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6 luglio 2026 | Aggiornato alle 20:54

agricoltura & ambiente

Direttiva Emissioni, gli allevamenti non sono fabbriche

07 luglio 2024

Cuneo

Il parlamento europeo a metà marzo ha dato il via libera all’accordo politico sulla revisione della Direttiva Emissioni industriali. Parte centrale della revisione è l’ampliamento degli impianti coperti dalla Direttiva, che è stata estesa agli allevamenti suini e avicoli, che dovranno sottostare a procedure insostenibili di autorizzazione di impatto ambientale; resta, invece, l’esclusione delle stalle bovine dalla Direttiva, come richiesto dalla Coldiretti. “Una scelta a dir poco discutibile - sottolineano dalla Coldiretti - che di fatto paragona l’allevamento alle industrie, nella morsa di un estremismo green che non si confronta con l’effettiva realtà produttiva dei Paesi e rischia di penalizzare o peggio di far chiudere migliaia di allevamenti, stretti tra una burocrazia sempre più asfissiante e la concorrenza sleale dall’estero”. A essere colpiti saranno numerosi allevamenti di suini e di pollame di medie e piccole dimensioni, con il risultato che sopravviveranno soprattutto le aziende di grandi o grandissime dimensioni, continuando quel processo di polarizzazione delle imprese agricole, contrario agli obiettivi della Commissione europea e non positivo per la tenuta del tessuto rurale italiano. Si tratta del risultato di una valutazione d’impatto basata su dati non attuali e di un approccio ideologico che va stigmatizzato, anche perché potrebbe avere impatti negativi sull’ambiente, riducendo le aree a pascolo (perdita di biodiversità e paesaggi, minaccia alla vitalità delle aree rurali, ecc.). Ciò significa non riconoscere gli sforzi che gli allevatori stanno compiendo per aumentare la sostenibilità delle loro aziende. Ma in pericolo c’è anche la sovranità alimentare, con il conseguente aumento della dipendenza dalle importazioni di prodotti animali da Paesi terzi, che hanno standard ambientali, di sicurezza alimentare e di benessere animale molto più bassi di quelli imposti agli allevatori dell’Unione europea. O, ancora peggio, di spingere verso lo sviluppo di cibi sintetici in provetta, dalla carne al latte sintetici.

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