo del capricorno con una scena di caccia al cinghiale (Fig. 1): e ad esservi rappresentato è proprio un uomo intento a colpire un cinghiale col suo lungo pugnale, mentre con la mano sinistra lo tiene fermo per le orecchie, impedendogli di muoversi. Una situazione ovviamente improbabile, ma estremamente ricca sul piano simbolico nel suo esprimere in una prospettiva “classica” la forza dirompente del cinghiale e sottolineare in un’ottica “cristiana” la necessità di contrastare questa forza sopprimendola senza esitazione. Il tutto reso attraverso una rappresentazione di caccia probabilmente familiare a chi all’epoca osservava il mosaico di Otranto.
Anche il figurativo tardomedievale cuneese, nell’assumere a soggetto delle sue rappresentazioni la figura del cinghiale, non smarrisce affatto la sua dimensione simbolica legata al mondo classico. Emblematico al riguardo è l’affresco a grisaille dipinto da Hans Clemer all’inizio del XVI secolo su una delle facciate esterne di Casa Cavassa a Saluzzo (Fig. 2). In esso, all’interno di un ciclo dedicato alle ben note “fatiche di Ercole”, inserisce una scena dedicata proprio allo scontro tra l’eroe classico e il cinghiale dell’Erimanto. Protagonisti di questa scena sono, evidentemente, Ercole e il cinghiale, ben evidenziati nella loro identità dal nome collocato proprio al di sopra delle loro specifiche raffigurazioni. La terza fatica di Ercole narra dell’eroe greco che, per affrontare un enorme cinghiale, lo indusse a inseguirlo a lungo per poi, dopo averlo stancato, imprigionarlo con una rete e portarlo al re Euristeo. Così l’affresco di Clemer, prendendo spunto da questo mito, rappresenta Ercole e il cinghiale nel momento stesso del loro violentissimo scontro: il cinghiale intento ad attaccare con ferocia l’eroe e quest’ultimo invece rappresentato nell’atto di reagire scagliandosi contro l’animale. E colpirlo con un nodoso bastone, presumibilmente identificabile con la sua ben nota clava, con l’intento di dominare la dirompente forza primordiale che ne animava l’istinto distruttore.
La simbologia negativa implicita alla figura del cinghiale nell’orizzonte della tradizione cristiana trova invece una sua espressione magistrale nella cavalcata dei vizi dipinti dai fratelli buschesi Tommaso e Matteo Biazaci nel santuario di Nostra Signora delle Grazie (Fig. 3) di Montegrazie, un paesino collocato sull’Appenino ligure in una posizione non distante da Imperia, ma nemmeno dai confini della Granda. In questa cavalcata dei vizi, in modo un po’ inconsueto visto che più spesso questo animale viene abbinato alla lussuria e alla gola, è assunta a simbolo dell’avarizia. Della sua nera figura, ben riconoscibile dalla possente mole e dalle corte gambe, oltre che dalla sottile coda a ricciolo, il deterioramento di una parte dell’affresco dei Biazaci impedisce di vedere il muso e le zanne che certamente lo connotano. È piuttosto probabile che proprio queste due ultime parti del corpo del cinghiale, quelle di cui esso si serve per procurarsi cibo, non senza devastare interi campi per raggiungere questo obiettivo, abbiano indotto a trasformare la sua immagine in una metafora dell’avarizia. È proprio questa sua voracità inarrestabile ad aver consentito ai Biazaci di accostarlo alla figura dell’avaro, dipinto a cavallo del cinghiale con un elegante abito arancione mentre tiene stretti nella mano destra ed esibisce vistosamente due sacchetti evidentemente pieni di denaro.