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La sanità è complicata e sottofinanziata da Roma

17 marzo 2024

Cuneo

Luigi Genesio Icardi Luigi Genesio Icardi, 63 anni fra meno di un mese, di Santo Stefano Belbo, è l’assessore alla sanità della giunta Cirio. La sua vita professionale è stata all’interno della sanità dal 1987 quando entra all’Asl 18 Alba-Bra come assistente amministrativo e poi dal 2004 come collaboratore amministrativo esperto all’Asl Cn2. Lunga la sua esperienza politica, prima come consigliere provinciale della Lega poi dal 2011 al 2019 sindaco di Santo Stefano Belbo, e per un mandato assessore nell’Unione Montana Alta Langa. Nel 2019 si presenta alle elezioni regionali e viene eletto per la Lega. Cirio lo nomina come uno dei sette assessori leghisti della sua giunta con le pesanti deleghe alla sanità.  Da sindaco di paese di Langa ad assessore regionale alla sanità, come è stato il salto? 30 anni di lavoro in sanità mi hanno fornito gli strumenti, ma devo dire che anche l’esperienza da sindaco mi è tornata molto utile, perché aiuta a rimanere coi piedi per terra e ragionare con concretezza e buonsenso per gestire un assessorato che conta oltre l’80% del bilancio regionale, con livelli di complessità elevatissimi. Ma non doveva fare l’assessore all’agricoltura? La presenza nella Lega di elevate professionalità in campo sanitario mi aveva fatto pensare all’agricoltura, per l’esperienza maturata in famiglia e nel mondo del vino come presidente dei Comuni del Moscato. Ma il mio partito mi ha chiesto l’impegno in sanità e sono contento di averlo fatto. Ha avuto in mano la delega regionale più importante e più difficile che cosa ha trovato quando è arrivato? L’ufficio vuoto. Purtroppo il mio predecessore non ha fatto il passaggio di consegne e mi è dispiaciuto. Ho dovuto iniziare da zero, scoprendo ben presto che il Piemonte era tra le regioni che avevano avuto i maggiori tagli ai posti letto ospedalieri, 287 posti di terapia intensiva, un valore tra i più bassi d’Italia. Una rete territoriale con enormi criticità, nessun cantiere di edilizia sanitaria. Anche il personale dell’assessorato era ridotto al minimo. Ha dovuto gestire i due anni di pandemia, alla luce di quanto è successo è stato un aiuto in più nel rivedere il complesso sanitario regionale o solo una grana? La pandemia è stata uno stress-test di portata straordinaria che ha messo in evidenza tutte le criticità su cui lavorare, in primis l’assistenza territoriale, la vetustà dei nostri ospedali, che solo grazie ai sanitari hanno saputo dare una risposta straordinaria. Dal lato sanitario, è stata un’emergenza drammatica, una tragedia che ha consumato energie vitali in tutti i comparti, compresi quelli economici.   E ora come lascia la sanità piemontese? I critici, e anche alcuni tecnici, dicono che siamo al limite di commissariamento e piano di rientro? Oggi il servizio sanitario nazionale è ampiamente sottofinanziato, nonostante gli sforzi del Governo. Il deficit delle risorse in sanità è un problema, non solo per il Piemonte, ma per la stragrande maggioranza delle regioni. In tutta Europa i finanziamenti in rapporto al Pil sono ben superiori. È necessario efficientare il sistema, ma tutte le regioni hanno chiesto maggiori risorse, così come hanno atteso invano che si completasse il rimborso di tutti i maggiori costi dovuti alla pandemia. Siamo riusciti a far fuoco con la legna che avevamo. Ho visto agitare lo spettro del piano di rientro dal giorno in cui ho messo piede in assessorato; sono passati cinque anni e il bilancio della sanità regionale è sempre stato “quadrato” e lo sarà anche quest’anno.  Da assessore di cosa va più fiero in questa legislatura? Durante la pandemia, il nostro sistema sanitario regionale, col grande impegno di tutto il personale, è riuscito a curare tutti i piemontesi. Non è stato così in molte altre regioni d’Italia e del mondo. Abbiamo sbloccato cantieri di ospedali fermi da anni, a cominciare dal Parco della Salute di Torino, riaperto il cantiere di Vallebelbo, oltre che aperto Verduno e avviato l’iter per la realizzazione di otto nuovi ospedali e strutture sanitarie in tutta la regione, tra cui il nuovo ospedale unico di Saluzzo-Savigliano-Fossano, la cui progettazione è già in corso e quello di Cuneo. E c’è il piano di potenziamento della medicina territoriale, con l’assunzione di nuovi professionisti, anche se c’è penuria di personale. Per ora sono 2.060 in più oltre il turnover. Assessore ma è sostenibile un piano così o siamo alle solite promesse pre-elettorali? Mi creda. Oggi il Piemonte paga 540 milioni di mutui e dal 2028 quasi la metà non ci sarà più e quei soldi saranno fissati per pagare le rate degli ospedali.  Che cosa non le è piaciuto? L’atteggiamento ostruzionistico di chi per partito preso deve sempre essere contro. Le strumentalizzazioni politiche e di parte in sanità non dovrebbero essere accettabili. Come sull’ospedale di Cuneo su cui dovrebbe esserci condivisione di vedute e consenso. Cosa avrebbe voluto fare e non è riuscito? Sono talmente tanti e complessi i progetti messi in campo che sarebbe presuntuoso pensare di poterli realizzare tutti in appena cinque anni, di cui almeno due condizionati dalla pandemia. Sul fronte dell’edilizia sanitaria, ad esempio, sono già stati fatti miracoli, per me non è mai abbastanza ma devo rassegnarmi ai tempi della burocrazia. La sviluppo della telemedicina sta proseguendo a grandi passi e ne vedremo gli effetti positivi. Sulla sanità ogni settimana è un annuncio dal grattacielo di Torino, ospedali nuovi, successi, fondi, aiuti, investimenti… eppure le liste di attesa sono sempre più lunghe, le prenotazioni non si possono neppure fare, e i medici lasciano il pubblico per il privato. C’è qualcosa che non va? Quello delle liste d’attesa è un problema nazionale, non solo del Piemonte, non nasce oggi, e nemmeno ieri, ma ha radici decennali. In meno di due anni la regione ha saputo tornare ai livelli pre-Covid, come riconosciuto anche da Corte dei Conti e Agenas, che ha messo il Piemonte al primo posto in Italia per il recupero. Abbiamo concentrato gli sforzi sul recupero delle prescrizioni più urgenti, brevi e differite e il lavoro di questi anni ha consentito di recuperare gran parte degli arretrati. Nel 2018, le prestazioni ambulatoriali erano state 1.081.744, nel 2019 1.144.304 e nel 2023 1.535.868, ovvero il 134% del recupero rispetto al periodo pre-Covid, con tempi di attesa sostanzialmente invariati.Per le U (urgenti entro 3 giorni), nel 2019 si aspettavano in media 2 giorni, nel 2023 un giorno; nel 2019 per le B (brevi entro 10 giorni) si aspettavano 14 giorni e ora 9; le D (differite entro 30/60 giorni) l’attesa media è passata da 31 a 41 giorni, ma si sono prodotte 265 mila prestazioni in più. Ora l’obiettivo sono le prescrizioni programmate P, con un piano specifico da 25 milioni di euro, inserite nel bilancio previsionale. A questo, si aggiunge il potenziamento delle agende per le prenotazioni che tra gennaio e aprile 2024 sono state integrate con 14 mila slot per esami e prestazioni il sabato e la domenica. Il vero tema è che la domanda di prestazioni sanitarie è esplosa, al netto dei recuperi delle prestazioni sospese durante il Covid, c’è un incremento di oltre il 30%, dovuto a moltissime ragioni. Ci sono tanti problemi ma per dare risposte efficaci è necessaria una riforma radicale del sistema, a livello nazionale, e la posta in gioco è elevatissima: il mantenimento del sistema pubblico universale, un bene primario assoluto da tutelare. Lei ha preso posizioni chiare su cooperative e gettonisti nel pubblico, eppure sembra che facciate di tutto per favorire il privato, c’è qualcosa nella sanità pubblica su cui non arretrerete? Il principio non rinunciabile è che deve essere il pubblico ad avere il controllo sul privato. Il budget della sanità regionale destinato ai privati è fermo da oltre 10 anni. Il privato convenzionato è una costola del pubblico, che ne controlla il fatturato col budget e il valore delle prestazioni col tariffario nazionale e aiuta a mantenere il sistema pubblico nel dare risposte ai bisogni di salute. C’è poi il privato puro dove si pagano totalmente le prestazioni, anche attraverso il sistema assicurativo, che sta aumentando, proprio perché il sistema pubblico è in difficoltà. Il ricorso ai gettonisti è stato un male necessario per non chiudere reparti o servizi per carenza di personale. Ho più volte chiesto al ministro di porre un tetto di spesa al valore orario del gettonista. L’ospedale di Cuneo si fa davvero? E con il PPP? Certamente, faremo l’ospedale hub della Provincia di Cuneo. La modalità di finanziamento sarà quella più conveniente alla pubblica amministrazione, partenariato pubblico privato, o con i fondi Inail. Il progetto proposto dal privato ha ottenuto il parere positivo degli advisor ed è al vaglio della Conferenza preliminare dei servizi.  Ma in un’ottica di territorio vasto e di riorganizzazione, non ha senso un’unica azienda sanitaria pubblica in provincia, evitando doppioni e sprechi? Il modello organizzativo che abbiamo ereditato può essere rivisto con separazione tra ospedali per acuti e territorio con ospedali di comunità e cure per la cronicità, come ad esempio in Lombardia. Tuttavia non sempre le grandi dimensioni di Asl e Aso portano a economie di scala e gestioni efficienti. C’è una dimensione ottimale delle aziende sanitarie, oltre la quale si perde il reale controllo e si generano ulteriori costi. La provincia di Cuneo è grande come l’intera Liguria, forse troppo per aziende unificate. L’Asl Cn1 è pesantemente indebitata da gestione e sottofinanziamento come altre Asl piemontesi.  Questa amministrazione Cirio con presidente, assessore alla sanità, consiglieri, non è stata sbilanciata tutta sulla Langa?  Direi proprio di no. La composizione del Consiglio regionale non è decisa né da Cirio, né da Icardi, ma dagli elettori. Se guardo agli investimenti sulla sanità, l’area cuneese così come quella della pianura non si possono lamentare, non solo la Langa. Tra lei e Cirio non è stato un idillio in questo cinque anni, è ancora il candidato ideale? La coalizione di centrodestra ha scelto Cirio. È il miglior candidato presidente possibile, su questo non c’è dubbio, perché è riconosciuto che ha governato bene. Ricordo però che ha governato con una giunta composta da 7 assessori leghisti su 11, che ovviamente hanno contribuito al buon governo. Noi siamo due “langhetti”, a volte c’è divergenza di idee,  e ogni tanto perdiamo la pazienza, ma alla fine la soluzione l’abbiamo sempre trovata e condivisa. Quale è lo stato di salute di questa maggioranza che probabilmente cambierà in maniera sostanziale? La maggioranza sta bene, anche se ogni partito o forza che la compone fa i propri interessi politici. Credo e spero che aumenti i consensi alle prossime elezioni in Piemonte.  Si ricandida? La Lega oggi occupa lo spazio voluto dagli elettori. Se non sarà più cosi, lo vedremo dopo le elezioni. Per avere lo stesso spazio, i pretendenti di Fratelli d’Italia devono ottenere gli stessi consensi della Lega della volta scorsa, e credo non sia facile. Per quanto mi riguarda, confermo la mia disponibilità alla ricandidatura. Sarà ancora assessore? Se ne parlerà dopo il 9 giugno. Oggi ci sono ancora troppe variabili per poter fare previsioni sui futuri assetti.  La lista cuneese è ormai definita? Sì. Il direttivo provinciale ha condiviso i nomi e la segreteria è prossima a comunicarla ufficialmente. Oltre ai tre consiglieri attuali, il sottoscritto, Paolo Demarchi e Matteo Gagliasso ci saranno Simona Giaccardi di Fossano (presidente del Consiglio comunale e consigliera provinciale, ndr) Katia Manassero di Borgo San Dalmazzo (consigliera comunale, ndr). Lei è un leghista della prima ora, si ritrova ancora in questa Lega di Salvini? Salvini ha riportato il partito al 40 per cento. Senza Bossi, la Lega non sarebbe mai esistita. Ogni stagione ha le sue dinamiche nazionali, mi riconosco nella capacità della Lega di superare le difficoltà, questo sì, al di là dei nomi.
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