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Romina Dogliani nel suo laboratorio
Le sue mani dicono tutto: forti, grandi, contenitori di energia, e degne compagne di un fisico alto e asciutto: quando arriviamo a trovarla nella sua casa semplice ed accogliente vicino ad Aisone, scorgiamo un mucchio enorme di legna già tagliata da mettere in ordine per l’inverno e capiamo che sarà un lavoro a cui non dovrà rinunciare, dopo la pausa della conversazione con noi.
Vivere in campagna, pur nella mezza montagna non estrema, non è semplice, qualche notte fa un lupo ha fatto strage dei suoi gatti, uccidendone due e ora Romina ne ha preso uno piccolino e nero nero, che l’ha identificata come mamma e la segue ovunque. Lasciamo stare gli idilli quindi quando presentiamo la sua scelta di vivere a contatto con la natura: non ne potrebbe fare a meno, semplicemente, dalla vetrata del suo studio si vede il bosco e ci dice che fin dalla giovinezza “ho avuto la vocazione di non far parte di un sistema malato”.
L’hanno raccontata tante volte, giacché ormai ha le mani in pasta (anzi, nel feltro) da più di vent’anni, ma sentirla narrare le sue vicende e le sue scoperte è sempre coinvolgente: arrivata al feltro un po’ per caso ha capito che la pecora sambucana, di cui si stava cercando di reintrodurre l’allevamento in Valle Stura, aveva una lana con il giusto grado di grasso per produrlo: né poco né troppo, il che significa che non rende necessari i complessi lavaggi e sgrassaggi che bisogna attuare per altre (come per la merinos, pure molto pregiata). Romina infatti ipotizza, anche se non ve ne sono prove, che la lavorazione del feltro si sia sempre fatta in valle in tempi passati. È d’altronde una lavorazione in fondo semplice, perché il feltro non è un “tessuto”, ma “solo” lana pressata e manipolata con acqua e sapone fino a ottenerne una consistenza densa e impermeabile. E la lana sambucana non ha quasi bisogno di nulla: reagisce bene picchiettandola con gentilezza.
Dal feltro si possono ricavare molti oggetti, dai cappelli, caldi e impermeabili (lei ne ha inventato uno con un lungo e buffo allungamento sul dorso che ripara dalla pioggia pastori o cacciatori) fino ai cappotti. Ma Romina Dogliani nella sua lunga carriera ha creato altri oggetti, fra i più originali i “Sassofa”: che sembrano sassi ma sono di feltro e riscaldati sulla stufa o nel forno fanno bene alle parti doloranti del nostro corpo. Sono bellissimi a vedersi: veri sassi di lana grigia di mille sfumature diverse.
Quello che rende oggi la lavorazione del feltro interessante, però, ci spiega Romina è che la lana è un prodotto di scarto di difficile smaltimento. Un “rifiuto speciale” che quindi ha bisogno di trattamenti costosi per essere smaltito. Per questo il lavoro di riuso di Romina diventa un esempio di riciclo perfetto ed ecologico. Ed infatti sta credendo moltissimo al nuovo progetto “Lana circolare” finanziato dalla Fondazione CrC in collaborazione con cinque comunità sociali del territorio e con l’Ecomuseo di Pietraporzio: si insegna a portatori di handicap a lavorare la lana una volta pulita e cardata, per farne prodotti commercializzabili. Ce ne mostra alcuni risultati, che saranno esposti alla Fiera della Pecora Sambucana ai Santi a Vinadio: pecorelle - portachiavi, sotto pentole, solette termoisolanti per le scarpe, cappelli a punta, saponette scrub naturale e Omenet (gnomi) portafortuna, mentre ammiriamo anche altri oggetti, come le meravigliose sciarpe e scaldacollo realizzate di seta e feltro con la tecnica giapponese “Nuno” che sovrappone e fa fondere i due materiali.
Tutto questo nasce dalle stanze, semplici e funzionali, in cui lei vive e lavora: la sua casa è tutta un laboratorio e lei si sposta da una stanza all’altra a secondo del cammino della luce del giorno e delle temperature, siccome ha bisogno di poco spazio per lavorare (un tavolo, l’acqua). Nella sua lunga carriera, che ha attraversato il teatro per le realizzazioni di costumi teatrali (ne sta confezionando anche uno ora per il teatro di Nizza), l’arte, la moda, ha lavorato a Venezia, in Bolivia e Parigi, sempre tornando in Valle Stura, ma ci pare che la cifra costante sia quella di una sperimentazione continua che non si accontenta di riprodurre i risultati raggiunti per farne mercato ma che ha bisogno costante di nuove mete. Ora insegnare la sua arte le sembra la sfida più grande, perché, come dice lei, “un artigiano diventa artista quando adopera il cuore e non solo la mano”.
Le mani di Romina Dogliani che lavorano il feltro
I Sassi di feltro Sassofa
Romina Dogliani, la signora del feltro
06 ottobre 2024
Cuneo
Romina Dogliani nel suo laboratorio
Le sue mani dicono tutto: forti, grandi, contenitori di energia, e degne compagne di un fisico alto e asciutto: quando arriviamo a trovarla nella sua casa semplice ed accogliente vicino ad Aisone, scorgiamo un mucchio enorme di legna già tagliata da mettere in ordine per l’inverno e capiamo che sarà un lavoro a cui non dovrà rinunciare, dopo la pausa della conversazione con noi.
Vivere in campagna, pur nella mezza montagna non estrema, non è semplice, qualche notte fa un lupo ha fatto strage dei suoi gatti, uccidendone due e ora Romina ne ha preso uno piccolino e nero nero, che l’ha identificata come mamma e la segue ovunque. Lasciamo stare gli idilli quindi quando presentiamo la sua scelta di vivere a contatto con la natura: non ne potrebbe fare a meno, semplicemente, dalla vetrata del suo studio si vede il bosco e ci dice che fin dalla giovinezza “ho avuto la vocazione di non far parte di un sistema malato”.
L’hanno raccontata tante volte, giacché ormai ha le mani in pasta (anzi, nel feltro) da più di vent’anni, ma sentirla narrare le sue vicende e le sue scoperte è sempre coinvolgente: arrivata al feltro un po’ per caso ha capito che la pecora sambucana, di cui si stava cercando di reintrodurre l’allevamento in Valle Stura, aveva una lana con il giusto grado di grasso per produrlo: né poco né troppo, il che significa che non rende necessari i complessi lavaggi e sgrassaggi che bisogna attuare per altre (come per la merinos, pure molto pregiata). Romina infatti ipotizza, anche se non ve ne sono prove, che la lavorazione del feltro si sia sempre fatta in valle in tempi passati. È d’altronde una lavorazione in fondo semplice, perché il feltro non è un “tessuto”, ma “solo” lana pressata e manipolata con acqua e sapone fino a ottenerne una consistenza densa e impermeabile. E la lana sambucana non ha quasi bisogno di nulla: reagisce bene picchiettandola con gentilezza.
Dal feltro si possono ricavare molti oggetti, dai cappelli, caldi e impermeabili (lei ne ha inventato uno con un lungo e buffo allungamento sul dorso che ripara dalla pioggia pastori o cacciatori) fino ai cappotti. Ma Romina Dogliani nella sua lunga carriera ha creato altri oggetti, fra i più originali i “Sassofa”: che sembrano sassi ma sono di feltro e riscaldati sulla stufa o nel forno fanno bene alle parti doloranti del nostro corpo. Sono bellissimi a vedersi: veri sassi di lana grigia di mille sfumature diverse.
Quello che rende oggi la lavorazione del feltro interessante, però, ci spiega Romina è che la lana è un prodotto di scarto di difficile smaltimento. Un “rifiuto speciale” che quindi ha bisogno di trattamenti costosi per essere smaltito. Per questo il lavoro di riuso di Romina diventa un esempio di riciclo perfetto ed ecologico. Ed infatti sta credendo moltissimo al nuovo progetto “Lana circolare” finanziato dalla Fondazione CrC in collaborazione con cinque comunità sociali del territorio e con l’Ecomuseo di Pietraporzio: si insegna a portatori di handicap a lavorare la lana una volta pulita e cardata, per farne prodotti commercializzabili. Ce ne mostra alcuni risultati, che saranno esposti alla Fiera della Pecora Sambucana ai Santi a Vinadio: pecorelle - portachiavi, sotto pentole, solette termoisolanti per le scarpe, cappelli a punta, saponette scrub naturale e Omenet (gnomi) portafortuna, mentre ammiriamo anche altri oggetti, come le meravigliose sciarpe e scaldacollo realizzate di seta e feltro con la tecnica giapponese “Nuno” che sovrappone e fa fondere i due materiali.
Tutto questo nasce dalle stanze, semplici e funzionali, in cui lei vive e lavora: la sua casa è tutta un laboratorio e lei si sposta da una stanza all’altra a secondo del cammino della luce del giorno e delle temperature, siccome ha bisogno di poco spazio per lavorare (un tavolo, l’acqua). Nella sua lunga carriera, che ha attraversato il teatro per le realizzazioni di costumi teatrali (ne sta confezionando anche uno ora per il teatro di Nizza), l’arte, la moda, ha lavorato a Venezia, in Bolivia e Parigi, sempre tornando in Valle Stura, ma ci pare che la cifra costante sia quella di una sperimentazione continua che non si accontenta di riprodurre i risultati raggiunti per farne mercato ma che ha bisogno costante di nuove mete. Ora insegnare la sua arte le sembra la sfida più grande, perché, come dice lei, “un artigiano diventa artista quando adopera il cuore e non solo la mano”.
Le mani di Romina Dogliani che lavorano il feltro
I Sassi di feltro Sassofa