cuneo
Il modo di vivere la fede degli altri non è meno degno o “più facile”
22 settembre 2024
Cuneo
Qual è il modo migliore di seguire Dio, di relazionarsi con lui? In passato la risposta sembrava chiara, prima c’erano i monaci, poi i preti, poi le donne consacrate (le donne venivano dopo, comunque) e infine, distaccati, i laici che, si diceva, “non rinunciano a nulla”.
Se per grazia di Dio non si può più riproporre una gerarchia di questo tipo, un po’ considerazioni simili ritornano, nelle vite delle nostre parrocchie, dove il rischio è di pensare che il modo di vivere la fede degli altri sia meno degno o più facile.
“Bisognerebbe tornare a pregare come una volta, in questo mondo ormai in rovina!”; “Io non prego certo con il rosario, è cosa da vecchi e superficiale”; “Tutti lì a fare tanto i pii, ma poi quando c’è da aiutare chi ha bisogno, restiamo da soli”.
Al riguardo ci sarebbero pagine molto chiare in un san Paolo che, pur avendo un approccio da teologo, si è trovato spesso a gestire tensioni ecclesiali di questo tipo: «C’è diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; e c’è diversità di prestazioni, ma uno solo è il Signore; e c’è diversità di iniziative, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione dello Spirito per il bene comune» (1 Cor 12,4-7).
Ma un passo meno prevedibile e molto più antico può tuttavia sorprenderci in quella stessa direzione, e per certi versi più in profondità.
Non è un brano che potrebbe venirci in mente in prima battuta, in quanto apparentemente parla solo d’altro, del primo assassinio-fratricidio nella storia umana (Gen 4). Che lo scontro tra fratelli nasconda anche la tensione tra seminomadi (Abele, pastore) e sedentari (Caino, contadino e artigiano) è facile da intuire. Ma ci potrebbe sfuggire che lo scontro, apparentemente, sia messo in moto da Dio, che «gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» (vv. 4-5)
Perché? Non ci viene detto. Non sarà mai detto. E a un lettore un po’ attento potrebbe cominciare a venire il dubbio che, però, il primo a seminare zizzania sia stato Dio. Non poteva gradire l’offerta di entrambi, così che tutto andasse bene?
A leggere con ancora maggiore attenzione, però, cogliamo un altro aspetto. Dio chiede a Caino perché si abbatte, lo invita a risollevare il proprio volto, e lo avverte anche che il peccato è alla sua porta come chi la stia rosicchiando, e la passione del peccato è verso Caino, che deve invece dominarlo (vv. 6-7).
Queste ultime parole probabilmente colpiscono anche perché erano già arrivate quasi uguali nel capitolo precedente, dove a Eva Dio aveva detto, in modo un po’ enigmatico, che la sua passione sarebbe stata verso il suo uomo, che però l’avrebbe dominata.
In quel contesto la passione era parsa qualcosa di buono, benché incrinata da un uomo che non rispondeva alla passione con la passione (come sarebbe invece successo nella visione “paradisiaca” di Ct 7,11).
Qui è negativa perché il peccato non è un partner all’altezza di Caino, e va quindi dominato, cosa che Caino non farà.
E anche dopo l’omicidio, Dio compare a Caino chiedendogli dov’è suo fratello, e gli garantisce che nessuno dovrà fargli alcun male (Gen 4,15).
Presi dal discorso, potremmo non notare che in tutto l’episodio Dio non parla mai ad Abele, mentre è un continuo dialogo con Caino. Gradisce l’offerta di Abele, ma parla con Caino, che mette in guardia, rimprovera, protegge…
Si direbbe quasi che quegli antichi autori volessero già suggerire che i modi di entrare in dialogo con Dio possono essere molto diversi, ma sono tutti autentici. Abele dialoga con il suo sacrificio, Caino ascoltando e parlando. Se solo avesse colto che anche quello era un modo per entrare in comunione con l’unico Dio, avrebbe avuto modo di non abbattere il proprio cuore e non dare spazio al peccato.
Non esiste un solo modo per vivere la propria spiritualità, quindi, come avevano intuito già gli autori di Genesi.