chiesa
Il Dio della Bibbia vede le persone e si pone spontaneamente accanto agli sfruttati
17 novembre 2024
Cuneo
Gli effetti della pandemia da Covid, e poi della guerra in Ucraina, lo sappiamo, sono stati pesanti anche per molte attività commerciali nostrane. Tra quelle, a uscirne un po’ peggio sono state quelle catene di commercio equo e solidale che vogliono impostare un modello economico più giusto per tutti: una delle realtà più grandi del cuneese è in procinto di chiudere, anche se altri, eroicamente, riescono a restare ancora in piedi. Le nostre campagne, poi, si riempiono nella stagione della raccolta della frutta di manovali che alcuni trattano con equità, ma che spesso sono pagati veramente poco, tanto che risulta difficile immaginare che degli italiani si assumano quelle fatiche a quei salari. D’altronde, chi produce lamenta, a ragione, che ciò che viene pagato ai produttori fatica a rendere ragione del lavoro che c’è dietro. E, insieme, tutti ci lamentiamo dei prezzi alti dei prodotti anche locali quando andiamo a comprarli.
C’è un modo di uscire da questo rebus? Non è questo il luogo per considerazioni e ricette economiche, che di certo se fossero facili sarebbero già state fatte proprie da tanti.
Qui però possiamo volgere uno sguardo sulla Bibbia, che spesso si ritiene piena di norme sessuali o alimentari ma che riteniamo poco significativa per le questioni economiche o sociali.
Tutt’altro. È vero che i testi biblici vanno pesati più che contati, ma è anche vero che sono numerosissime le pagine di profeti e non solo che se la prendono con i ricchi del paese (cioè con “i nostri”: è più facile attaccare i forestieri) per l’ingiustizia dei trattamenti economici. Così tanti e duri da non poterli trascurare. È Geremia che maledice chi nega al salariato quanto gli spetta (Ger 22,13-17), confidando magari ipocritamente nella propria religiosità (7,1-11), è Malachia che mette sullo stesso piano l’adultero, lo spergiuro e «chi froda il salario all’operaio» (Mal 3,5)! È Isaia che rifiuta un rispetto delle leggi religiose che non passi dalla correttezza nei confronti dei propri operai (Is 58,3-6).
Anche la legge stessa, più tradizionale, è chiarissima al riguardo: «Non tratterrai il salario del bracciante al tuo servizio fino al giorno dopo» (Lv 19,13), e Dt 24,14 precisa che lo stesso trattamento non cambia neppure in presenza di un forestiero non appartenente al popolo d’Israele: in quel passo, anzi, si precisa che se il salariato dovrà lamentarsi presso Dio, sarà ascoltato, anche se fosse un non ebreo a lamentarsi di un ebreo! Siracide arriva a dire che «uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario giusto all’operaio» (Sir 34,26-27).
Non mancano peraltro anche nel Nuovo Testamento parole durissime, alzate soprattutto da Giacomo: «Le vostre ricchezze sono marce! Grida il salario dei lavoratori che hanno mietuto nelle vostre terre e che voi non avete pagato!» (Gc 5,3-5).
Insomma, anche se di certo la Bibbia non si presenta in prima battuta come un’opera sindacale, l’attenzione alla giustizia sociale, soprattutto nei confronti dei più poveri e quindi più fragili e sfruttabili, è presentissima, molto più delle preoccupazioni sessuali che nella tradizione cattolica sono diventate tanto centrali. Perché il Dio della Bibbia vede le persone e si pone spontaneamente accanto agli sfruttati, al punto da garantire di ascoltare il loro grido anche se fossero stranieri, più di quello dei pii giudei (o cristiani…) che li sfruttano.