economia
Patto sulla migrazione e l’asilo per frontiere più chiuse
16 novembre 2024
Cuneo
Nel prossimo futuro raggiungere l’Europa e varcare i suoi confini sarà ancor più difficile e doloroso per le migliaia di persone che ogni anno cercano nel Vecchio Continente un luogo in cui vivere dopo drammi e sofferenze d’ogni genere.
Con il via libera al Patto sulla migrazione e l’asilo (pienamente operativo solo nel giugno 2026), nel maggio scorso il Consiglio europeo ha deciso di dotarsi di un ‘pacchetto’ di norme che avrà lo scopo di tenere chiuse il più possibile le frontiere dei Paesi europei. Un nuovo assetto giuridico che inciderà pesantemente soprattutto su chi già vive situazioni di fragilità ed emarginazione e che, nei fatti, innescherà un marcato deterioramento dei diritti umani più elementari.
Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà e membro di Asgi (Associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione), ha chiaro quello che sta accadendo e cerca di capire quello accadrà. Lui è anche studioso e autore di uno dei saggi che compongono il volume “Chiusi dentro”, che il progetto Sai Cuneo presenterà a Scrittorincittà domenica 17 novembre.
Che scenario dobbiamo aspettarci dopo l’approvazione del Patto in materia di migrazione?
Ciò che si è venuto a delineare con l’approvazione del Patto nel maggio scorso era in parte già stato anticipato dal documento del 2015 intitolato Agenda europea sulla migrazione, attraverso cui la Commissione promuoveva una strategia tesa al processo di esternalizzazione delle frontiere e alla possibilità di affidare a Paesi terzi il compito di ostacolare i flussi migratori verso il nostro continente. L’Agenda, che non è stata attuata per mancanza di un accordo, conteneva una serie di richiami al rispetto di alcuni valori fondamentali dell’Unione e tentava quantomeno di superare specifici aspetti negativi dell’attuale sistema di asilo (per esempio attraverso la riforma del Regolamento Dublino).
Il testo di questo Patto risulta invece essere estremamente regressivo. Da esso è di fatto scomparso qualunque riferimento a elementi di tutela e lo stesso linguaggio adottato appare in qualche modo più ‘violento’, il che fa capire quale sia la direzione impressa al nuovo assetto normativo: proseguire massicciamente nella scelta di esternalizzare le frontiere attraverso accordi spregiudicati con Paesi terzi a qualunque condizione. C’è stato in realtà qualche timido tentativo, in sede di discussione al Parlamento europeo, di introdurre determinati vincoli per fare in modo che proprio quei Paesi, destinatari di aiuti economici e logistici dall’Europa, fossero tenuti a rispettare alcuni requisiti basilari, come il riconoscimento di forme di protezione per le persone rifugiate presenti sul loro territorio o la costruzione di percorsi di inclusione sociale, ma purtroppo queste proposte sono state rigettate con forza da parte degli Stati chiamati a discuterne. Questo ha in definitiva significato procedere verso l’esito che oggi abbiamo sotto gli occhi, in cui risulta assente qualunque pur minimo riferimento ai criteri di correzione di cui dicevo e in base al quale l’esternalizzazione avanza velocemente in accordo con Paesi che - ribadisco - vengono nei fatti pagati per occuparsi del ‘lavoro sporco’.
Tutto ciò che riflessi ha e avrà nell’esistenza delle persone che si spostano e si sposteranno verso l’Europa?
Per ciò che riguarda la dimensione per così dire interna, il nuovo regolamento prevede di trasformare la maggioranza delle procedure di esame delle domande di asilo dalla categoria di ‘ordinarie’ a quella di ‘accelerate di frontiera’: si tratta di una differenza enorme, che implica in sostanza il disconoscimento di diritti e tutele per la persona che intenda entrare in Europa. Le procedure accelerate si basano infatti su tempi di esame strettissimi - a differenza di quelli che le procedure ordinarie solitamente implicano - e non riconoscono il diritto delle persone migranti a entrare nel territorio dell’Unione. In base a queste nuove procedure, si configura una situazione che ha dell’inquietante, dal momento che viene applicata la cosiddetta ‘finzione giuridica di non ingresso’, in base alla quale benché si trovi fisicamente sul territorio continentale (in genere all’interno di un centro o di una struttura pensata a questo scopo), la persona soggetta alla procedura accelerata è come se non ci fosse, costretta in qualche modo a vivere sulla soglia di una frontiera immaginaria.
E cosa cambia?
Tutto ciò significa che per talune persone - in questo caso chi migra per giungere in Europa - la frontiera si traduce in qualcosa di smaterializzato ma al contempo molto reale, che può trovarsi in qualunque luogo; il che causa a sua volta una condizione di confinamento fisico che corrisponde alla negazione di qualunque libertà di movimento e di circolazione. Esame accelerato della domanda di asilo con garanzie procedurali ridotte e tempi estremamente compressi per presentare ricorso da parte della persona migrante diventano così strumenti utili per il raggiungimento di uno scopo ben preciso - ma presumibilmente irrealizzabile -, e cioè impedire il movimento delle persone la cui domanda è stata respinta e procedere con rimpatri molto più veloci verso il Paese d’origine.
Tutto ciò innescherà la prevedibile proliferazione sul territorio dell’Unione di strutture di confinamento e di detenzione, molto più numerose di quanto già non siano. Ma non basta. Stiamo assistendo a un sempre più evidente processo di ‘colpevolizzazione’ di persone che arrivano in Europa per esercitare un diritto fondamentale, quello della richiesta d’asilo; e in questo senso l’utilizzo di un linguaggio fortemente distorto da parte della propaganda politica e mediatica quotidiana è stato determinante nel plasmare l’attuale percezione comune: si è riusciti a far passare il concetto di ‘migrante illegale’, quando in realtà non vi è nulla di illegale nel chiedere asilo.
Il protocollo Italia-Albania sul trasferimento delle persone migranti in centri extraterritoriali di cui si parla molto in queste settimane può essere interpretato come una scelta che sarà seguita da altri Stati in futuro, una sorta di prova generale?
Innanzitutto ricordo che il nuovo Patto non autorizza l’applicazione di procedure d’esame delle domande d’asilo al di fuori del territorio dell’Unione e, pertanto, la questione legata a quel protocollo non può essere interpretata come un’anticipazione del Patto stesso ma come qualcosa di esterno a esso, una forzatura. Una forzatura che ha tuttavia fatto emergere, a livello continentale, un evidente interesse politico volto a ipotizzare ulteriori scenari, come per esempio la possibilità, un domani, di delocalizzare in Paesi terzi l’esame delle domande d’asilo. L’idea di fondo sarebbe in sostanza di arrivare a impedire l’accesso in Europa tramite l’esternalizzazione delle frontiere, spingendo al contempo verso una richiesta d’asilo che sarà possibile inoltrare solo da territori extracontinentali: si tratta a ben vedere di un’ipotesi abnorme che mira a immaginare, in futuro, la concreta eventualità di spostare un po’ più in là i limiti giuridici e normativi che oggi il Patto contempla in materia migratoria. E infatti le prese di posizione da parte della Commissione europea di fronte alla vicenda albanese sono state significativamente poco incisive e dirimenti.
In ogni caso, per il momento quanto accaduto ha sollevato la questione relativa alla definizione e applicazione della nozione di ‘Paese d’origine sicuro’ e, proprio in questo senso, nel caso delle persone trasferite in Albania nella prima missione della nave militare Libra il Tribunale di Roma ha ritenuto non potesse essere considerato valido il loro trattenimento in un hot spot oltre Adriatico. Resta comunque il fatto che siamo solo all’inizio di una situazione che rappresenta un vero e proprio vaso di Pandora, fonte di un’infinità di problematiche che emergeranno in merito a una scelta politica che costituisce senza dubbio una forzatura del diritto.