editoriale

Solamente il 7% dei lavoratori dichiara di essere felice

24 marzo 2024

Cuneo

Secondo una ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano presentata nel 2023, solamente il 7% dei lavoratori dichiara di essere felice. Appena l’11% sta bene in tutte le dimensioni del benessere lavorativo (psicologica, relazionale e fisica) e il 42% dei lavoratori è stato assente almeno una volta nell’ultimo anno per motivi legati al malessere psicologico o relazionale. Nel corso del 2023, il 59% delle aziende aveva previsto una crescita dell’organico, ma il 94% di esse ha riscontrato difficoltà nel reperire nuovo personale. Per chi si avvicina a queste percentuali con lo sguardo dell’uomo comune, una delle domande che viene in mente riguarda la corretta collocazione delle cause di questa infelicità. Verrebbe da chiedersi, infatti, se il lavoro sia la fonte dell’infelicità oppure se, in ambito lavorativo, si manifesti qualcosa che è già presente in chi va a lavorare. Banalizzando ancora di più: si diventa infelici al lavoro, oppure si arriva già infelici e l’ambito professionale diventa il luogo dove il malessere si manifesta? Difficile dare una risposta, perché, anche in questo caso, sono da evitare semplificazioni e parcellizzazioni che rischiano di non cogliere le molte sfaccettature della persona nel suo complesso. Gli psicologi insegnano che l’io di ognuno di noi è complesso e articolato, ma unitario; l’essere padre, lavoratore, marito o compagno, amico, sono facce diverse di un’unica realtà personale, e non è pensabile che uno stato di infelicità che riguarda uno di questi aspetti non possa essere alimentato, oppure, al contrario, non abbia effetti sulle altre facce che compongono la persona nella sua interezza. Per molto tempo questa complessità è stata ignorata o sottovalutata nel mondo lavorativo. Soprattutto le donne, si sono spesso trovate di fronte alla scelta tra famiglia e carriera, come se si trattasse di una alternativa assimilabile a quella tra due primi piatti nel menu di un ristorante. La scelta tra famiglia e carriera, in molti casi, non può che essere “entrambe”, perché la gratificazione integrale di una persona lavoratrice non accetta dicotomie. Quello che abitualmente si cerca, infatti, è l’equilibrio nella conciliazione di tutti gli aspetti che compongono la vita di una persona, incluso quello professionale. “The Great Resignation”, “The Big Quit” o, in italiano, le “Grandi Dimissioni”, è il nome dato all’abbandono del lavoro da parte di molti lavoratori, anche in posizioni apicali nelle rispettive aziende, nel periodo immediatamente successivo all’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia. Nel solo 2021, 47,8 milioni di lavoratori negli Stati Uniti si sono dimessi, nel marzo 2022 le dimissioni volontarie hanno toccato i 4,5 milioni. Per quanto riguarda l’Italia, nel 2022 le dimissioni volontarie sono state circa un milione e settecentomila e, secondo le stime dell’agenzia specializzata Ranstad, quasi un terzo dei lavoratori sta attivamente cercando un altro lavoro. Tra i molti motivi di interesse di queste analisi, vale la pena sottolineare come questi incrementi nelle dimissioni si sono verificati soprattutto nel settore tecnologico e dei servizi digitali. Paradossalmente, si tratta di ambiti tra quelli dove maggiormente si è diffuso lo “smart working”, il lavoro a distanza che se, da un lato, ha cambiato in meglio le giornate lavorative, introducendo la possibilità di lavorare da casa, dall’altro lato ha limitato le occasioni di contatto personale. Evidentemente, la comodità del lavoro nelle mura casalinghe non è stata sufficiente a trattenere molti lavoratori e l’assenza di contatto umano non ha giovato al benessere di tanti. Secondo gli studi, la principale causa di abbandono del lavoro o della ricerca di un altro posto sta nella difficoltà di conciliazione del mondo professionale con quello personale e familiare, tanto da indurre non pochi ad abbandonare il lavoro, pur non avendo alternative professionali al momento delle dimissioni. Senza voler semplificare, pare che siano proprio questi i dati di realtà che sono sfuggiti ad alcuni. La rarefazione dei rapporti umani e l’incapacità di cogliere le esigenze di una vita equilibrata hanno messo in moto processi espulsivi o afflittivi. Ora il meccanismo pare essersi inceppato. Potrebbe non essere una cattiva notizia, se ciò può indurre a una sana correzione della rotta.  
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