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12 luglio 2026

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Oscar Altina, il vigile poeta di Cuneo

21 aprile 2024

Cuneo

Oscar Altina , il vigile poeta, appena entrato in servizio Oscar Altina , il Vigile poeta di Cuneo, appena entrato in servizio Di poesia non si vive perché non offre ricchezza monetaria, ma la poesia può essere buona amica. E come tutti i veri amici non viene meno nei momenti difficili, forse talvolta un po’ facendo soffrire quando fa intravedere la nudità dei fatti; ma porta anche pura felicità nei momenti buoni dell’esistenza umana. In questa semplice riflessione sta forse tutta la filosofia e lo stile di vita di Oscar Altina, il vigile poeta di Cuneo. Altina proprio di Cuneo non era, essendo nato a Torino dove passò la sua infanzia e adolescenza. Dalla memoria riaffiorano i ricordi di quando, bambino, trascorreva le vacanze presso i nonni in campagna ad osservare fiori, erbe e insetti che poi faceva rivivere in brevi appunti su quaderni. Venne poi l’adolescenza con la frequenza di un istituto alberghiero, nella specializzazione per sala bar. L’istituto, anticipando l’attuale alternanza scuola lavoro, offriva ai propri allievi la possibilità di esperienze pratiche presso alberghi di lusso anche all’estero e Altina, unico tra i compagni, ragazzo di quindici-sedici anni, accettò di spingersi nel praticantato fino sulle coste della Normandia. A Torino nacque la passione per il Toro; tra i tifosi in quegli anni ancora era vivo il ricordo della mitica squadra perita nello schianto il 4 maggio 1949 sulla collina di Superga. Un tifo, quello di Altina, da signore per un calcio meno inquinato da sospetti, più fatica che denari; contento quando la sua squadra vinceva, contento quando la vittoria toccava alla Juve perché, diceva, siamo tutti piemontesi. Le radici della vita di Altina affondano per bene nella terra piemontese. Si avverte nel suo parlare che scivola facilmente dall’italiano al dialetto (o forse sarebbe meglio dire lingua? - non me vogliano i linguisti, qui è una questione di “simpatia”) di Torino, con una parlata pacata, sicura, buona e attenta alla scelta delle parole, mai volgari né acide, sempre benevoli e aperte. Si sente nei valori sani che hanno profumo di altri tempi, capaci di dare solidità alla vita tanto necessari quando le bufere colpiscono duro. Valori che Altina ha nel suo patrimonio genetico, ereditati dal padre, uomo semplice, retto. Travolto dalla guerra in cui aveva scelto di militare come partigiano nelle brigate Garibaldi, orgoglioso del suo fazzoletto rosso. Così impegnato nella lotta per la liberazione da meritare alla morte la lettera di condoglianze al figlio a firma di Nilde Iotti. Oscar Altina mi mostra con orgoglio la foto del papà in un nido di mitragliatrici con altri partigiani in via Roma a Torino. Il suo dito sfiora con affetto i capelli neri del padre, neri perché tinti. Il papà era biondo con gli occhi azzurri, in quei tempi troppo tedesco per i suoi gusti; non potendo cambiarsi il colore degli occhi ripiegava sulla tintura dei capelli. Faceva la guerra perché la sua coscienza schietta gli imponeva di schierarsi, sparava per non essere ucciso, ma non amava la guerra. Arrestato, scampò alla fucilazione per puro caso: in tre furono scambiati con altrettanti prigionieri tedeschi. Nel 1971 il comune di Cuneo bandiva un concorso per vigile urbano. Altina presentò la domanda incoraggiato dal padre. Vedi, gli diceva, l’acqua torbida della Dora, in quella città l’acqua dei fiumi è così fresca e limpida che ti vien voglia di berla e Altina lasciò il futuro da cameriere, presentò domanda e vinse il posto. Le prove di concorso erano tre obbligatorie: un tema (oggi si direbbe un elaborato di italiano), una di dattilografia e una di cultura generale. Ve n’era poi una quarta facoltativa di lingua straniera che Altina, per avere più punteggio, scelse di sostenerla in lingua inglese confortato dalle conoscenze apprese a scuola ma soprattutto dalla dimestichezza maturata nei mesi di attività negli alberghi. Come per tutti i concorsi seguirono giornate di ansia nell’attesa di conoscere l’esito finché arrivò la buona notizia: era stato assunto e poteva iniziare il suo nuovo lavoro come agente della polizia locale, diremmo oggi, ma Altina preferisce definirsi vigile urbano. C’è in queste due parole tutta una concezione di vita civile che sa di impegno: vigilare perché le regole, scritte per la buona convivenza, siano rispettate; l’aggettivo urbano rimanda all’urbe, alla città come tessuto di relazioni tra persone. Lo stesso concetto che si trova nel termine piemontese civich che ha la radice di civitas, l’insieme dei cittadini nei liberi comuni della rinascita medievale. Questo suo modo di essere vigile lo portava a prestare volentieri servizio là dove i cittadini hanno più necessità o più devono essere tutelati. Lo rivedo all’ingresso del Palazzo Comunale o di fronte alle scuole elementari di corso Soleri dove l’ho incontrato per la prima volta. Non ricordo che avesse altro che divisa, elmetto e paletta: stava sul marciapiede, un occhio al traffico e due parole con chi tra i passanti si fermava. Poi nel centro strada, la paletta alzata per fermare le auto e dar la precedenza ai pedoni, tante volte bambini che allora, così era normale, tornavano da soli a casa da scuola. C’era poi il servizio lungo corso Nizza, servizio che fu galeotto. Il suo passare in divisa aveva attirato l’attenzione di una giovane signorina al lavoro presso la farmacia del Sacro Cuore. I due incominciarono a “parlesse” (non è il caso di spiegare, tutti capiscono il segreto di una vita che sta in quella parola piemontese) e nel giro di un anno arrivarono al matrimonio, una vita di coppia che continua tutt’ora. Certo come per tutti ogni rosa ha le sue spine, ma la saggezza di entrambi si riassume nel buon piemontese “con chi it l’has da fé, it l’has da dì” (con chiunque ti relazioni potresti avere da ridire). Oggi colpisce la loro vita semplice, dignitosa, accompagnandosi, sostenendosi, l’uno partecipe della vita dell’altro. Così da ormai più di cinquant’anni passando inosservati, nella grande semplicità del vivere quotidiano. Intanto quei pensieri di bambino erano maturati nella sguardo profondo dell’adulto e si fissavano sui fogli in forma di versi. Nasceva la poesia, miracolo sempre antico e sempre nuovo, capace di andare oltre la comprensione logica del reale per intuire aspetti più profondi, lampi di conoscenza che durano un istante. Altina non era più solo un vigile, era il vigile poeta della città. Sono gli anni in cui nel corpo dei Vigili Urbani non era il solo artista; gli era compagno un brigadiere che affidava a tela e pennelli il suo sguardo indagatore del reale. Prese a scrivere e inviare i suoi componimenti a concorsi letterari. In molti ricevette menzioni, in tanti fu premiato con medaglie, primo, secondo premio, e le sue poesie erano stampate e diffuse. Per un certo periodo fu anche iscritto alla Siae, ma poi se ne allontanò. La casa oggi è piena di riconoscimenti al suo animo poetico, ma in quanto a ricavarne denari proprio zero. Anche in questo aspetto si tratta di arte pura, un dono gratuito per chi ha l’animo sensibile; non pretende compensi materiali, solo accetta con gioia un grazie ed un complimento assieme a critiche costruttive. E i complimenti non tardarono ad arrivare. Due cartelline zeppe di lettere ne sono testimoni. Dai presidenti Pertini e Napolitano, dai papi Giovanni Paolo II (anche lui un po’ artista almeno in gioventù – fa notare Altina), Benedetto XVI e Francesco. Arrivarono complimenti da Sarkozy e medaglie dal Portogallo, da autorità cuneesi. Alcuni diplomi lo elessero Ambasciatore della Cultura ed Altina con orgoglio dice di aver portato il nome di Cuneo nel mondo. Oggi il vigile poeta vive con sua moglie in una casa in affitto, la moglie, in un momento in cui il marito è a prendere un diploma in altra parte della casa, sottovoce lo dice un po’ amareggiato perché dimenticato dalla sua città d’adozione. La sua è una vita che nulla chiede, nulla pretende, si limita ad uno sguardo dignitosamente distaccato sul correre troppo rapido dei nostri tempi, sui valori caduti nell’oblio, sul non saper più gustare le piccole cose e intrattenere semplici rapporti (dice: scambiesse doi paròle così a la bona). Anche in quella città, dove l’acqua scorre così limpida e fresca che ti vien voglia di berla, si rischia di perdere le radici. E l’incontro con lui mi conferma in una riflessione che da tempo mi preoccupa: solo con un ritorno ad un non nostalgico, ma sano umanesimo, senza nulla togliere a tecnica e scienza, c’è speranza di poter ritessere una quotidianità intessuta di cure e relazioni amicali salvando così persone ed istituzioni.  
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