
In un contesto globalizzato esistono realtà in cui ingegno, manualità e pratica costituiscono la cifra del vivere quotidiano e si trasmettono di padre in figlio. Mondi piccoli, radicati nel territorio, che restituiscono un senso di appartenenza, sancendo una connessione con la storia locale.
Ai piedi della Bisalta prende forma un ecosistema di piccole imprese, protagonista di fenomeni di eccellenza, in cui la filiera produttiva rimane il cardine del tessuto artigianale e ne preserva la ricchezza.
A Chiusa Pesio, Guido Bottasso ha cinquantotto anni, produce infissi da trentacinque e ha ricevuto da Confartigianato il premio “Esperienza artigiana”.
“Ho iniziato quando avevo quattordici anni - racconta - in una falegnameria artigiana, poi a ventidue mi sono sposato e nello stesso periodo ho aperto la mia azienda in una casa in località Vigna, coadiuvato da mio padre. Il laboratorio in realtà era una tettoia per il ricovero degli attrezzi, bassa, pioveva dentro e quando accendevamo la stufa si creava una nebbia così fitta da non vedere più le cose. Non c’era la corrente, la mia era l’unica attività artigianale nella zona e l’Enel non aveva interesse a portare l’elettricità a quell’unica impresa. Producevo la luce con un generatore attaccato a un trattore, che faceva un rumore pazzesco durante tutto il giorno”.
Nella storia dell’azienda, le vicende professionali si intrecciano con quelle famigliari.
“Il giorno dopo il matrimonio sono partito con mia moglie per il viaggio di nozze, diretto in Trentino, per comprare degli utensili. La fase di acquisto è durata dalle 7.30 alle 12 e mia moglie mi ha aspettato per tutto quel tempo in auto al freddo”.
In breve tempo l’azienda ha iniziato a svilupparsi.
“Qualche tempo dopo ho assunto un dipendente e comprato altre macchine utensili, naturalmente usate. Ricordo il primo mutuo: 18.500.000 lire, una cifra enorme, di conseguenza la preoccupazione era tanta. Le cose hanno iniziato ad andare bene, ho assunto altri operai, riuscendo ad acquistare una macchina nuova”.
Ma anche quando tutto sembra girare per il verso giusto, non mancano gli imprevisti. “Il nuovo macchinario non entrava in laboratorio, era troppo grande, non esisteva un varco tale da consentirle di entrare. L’unica soluzione percorribile era il passaggio dal tetto e così abbiamo fatto. Con mio padre abbiamo smontato la copertura del capannone, introdotto la macchina con la gru e rimontato il tutto nel giro di due giorni. Quando abbiamo terminato ci siamo messi a piangere”.
Per la produzione sono sempre state privilegiate le materie prime locali, come il legno di castagno. “In valle Pesio i castagneti hanno storicamente rivestito un ruolo importante, sia per il frutto sia per il tipo di legno che poteva essere utilizzato per costruire mobili e serramenti ma anche per riscaldare. Tagliavamo le assi e le mettevamo in piedi per un periodo di due anni, esposte alle intemperie affinché si spurgassero. Mi sono creato una nicchia lavorando quel tipo di legname e ancora oggi la nostra produzione è costituita per l’ottanta percento da castagno. Altre aziende prediligono materiali più comodi da lavorare, come i legni americani che arrivano in tavole lunghe cinque metri, pronte da tagliare. Il castagno è corto, ha tanti nodi, è più difficile da trasformare, richiede più tempo. Però una finestra in castagno resiste per tutta la vita, è pressoché eterna”.
Quando si vende è necessario che i potenziali acquirenti possano vedere, toccare con mano il prodotto, è un passaggio obbligato, una regola del commercio.
“Allora non esisteva un’esposizione perché disponevo di una tettoia agricola, un capannone, così ho creato l’esposizione nell’alloggio di mia nonna che viveva proprio lì accanto. Era piccolo e potevo mostrare pochi manufatti e in un certo senso mi dispiaceva perché avrei voluto far vedere di più. Un giorno è venuto un cliente, gli ho mostrato dove lavoravo con un certo imbarazzo e lui mi ha detto: qui c’è profumo di legno e c’è tanta poesia. È stato il migliore incoraggiamento, una carica forte, questo è l’aspetto più umano del mio lavoro”.
Negli anni recenti l’azienda di Guido Bottasso è ulteriormente cresciuta e se nel 2000, dopo undici anni di lavoro, i dipendenti erano sei, oggi sono undici.
“Non ci stavamo più e così dopo alcune valutazioni ho deciso di costruire l’attuale capannone, il primo insediamento in quest’area artigianale. Per il mezzo di Confartigianato ho beneficiato di contributi su alcune leggi specifiche che si sono rivelati importantissimi. Poi nel 2010 è arrivato l’ampliamento, dove facciamo altri tipi di lavorazioni per andare incontro alle esigenze di chi predilige altri materiali, o che per ragioni diverse intende spendere meno”.
Nel nuovo capannone vengono creati infissi in legno/alluminio, realizzati in legno con una cover esterna di alluminio, serramenti in pvc o interamente in alluminio.
“Lo richiede il mercato. Spesso sono io a consigliare il cliente, dipende dal tipo di casa. Capita che ci chiamino per restaurare delle finestre o delle porte, a cui doniamo una nuova vita. È un lavoro gratificante, che regala grandi soddisfazioni. Due anni fa abbiamo comprato una “macchina 4.0” tutta automatica, robotizzata, che tuttavia non ha cancellato la manodopera, anzi dopo di allora ho ancora assunto”.
Nell’impresa Guido ha coinvolto tutta la famiglia.
“Ho tre figli, due femmine e un maschio. Mio figlio mi aiuta nella lavorazione, una figlia si occupa dei contatti con i clienti e della contabilità insieme a mia moglie. L’altra mia figlia lavora invece all’estero”.
A Guido chiediamo cosa l’ha portato a scegliere questo tipo di lavoro.
“La scelta era tra il falegname e il panettiere. Avevo quattordici anni, terminate le scuole mio padre mi chiese cosa intendessi fare e siccome mi piaceva mangiare risposi il panettiere. Passammo in rassegna molte panetterie di Cuneo, ma era giugno e tutti mi dicevano di aspettare dopo le ferie. Andai così da un falegname di Peveragno che sapevamo fosse alla ricerca di personale e iniziai da lui. Dopo una settimana due fornai mi hanno cercato ma ormai avevo deciso e lì sono rimasto”.
Da allora tante cose sono cambiate nel modo di lavorare, nell’approccio con il mestiere e nella reperibilità della forza lavoro.
“Non c’è ricambio di manodopera. I nostri ragazzi studiano ma chi prenderà il nostro posto? A diciotto anni io ero già operaio e a venti in molti si mettevano in proprio. Ci stanno aiutando le scuole San Carlo di Boves, e i ragazzi che preparano ce li contendiamo tra artigiani. Adesso anche le donne lavorano in falegnameria, sono più pazienti soprattutto in alcune particolari lavorazioni”.
Nelle parole di Guido, affiancato sempre dalla moglie Susi che con cui ha condiviso tutti gli snodi importanti della vicenda umana e professionale, trapela la passione per un lavoro che è parte integrante della propria esistenza e che continua a sperimentare malgrado da marzo abbia maturato la pensione.
“Non c’è soddisfazione più grande di vedere un cliente contento o di ammirare un lavoro completato e ben realizzato”.
Difficile dargli torto ammirando la produzione della “Bottasso serramenti”. E allora viene da pensare che fu buona sorte che in quel giugno di trentacinque anni prima, le panetterie di Cuneo avessero rimandato l’assunzione e Guido abbia scelto di essere falegname.