
Le cicatrici fisiche e interiori non hanno scalfito la sua forza e la vitalità, come mostrano gli occhi vispi e buoni.
Enrico Pellegrino (classe 1938) è nato e vissuto nel centro storico, che ama profondamente. La sua vita non è stata una passeggiata: gli anni della guerra, i sacrifici e la prematura scomparsa dell’amata moglie Lucetta lo hanno segnato, ma ha saputo mantenere l’amore al centro, crescendo figli e nipoti in modo esemplare. Volentieri racconta gli anni di gioventù che ci restituiscono immagini di una città tanto diversa, quanto affascinante: “Abitavamo in via Busca, di fronte ai ‘Cronic’, come veniva comunemente chiamato il Mater Amabilis, ospizio per la povera gente, oggi elegante sede universitaria, a cui si accede da via Ferraris di Celle. Oltre ai miei genitori, eravamo 6 figli, 3 femmine e 3 maschi, di cui ero il minore, per questo in casa venivo chiamato Picin, il piccolino. Prima della mia nascita, un settimo figlio morì ad appena 8 mesi di pertosse, che a quei tempi era detta tosse asinina.
Le bombe su Mater Amabilis
Vedendo in Tv le recenti immagini della guerra in Ucraina sono sempre colpito dagli occhi dei bambini, in cui rivedo me stesso a quell’età. Sono nato nel ’38, l’anno delle leggi raziali e cresciuto in piena guerra.
Le bombe, gli spari e il clima di tensione erano la quotidianità ed è incredibile come un bambino si abitui presto e trovi curiosi e a tratti divertenti, anche quegli scenari. Ricordo perfettamente il 28 agosto ‘44 quando ci fu il bombardamento sul Mater Amabilis: i miei fratelli sentendo gli aerei corsero sul balcone per vedere cosa stesse accadendo. L’ordigno sganciato, proprio di fronte a casa nostra, creò un enorme spostamento d’aria che ruppe tutti i vetri dell’abitazione e loro furono scaraventati a terra dove percorsero strisciando l’intero balcone e si trovarono schiacciati contro la ringhiera.
Erano le ore 14 circa e, fortunatamente, molti ospiti della struttura erano usciti per la passeggiata che salvò loro la vita. La bomba sventrò l’edificio centrale dell’ospizio: oltre ai numerosi feriti, morirono una quarantina di persone, tra cui 7 delle 10 suore Giuseppine, 19 ricoverati e alcune altre persone che avevano cercato riparo nel rifugio antiaereo lì presente.
Poco dopo, un altro boato fu determinato da un secondo ordigno che cadde ai numeri civici 18 e 20 di via Roma, all’angolo di via Sette Assedi, sul fabbricato noto come casa Campiglia, quasi di fronte alla Cassa di Risparmio. Crollò un’intera ala del palazzo e vi furono 6 morti, con danni più lievi alle abitazioni vicine.
Eravamo in casa con mamma, terrorizzata! Mio papà era operaio a Elva, intento nella costruzione della strada. Tornava a casa ogni 15 giorni per il fine settimana. Non avevamo l’auto, quindi, partiva da Cuneo il lunedì mattina all’alba in bicicletta e raggiungeva Prazzo, dove c’era il campo base del cantiere e di lì con i colleghi saliva con i camioncini del lavoro ad Elva.
L’Asilo Cattolico
Frequentai l’Asilo Cattolico, tuttora in via Asilo, come l’intera mia famiglia. Un giorno rincasai felice dicendo a mamma: ‘Oggi siamo andati a giocare nel giardino nuovo’, intendendo il bel giardino recintato situato posteriormente alla struttura. Mia mamma rispose: ‘Ci andavo già anche io nel giardino nuovo’. Non colsi ovviamente la sottigliezza e continuai a reputarlo una novità. Conservo un ricordo piacevole e divertente degli anni di scuola materna. Evidentemente mia sorella Marisa, di 13 anni più grande, che da poco ci ha lasciati, non direbbe la stessa cosa. Partiva di casa ogni mattina col cestino in cui mamma metteva un po’ di frutta o un uovo sodo per il pranzo. Le suore Giuseppine ci servivano solo la minestra, il resto lo si portava da casa. Marisa aveva trovato l’escamotage: proseguiva oltre l’asilo e si recava alla Montagnola, dove trascorreva la giornata tra i prati e il laghetto. A pranzo si accontentava del contenuto del cestino e puntualmente nel pomeriggio rincasava all’ora esatta, senza quindi insospettire nessuno. Un giorno la guardia, durante il suo giro, notò la bambina sola e soprattutto la riconobbe. Il centro storico era popoloso, ma tutti si conoscevano. Presa per mano, la condusse in Comando, in pPiazza Audiffredi, non lontano da casa nostra e mandò ad avvisare mamma, che andò a riprendersela. Nostra madre fu mortificata per la bravata della bimba, ma soprattutto per il fatto che pur essendo la guardia un vicino di casa e conoscendoci bene, avesse dato tanta ufficialità all’evento, registrandolo. Fortunatamente l’episodio non ebbe alcuna conseguenza.
Grembiule nero e fiocco blu
Anche delle elementari, frequentate in corso Soleri, ho un ricordo piacevole. Grembiule nero e fiocco blu, la classe era composta di soli maschi e tenuta a bada dalla maestra Aime, un donna autorevole, ma buona e dai modi gentili. Un’istituzione della scuola era l’infermiera, Tota Nam; l’appellativo Tota si usava per indicare signorina, donna non sposata. Capitava sovente che qualche alunno di sbucciasse le ginocchia o si ferisse giocando: lei prontamente disinfettava e tamponava le lesioni. Di tanto in tanto giungeva il momento di qualche vaccinazione, di cui si occupava per l’intera scolaresca. Come dimenticare, poi, i cicli di olio di fegato di merluzzo, dal sapore terribile? Periodicamente, ci veniva somministrato come ricostituente: era un intruglio di colore paglierino, che ingurgitavamo con irrinunciabili smorfie di disgusto. Tutti in fila indiana passavamo dall’infermiera, che con lo stesso cucchiaio riempiva le bocche. Se qualche allievo era recalcitrante veniva immobilizzato dalla signorina e dal maestro o dal bidello: uno gli tappava il naso, l’altro infilzava il cucchiaio!
Il giovedì fascista
Il giovedì non si andava a scuola, in onore al regime: la maggior parte degli allievi, vestiti da Figli della lupa, Balilla e Piccole italiane sfilava nel cortile e nelle vie cittadine. Non partecipai mai a questi cortei e la maestra non si mostrò contrariata per le scelte delle nostre famiglie. Mio padre due volte fu picchiato dai fascisti: la prima in quanto, imbattendosi in un corteo funebre dinnanzi al Duomo, fece il segno della croce. Trattandosi del funerale di un gerarca, fu schiaffeggiato dalle camicie nere per aver fatto il segno della croce, anziché il saluto fascista. Un’altra volta in un bar fu catturato con la richiesta di aprire il suo appartamento al piano superiore. Invano cercò di spiegare che quello non era il suo indirizzo di residenza. Fortunatamente un miliziano più istruito verificò il suo documento di identità e spiegò ai colleghi che l’uomo risiedeva altrove.
Fu uno di quei giovedì di vacanza a costarmi caro: pur avendo appena 7 anni, avevo già ben sviluppato il senso del commercio. Vedendo il continuo andirivieni di persone che si intrufolavano tra le macerie conseguenti il bombardamento del Mater Amabilis, per appropriarsi di resti di ogni genere ancora seppelliti, avevo iniziato ad imitarne il comportamento, con bottini più o meno nutriti. Il 10 novembre ’45, entrai a caccia di ferro, che avrei poi rivenduto. Avevo adocchiato un portoncino, che iniziai a liberare dai calcinacci. Era situato in alto rispetto alla mia posizione e dovetti faticare il giusto: improvvisamente qualcosa andò storto e fui travolto da quell’anta di ferro, che mi piombò sul cranio. Ebbi la forza di correre in strada in un bagno di sangue, con uno sbrego che andava dalla nuca alla fronte. Un passante mi raccolse e prontamente mi infilò sotto la fontana di via Busca. Le mie urla e lacrime attirarono soccorritori improvvisati, che mi portarono in ospedale, allora nelle vicinanze in via Santa Croce. Fui operato d’urgenza dal dr. Marchisio, che mi seguì nei tre mesi di ospedalizzazione. Tuttora conservo la cicatrice che mi attraversa l’intera scatola cranica, ma che non fu sufficiente a farmi esonerare dal servizio militare!
Un centro pulsante
Cuneo era essenzialmente concentrata tra piazza Torino e piazza Galimberti: le vie pullulavano di gente e di attività. Ricordo tantissime osterie, molte delle quali con stallaggi: si riempivano di gente delle campagne, che veniva in città per vendere o comprare merce e bestiame in occasione dei mercati del lunedì, martedì e venerdì. La maggior parte si spostava con animali da carico, che trovavano ospitalità nelle stalle cittadine, i garage di un tempo!
In via Busca, angolo via Dronero, poco lontano da casa nostra, c’era il panettiere. Di fronte, sorgeva la caserma della Fanteria, che si affacciava anche su corso Kennedy, allora corso Stura. Ho ancora negli occhi le immagini della povera gente, che all’ora di pranzo e di cena si avvicinava ai finestroni della sua cucina. Dalle inferriate sporgevano mestoli, che riempivano piatti e ciotole. Per anni i militari hanno contribuito a sfamare i meno abbienti. Fortunatamente non dovemmo mai ricorrere a queste scene pietose: le mie sorelle, già più grandi, iniziarono presto a lavorare come sarte, contribuendo al ménage familiare.
C’era poi l’arte di arrangiarsi, in cui ci si cimentava sin dalla più tenera età. Conservo un caro ricordo di mio fratello Beppe, purtroppo scomparso giovane: il lunedì mattina alle 5, di soppiatto, usciva di casa con un secchiello e raggiungeva piazza Foro Boario. I contadini arrivavano a quell’ora con i loro animali in vendita e, dopo averli legati negli stalli, andavano a far colazione nelle vicine osterie. Beppe, lesto e piccolo, riusciva a camuffarsi tra gli animali e mungere un po’ di latte. Talvolta rincasava con circa 2 litri di latte, un peso irrisorio sul totale dell’animale, ma per l’intera famiglia era una festa: mamma faceva il burro, il restante lo mangiavamo con la polenta o ci bolliva le castagne. Non era l’unico ragazzino e i venditori prestavano attenzione a che non esagerassero: pur avendo avuto la poliomielite, che lo aveva reso claudicante, era lesto come una lepre e furbo come una volpe, per cui la fece sempre franca.
Il regime forniva alle famiglie la tessera annonaria in base al numero dei componenti: si andava nei negozi convenzionati e si ritirava il cibo previsto. In via Leutrum c’era la bassa macellazione: una volta a settimana mio fratello si metteva in coda verso le 4,30-5 del mattino tenendo il posto a mamma, che nel frattempo preparava la colazione. Intorno alle 8 la macelleria apriva: mamma andava a occupare il posto tenutole e mio fratello si recava al lavoro. Un’amica di famiglia lavorava in questo negozio e ci teneva da parte i pezzi migliori e quando poteva abbondava un po’ con le razioni. Piccoli aiuti che quando si ha fame risultano preziosi.
Pedagogia di inizio Novecento
Nella mia generazione era frequente iniziare a lavorare fin da bambini. I miei genitori mi diedero la possibilità di frequentare l’Avviamento, che non suscitò molto il mio interesse. Dopo il primo anno, con la media al tempo di valzer, 1,2,3, all’età di 12 anni fui assunto come tappezziere di tessuti da Eula, laboratorio in via Ferraris di Celle nella parte di fabbricato del Mater Amabilis rimasto indenne dal bombardamento. Era un laboratorio grande dove si costruiva mobilio: c’erano due falegnami, i munisiè, due verniciatori, due tappezzieri che si occupavano dell’imbottitura di poltrone e divani e un materassaio. Ci lavorava già mio fratello Beppe, che qualche anno dopo si mise in proprio in via Savigliano ed io lo seguii.
In casa non c’era l’abitudine di alzare le mani, salvo occasioni di rilievo. Ricordo di essermele prese due volte da mia madre: insegnamenti profondi che ricordai per la vita.
La prima volta in occasione di un piccolo furto: una vicina di casa aveva messo a seccare delle castagne sulla soffitta: ne presi due manciate e le portai a casa. Mia madre immediatamente mi chiese la provenienza, che candidamente confessai. Mi mandò immediatamente a restituire la refurtiva intimandomi: ‘la roba d’altri non va mai toccata!’.
La seconda fu più traumatica: avevo da poco iniziato il lavoro da Eula: alcuni amici di 1 o 2 anni più giovani, in un giorno di vacanza scolastica, decisero di andare a sciare al Campidoglio, le attuali Basse, non distante dal cimitero. Non impiegarono molto a convincermi a rinunciare al lavoro e andare a divertirmi con loro. Mio fratello non vedendomi arrivare in laboratorio, chiese notizie a mamma, che era convinta fossi già all’opera. Quando rincasai verso pranzo, non appena aprii l’uscio, me la vidi davanti: con un calcio nel sedere mi proiettò in camera pronunciando solo la frase: ‘hai preso un impegno per il lavoro, a sciare ci vai la domenica!’. Questi modi oggi sono considerati burberi e vengono stigmatizzati; io, al contrario, posso confermarne l’efficacia: mai più nel corso della mia esistenza mi presentai in ritardo sul posto di lavoro o provai ad appropriarmi di roba non mia. L’umiliazione insita in quei rimproveri fu una preziosa lezione.
Sono grato a mia madre per questi insegnamenti, che mi hanno inculcato senso del dovere, dignità e onestà. Altri due suoi preziosi principi erano: mai litigare dinnanzi ai figli e rispettare e difendere sempre generi e nuore, per salvaguardare il benessere e l’equilibrio familiare. Ho cari questi valori, che ho trasmesso ai miei meravigliosi figli e ai miei cari nipoti: Matteo, Gabriele e Erica.
I cortili
I cortili erano grandi e sempre affollati: in essi si svolgeva la vita, dai giochi al commercio. Periodicamente, arrivavano i materassai, che montavano i loro arnesi e si mettevano all’opera; l’intero vicinato con il passaparola commissionava il rifacimento di materassi, trapunte e cuscini. Si fermavano finché non avevano terminato terminato, per progredire poi poco più avanti, in un altro cortile. I bambini giocavano a biglie, a nascondino, con palloni di fortuna o alla cavallina: qualcuno si accovacciava o fletteva a 90° e altri dovevano saltare l’ostacolo sempre più alto. Ho nostalgia di quel clima di vicinato, che faceva sentire parte di una grande famiglia. Durante la guerra, nel nostro palazzo furono nascosti tre partigiani nelle cantine. Non furono mai scovati, grazie all’unione e alla reciproca fiducia. Non era inusuale che vi fossero delle soffiate e i delatori venivano premiati dal regime, mentre pene severe attendevano chi dava ospitalità agli avversari del duce.
Lato Gesso
All’età di 16 anni conobbi la mia futura moglie, Lucetta, di un anno più giovane. Sua nonna era titolare dell’‘Osteria dei cacciatori’, in via Cacciatori delle Alpi, angolo Corso Gesso. Lavoravo poco distante, all’angolo tra via Cacciatori delle Alpi e via Savigliano, con mio fratello. La famiglia della mia futura sposa gestiva l’osteria e abitava negli appartamenti sopra il locale, caratterizzato da un vivace andirivieni, soprattutto nei giorni di mercato.
Nei dintorni vi erano molte altre osterie, ma c’era lavoro continuo per tutti. Il menù non variava molto: le trippe il martedì, bollito con il bagnetto verde, polenta con i culumbot o anche i passerotti, catturati con rudimentali trappole, i grif.
Poco dopo il matrimonio, ci trasferimmo al terzo piano dello stesso palazzo, in cui vivo tuttora. Ho amato via Cacciatori delle Alpi, una strada a quei tempi animata e curiosa: la biblioteca era più piccola, ma già molto frequentata da gente di ogni età. La baronessa Chiodo e la sua famiglia, residenti nell’omonimo palazzo, furono persone distinte ed amabili, per le quali mio fratello ed io realizzammo parecchi lavori. Poco distante, in via Chiusa Pesio all’angolo con via Alba c’era la casa di tolleranza, con due ingressi separati: uno per i poveri, tra cui molti soldati, su via Chiusa Pesio n. 7 e l’altro per i ricchi e gli ufficiali, su via Alba.
Dal nostro laboratorio vedevamo il via vai di clienti, soprattutto militari, ma anche i regolari controlli del medico e il periodico ricambio delle ragazze, che venivano fatte sfilare all’inizio del periodo in città.
Non conobbi mia suocera che morì quando mia moglie aveva appena tre anni. Quando la nonna di Lucetta ormai anziana cessò l’attività, uno dei locali divenne l’abitazione di un personaggio e icona cuneese: Menta, così comunemente chiamato in onore al lavoro che svolgeva col padre, commerciante di questa bevanda. All’anagrafe Domenico Ponteprino, è stato, per cinquant’anni, venditore ambulante di articoli per la casa e per l’igiene. Esponeva la merce a terra, creando un quadrato attorno a sé. Non di rado qualche disonesto alle sue spalle approfittava per sottrarre qualche oggetto. Aveva modi un po’ burberi, ma era un uomo estremamente buono, tanto da subire ripetute angherie e furti nella propria abitazione. L’eccessiva bontà gli fu fatale il 6 settembre 1990, quando, 75enne, fu massacrato a morte nell’androne della sua abitazione, forse per furto, e la verità non venne mai a galla.

Il giorno del matrimonio
Prove della vita
Nel ‘61 entrai in Ferrovia come tappezziere alle Officine Grandi riparazioni di Torino: foderavamo sedili e alcune pareti dei convogli. Chiesi poi il trasferimento a Cuneo, dove passai ad occuparmi della parte meccanica, ma mi dedicai ancora alla mia passione nei giorni liberi e nei weekend, nel laboratorio di mio fratello.
La vita pareva avermi dato tanto: una moglie splendida e l’arrivo di tre figli meravigliosi Barbara, Luca e Sara ma purtroppo nei primi anni Settanta mia moglie si ammalò di tumore. Non c’erano ancora le terapie odierne e furono anni difficili e strazianti con i bambini ancora piccoli. Nel dramma ricordo l’umanizzazione dell’ultimo periodo di ospedalizzazione al Santa Croce, dove ancora c’erano le suore. Uscivo dal lavoro in stazione e mi precipitavo in ospedale: le suore, scoperte le mie doti di tuttofare, mi commissionavano lavoretti e piccole riparazioni, che volentieri eseguivo. Una realtà ora inimmaginabile, ma molto efficace a creare un’atmosfera familiare in quei mesi drammatici. Purtroppo. Lucetta ci lasciò nel 1981, quando la bambina più piccola aveva appena 11 anni.
Ho proseguito cercando di fare del mio meglio e sono comunque grato alla vita, che mi ha dato oltre al dolore anche tante soddisfazioni. Il centro storico è completamente cambiato ed irriconoscibile: sicuramente migliorato nell’aspetto estetico, ma a chi vi è cresciuto manca quel clima familiare di vicinato, il tempo in strada, sui balconi o sui pianerottoli trascorso a raccontarsi e reciprocamente aiutarsi”.