
Luglio 2024, 45 anni dopo, Sergio Costagli e Livio Bertaina al rifugio Livio Bianco
Livio Bertaina lascia dopo ventinove anni il rifugio Livio Bianco. Quanti ricordi.
Un forte alpinista cuneese, un tecnico del soccorso alpino che diventò anche un abile ed apprezzato custode di uno dei rifugi più belli delle Alpi Marittime. Un compagno di passate avventure.
Vecchioni ha ragione, com’è impossibile per i temporali spegnere le stelle, è impossibile cancellare la memoria degli anni trascorsi su queste montagne: indimenticabili e irripetibili, forse perché gli anni giovanili non si dimenticano. Con l’entusiasmo dei vent’anni ci s’immergeva nella natura selvaggia delle grandi pareti, degli abissi e delle solitarie vette. Forse era questo l’aspetto più affascinante che perseguivamo, si era costantemente alla ricerca di qualcosa che sentivamo ma che non abbiamo mai raggiunto, lassù si provava il brivido del nulla… ma le montagne con le loro difficoltà erano lì, vicine a noi ed erano dentro noi.
Abbiamo vissuto l’alba del nuovo alpinismo senza regole né costrizioni, si agiva seguendo l’istinto in appagante libertà di pensiero. Andavamo dove ci conduceva l’avventura senza sottometterci a niente e a nessuno, con passione perseguivamo i nostri obiettivi e sognavamo; la determinazione di raggiungere la meta era più forte di tutto.
Con Livio ricordiamo i compagni di scalate, i loro volti (anche quelli di coloro che non ci sono più), le risate, i sorrisi, le montagne più difficili raggiunte... tutte memorie cui diamo un particolare valore perché riguardano gli anni più luminosi, più puri (anche dell’alpinismo), più carichi di speranze per il futuro, eravamo incoscienti e liberi. Dopo oltre vent’anni di soccorso alpino, con Livio ricordiamo anche le tragedie perché la montagna è al contempo gioia e dolore.
A Cuneo, all’inizio degli anni ’70, si prendeva la corriera in piazza Galimberti, l’autista con un cenno ci faceva scendere al bivio tra Entracque e la strada che conduce a Sant’Anna di Valdieri. Con sci (attacchi Cober con cavetto), picozza Cassin (con manico in legno) e vecchi ramponi Grivel nello zaino, si percorreva la strada malamente sgombrata dalla neve fino all’abitazione di Tino Piacenza, allora custode del Livio Bianco. Dopo le solite raccomandazioni ci consegnava la chiave e le preziose e delicate retine di ricambio delle lampade a gas. Gli sci affondavano appena nella neve morbida, capitava che dovevamo superare gli ampi conoidi delle valancio, giunti davanti al rifugio, spesso si usava la pala (nascosta da Tino nella falda del tetto) per scavare un buco di accesso all’ingresso. Entrati, la prima cosa era accendere la vecchia stufa e per la notte, sul pavimento si raggruppavano i materassi davanti al fuoco, ma l’interno iniziava appena a scaldarsi quando due giorni dopo si chiudeva il rifugio. Non abbiamo mai sofferto il freddo, le moffole di lana grezza fatte ai ferri dalle pazienti mamme, i pesanti e pungenti mutandoni di lana, le ghette di tela e l’immancabile duvet, vero piumino d’oca. Ricordo quel vecchio ferro della stufa arroventato, l’estremità bianca perché incandescente veniva affondata nel bicchiere colmo di vino, zucchero, chiodi di garofano e cannella (una ricetta dei vecchi). Poi la notte e il sibilo del vento. Nessuno… ad eccezione della notte del 20 marzo 1973, Livio, ti ricordi?
Dopo una frugale cena eri fuori dal rifugio a fumarti una naciu (sigaretta Nazionale Semplice), mi chiamasti perché nell’oscurità sentivi provenire dai pendii sottostanti il lago Sella Superiore, dei lamenti e poi deboli richiami smorzati dal vento… erano di qualcuno in difficoltà.
Calzammo gli sci e con non poche difficoltà, in un avvallamento della neve individuammo una sagoma nera immobile, ricoperta di neve (sembrava Babbo Natale). Il viso pallido stravolto, la mandibola scossa da tremori e la barba ricoperta di ghiaccio. Non ricordo come, lo trascinammo sulla neve fino al rifugio e lo sistemammo vicino alla stufa per sgelarlo. Si chiamava Armando e fu il nostro primo soccorso! A quanto ne so, non perse il vizio di perdersi in montagna d’inverno, lo recuperammo l’anno successivo al Morelli, la mattina del 30 aprile 1974.
Quel caro rifugio immerso nella neve era un’isola magica al riparo dall’immensità delle sovrastanti scure montagne, ma l’incantesimo cominciava a dissolversi prima dell’aurora quando si usciva a scrutare le ultime stelle e svaniva del tutto quando ci si metteva in cammino con gli sci, la luce delle pile frontali mostrava il percorso da seguire sul lago ghiacciato verso i nostri sogni, lasciando alle spalle (con la prima tenue luce dell’alba) le pigre liturgie della sveglia, l’odore del caffè, il rumore delle stoviglie...
Per circa sei anni di seguito conservammo l’abitudine, a San Giuseppe, di raggiungere con gli sci l’affascinante cima del monte Matto.
Sono cose di cinquant’anni fa, così lontane nel tempo quanto belle nella memoria, come tutte le cose che appartengono alla giovinezza. Bellissimo.

Luglio 1979 Sergio e Livio in vetta al Corno Stella (m 3050 slm

Il Rifugio Livio Bianco