È un uomo di Dio: per tutti, è semplicemente Gino ed è un prete operaio in pensione. Gino Chiesa è nato a Santo Stefano Roero il 1°agosto 1942 e vive ad Alba.
I suoi genitori?
Erano contadini nella terra del Roero, sabbiosa e austera. Mio padre faceva il mezzadro e fare a metà di tutto, in quei tempi, era molto difficile: ci costringeva ad una dignitosa povertà! Le Elementari erano in paese a circa 900 metri da casa. Quattro volte al giorno ci andavo e tornavo a piedi. In inverno portavo pure un po’ di legna per scaldarci! Finita la scuola alle 16.30, in fretta a casa per portare (dalla primavera all’autunno) le mucche al pascolo. Al ritorno, i compiti e sovente con secchio, carrucola e corda tirare su l’acqua dal pozzo per i vitellini e le mucche: siamo stati abituati a condividere tutto, ma siamo stati anche molto amati! La mamma ci ha insegnato ad essere ospitali. Dalla prima Media a quinta Teologia, sono stato in Seminario ad Alba.
Cosa sognava di fare da bambino?
Da bambino sognavo poco, eravamo in dieci (cinque fratelli e cinque sorelle), con una storia di sana condivisione. Con le nostre grosse diversità oggi ci accettiamo e ci vogliamo bene. Avevo un padrino di battesimo di grande apertura e sapienza spirituale: mi aveva insegnato a suonare l’armonium. Mi ha testimoniato alcuni aspetti di fondo della vita che mi hanno ispirato ad andare in una certa direzione: lavoro, preghiera, gli altri, la semplicità e la coerenza.
Perché ha scelto di fare il prete operaio?
Dopo 7 anni da vice curato, giovane prete al servizio di parrocchie, con varie sperimentazioni di forme nuove di catechesi con adolescenti, da loro avevo ricevuto un input. Mi dicevano: “Tu dici delle cose belle, ma il tuo linguaggio non lo comprendiamo!”. Avendo incontrato alcuni preti operai del Piemonte e approfondito i documenti del Concilio, mettendo insieme queste cose ho deciso di andare in fabbrica. Nuove persone incontrate, nuove situazioni... Ho lavorato in un’azienda che costruiva capannoni industriali in acciaio, in una che faceva lavori di manutenzione e riparazione in aziende enologiche e tessili, per un anno ho condotto un impianto di estrazione della ghiaia, vicino al Tanaro. In seguito 8 anni in un’azienda meccanotessile, con molti delicati problemi sindacali. Gli amici mi avevano convinto a lasciare quella fabbrica per un’altra azienda in cui ho lavorato fino a 65 anni.
È vero che non si fa chiamare ‘don’ e perché?
Essere prete non vuol dire fare parte di una casta, ma essere pienamente inserito in una storia di vita umana dove insieme si pensa, ci si rispetta, si lotta in modo nonviolento e si lavora per un mondo dove tutti e tutte abbiano diritti e prospettive di futuro. Non si vive del ‘sacro’ ma, come tutti, del lavoro!
Le esperienze di fabbrica cosa le hanno insegnato?
Molte cose: l’umanità, il non vergognarsi della fragilità, il rispettare gli orari, lo stare con altri sullo stesso piano nel pieno rispetto dei loro cammini e delle loro idee, la solidarietà e il prendersi a cuore quotidianamente, condividendo il lavoro ed essere disposto a fare le cose più nascoste, difficili e poco cercate da altri. La solidarietà con i compagni di lavoro e la presa di coscienza delle cause di molte ingiustizie del mondo. Abbiamo anche lottato in modo nonviolento e ipotizzato fraternità, oltre il lavoro di ogni giorno. Il lavoro ci ha fatto condividere uno sguardo universale. È bello aver avuto dei compagni e delle compagne che mi hanno chiamato fratello! Insieme nelle rivendicazioni sindacali e silenziosamente uomo, come ci ha insegnato Charles del Foucauld.
Il viaggio recente tra i poveri del Brasile cosa ha lasciato in lei?
Un sapere che viene da donne e uomini che, incontrando gli scarti di umanità, non si voltano dall’altra parte ma si organizzano e costruiscono una rete di incontri e di aiuto fraterno, in modo che la parola ‘escluso’ sia il meno pronunciata possibile! La cura dei senza terra, l’attenzione ai bambini di strada, il lavoro per il riscatto di donne prostitute ed emarginate, l’attenzione ai carcerati, la costruzione di luoghi di accoglienza per bambini abbandonati, handicappati, con problemi psichiatrici, con ragazze ai bordi della strada... Il tutto con una grande maturazione di motivazione interiore sostenuta e coltivata da nostri amici missionari che lavorano con costanza nella povertà, rendendo queste persone protagoniste della loro liberazione.
Felice della scelta di vita che ha fatto?
Felice di aver incontrato Gesù di Nazareth in molte persone che hanno sempre patito l’odore dell’incenso, con una certa lontananza da una Chiesa gerarchica: ho ricevuto molto da tante persone, dall’ascolto del loro tormentato vivere, dalla condivisione di fallimenti amari e dall’aver ricevuto da situazioni difficilissime degli sprazzi di luce e di speranza pieni di umanità e di pace. Come non dire grazie a loro?
Come vede la Chiesa Cattolica oggi?
Come tante istituzioni, fatica a liberarsi di risposte che nel passato servivano a vivere e oggi molto meno. Papa Francesco ci stimola a guardare oltre, a cercare linguaggi consoni alla lunghezza d’onda di chi oggi cerca un senso per vivere e certamente può trovarlo senza costrizioni in donne e uomini che insieme cercano con altri un Regno di Dio, dove la diversità non faccia paura e si cerchino di risolvere i conflitti senza violenza, la donna sia considerata per la sua straordinaria e creativa capacità di vivere e di costruire relazioni...
La preghiera per lei è importante?
È fondamentale! Gesù stesso, il mattino presto o la sera tardi, si ritirava solo, nel deserto, a pregare, cioè a trovare relazione con il Padre per avere la forza di accogliere, perdonare, guarire, prendere per mano e sollevare e scoprire feritoie nelle ferite (come scriveva don Tonino Bello).
Cosa pensa dell’Italia che fornisce le armi per combattere le guerre e del contemporaneo sfascio della nostra sanità pubblica con lunghe code per fare gli esami necessari, anche quando si è malati gravi?
E una domandona! Gesù ha rifiutato ogni tipo di violenza, ha invitato ad amare i nemici, ha condannato con molto coraggio la violenza del potere ed ha chiesto ai suoi discepoli e alle sue discepole (molto dimenticate) di avere uno stile di totale gratuità e di non imporre mai a nessuno cose oltre alla coscienza. La guerra è una pazzia, avevamo fatto una campagna di obiezione di coscienza alle spese militari, forse sarebbe il momento di tornare a risvegliare questa sensibilità! E in ultimo è necessario che quando si vota si scelgano persone capaci di dialogo, non venduti nel potere. Pagare le tasse è un dovere.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
Dio, gli altri, le altre.
La morte cosa è per lei?
Ho incontrato grandi sofferenze in persone che hanno perduto persone care, ho capito che la consolazione non è fatta di parole. Nella vita sto sperimentando che la resurrezione ha il suo principio nell’amore verso gli altri. E quando questo lo si vive fino in fondo, la morte non ha più nulla da rubare a noi! Mi interroga molto la morte violenta. Io credo nel Dio della vita.
paesi
È un uomo di Dio: per tutti, è semplicemente Gino ed è un prete operaio in pensione. Gino Chiesa è nato a Santo Stefano Roero il 1°agosto 1942 e vive ad Alba.
I suoi genitori?
Erano contadini nella terra del Roero, sabbiosa e austera. Mio padre faceva il mezzadro e fare a metà di tutto, in quei tempi, era molto difficile: ci costringeva ad una dignitosa povertà! Le Elementari erano in paese a circa 900 metri da casa. Quattro volte al giorno ci andavo e tornavo a piedi. In inverno portavo pure un po’ di legna per scaldarci! Finita la scuola alle 16.30, in fretta a casa per portare (dalla primavera all’autunno) le mucche al pascolo. Al ritorno, i compiti e sovente con secchio, carrucola e corda tirare su l’acqua dal pozzo per i vitellini e le mucche: siamo stati abituati a condividere tutto, ma siamo stati anche molto amati! La mamma ci ha insegnato ad essere ospitali. Dalla prima Media a quinta Teologia, sono stato in Seminario ad Alba.
Cosa sognava di fare da bambino?
Da bambino sognavo poco, eravamo in dieci (cinque fratelli e cinque sorelle), con una storia di sana condivisione. Con le nostre grosse diversità oggi ci accettiamo e ci vogliamo bene. Avevo un padrino di battesimo di grande apertura e sapienza spirituale: mi aveva insegnato a suonare l’armonium. Mi ha testimoniato alcuni aspetti di fondo della vita che mi hanno ispirato ad andare in una certa direzione: lavoro, preghiera, gli altri, la semplicità e la coerenza.
Perché ha scelto di fare il prete operaio?
Dopo 7 anni da vice curato, giovane prete al servizio di parrocchie, con varie sperimentazioni di forme nuove di catechesi con adolescenti, da loro avevo ricevuto un input. Mi dicevano: “Tu dici delle cose belle, ma il tuo linguaggio non lo comprendiamo!”. Avendo incontrato alcuni preti operai del Piemonte e approfondito i documenti del Concilio, mettendo insieme queste cose ho deciso di andare in fabbrica. Nuove persone incontrate, nuove situazioni... Ho lavorato in un’azienda che costruiva capannoni industriali in acciaio, in una che faceva lavori di manutenzione e riparazione in aziende enologiche e tessili, per un anno ho condotto un impianto di estrazione della ghiaia, vicino al Tanaro. In seguito 8 anni in un’azienda meccanotessile, con molti delicati problemi sindacali. Gli amici mi avevano convinto a lasciare quella fabbrica per un’altra azienda in cui ho lavorato fino a 65 anni.
È vero che non si fa chiamare ‘don’ e perché?
Essere prete non vuol dire fare parte di una casta, ma essere pienamente inserito in una storia di vita umana dove insieme si pensa, ci si rispetta, si lotta in modo nonviolento e si lavora per un mondo dove tutti e tutte abbiano diritti e prospettive di futuro. Non si vive del ‘sacro’ ma, come tutti, del lavoro!
Le esperienze di fabbrica cosa le hanno insegnato?
Molte cose: l’umanità, il non vergognarsi della fragilità, il rispettare gli orari, lo stare con altri sullo stesso piano nel pieno rispetto dei loro cammini e delle loro idee, la solidarietà e il prendersi a cuore quotidianamente, condividendo il lavoro ed essere disposto a fare le cose più nascoste, difficili e poco cercate da altri. La solidarietà con i compagni di lavoro e la presa di coscienza delle cause di molte ingiustizie del mondo. Abbiamo anche lottato in modo nonviolento e ipotizzato fraternità, oltre il lavoro di ogni giorno. Il lavoro ci ha fatto condividere uno sguardo universale. È bello aver avuto dei compagni e delle compagne che mi hanno chiamato fratello! Insieme nelle rivendicazioni sindacali e silenziosamente uomo, come ci ha insegnato Charles del Foucauld.
Il viaggio recente tra i poveri del Brasile cosa ha lasciato in lei?
Un sapere che viene da donne e uomini che, incontrando gli scarti di umanità, non si voltano dall’altra parte ma si organizzano e costruiscono una rete di incontri e di aiuto fraterno, in modo che la parola ‘escluso’ sia il meno pronunciata possibile! La cura dei senza terra, l’attenzione ai bambini di strada, il lavoro per il riscatto di donne prostitute ed emarginate, l’attenzione ai carcerati, la costruzione di luoghi di accoglienza per bambini abbandonati, handicappati, con problemi psichiatrici, con ragazze ai bordi della strada... Il tutto con una grande maturazione di motivazione interiore sostenuta e coltivata da nostri amici missionari che lavorano con costanza nella povertà, rendendo queste persone protagoniste della loro liberazione.
Felice della scelta di vita che ha fatto?
Felice di aver incontrato Gesù di Nazareth in molte persone che hanno sempre patito l’odore dell’incenso, con una certa lontananza da una Chiesa gerarchica: ho ricevuto molto da tante persone, dall’ascolto del loro tormentato vivere, dalla condivisione di fallimenti amari e dall’aver ricevuto da situazioni difficilissime degli sprazzi di luce e di speranza pieni di umanità e di pace. Come non dire grazie a loro?
Come vede la Chiesa Cattolica oggi?
Come tante istituzioni, fatica a liberarsi di risposte che nel passato servivano a vivere e oggi molto meno. Papa Francesco ci stimola a guardare oltre, a cercare linguaggi consoni alla lunghezza d’onda di chi oggi cerca un senso per vivere e certamente può trovarlo senza costrizioni in donne e uomini che insieme cercano con altri un Regno di Dio, dove la diversità non faccia paura e si cerchino di risolvere i conflitti senza violenza, la donna sia considerata per la sua straordinaria e creativa capacità di vivere e di costruire relazioni...
La preghiera per lei è importante?
È fondamentale! Gesù stesso, il mattino presto o la sera tardi, si ritirava solo, nel deserto, a pregare, cioè a trovare relazione con il Padre per avere la forza di accogliere, perdonare, guarire, prendere per mano e sollevare e scoprire feritoie nelle ferite (come scriveva don Tonino Bello).
Cosa pensa dell’Italia che fornisce le armi per combattere le guerre e del contemporaneo sfascio della nostra sanità pubblica con lunghe code per fare gli esami necessari, anche quando si è malati gravi?
E una domandona! Gesù ha rifiutato ogni tipo di violenza, ha invitato ad amare i nemici, ha condannato con molto coraggio la violenza del potere ed ha chiesto ai suoi discepoli e alle sue discepole (molto dimenticate) di avere uno stile di totale gratuità e di non imporre mai a nessuno cose oltre alla coscienza. La guerra è una pazzia, avevamo fatto una campagna di obiezione di coscienza alle spese militari, forse sarebbe il momento di tornare a risvegliare questa sensibilità! E in ultimo è necessario che quando si vota si scelgano persone capaci di dialogo, non venduti nel potere. Pagare le tasse è un dovere.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
Dio, gli altri, le altre.
La morte cosa è per lei?
Ho incontrato grandi sofferenze in persone che hanno perduto persone care, ho capito che la consolazione non è fatta di parole. Nella vita sto sperimentando che la resurrezione ha il suo principio nell’amore verso gli altri. E quando questo lo si vive fino in fondo, la morte non ha più nulla da rubare a noi! Mi interroga molto la morte violenta. Io credo nel Dio della vita.
Gino Chiesa, prete operaio che non si fa chiamare don
18 febbraio 2024
Cuneo
È un uomo di Dio: per tutti, è semplicemente Gino ed è un prete operaio in pensione. Gino Chiesa è nato a Santo Stefano Roero il 1°agosto 1942 e vive ad Alba.
I suoi genitori?
Erano contadini nella terra del Roero, sabbiosa e austera. Mio padre faceva il mezzadro e fare a metà di tutto, in quei tempi, era molto difficile: ci costringeva ad una dignitosa povertà! Le Elementari erano in paese a circa 900 metri da casa. Quattro volte al giorno ci andavo e tornavo a piedi. In inverno portavo pure un po’ di legna per scaldarci! Finita la scuola alle 16.30, in fretta a casa per portare (dalla primavera all’autunno) le mucche al pascolo. Al ritorno, i compiti e sovente con secchio, carrucola e corda tirare su l’acqua dal pozzo per i vitellini e le mucche: siamo stati abituati a condividere tutto, ma siamo stati anche molto amati! La mamma ci ha insegnato ad essere ospitali. Dalla prima Media a quinta Teologia, sono stato in Seminario ad Alba.
Cosa sognava di fare da bambino?
Da bambino sognavo poco, eravamo in dieci (cinque fratelli e cinque sorelle), con una storia di sana condivisione. Con le nostre grosse diversità oggi ci accettiamo e ci vogliamo bene. Avevo un padrino di battesimo di grande apertura e sapienza spirituale: mi aveva insegnato a suonare l’armonium. Mi ha testimoniato alcuni aspetti di fondo della vita che mi hanno ispirato ad andare in una certa direzione: lavoro, preghiera, gli altri, la semplicità e la coerenza.
Perché ha scelto di fare il prete operaio?
Dopo 7 anni da vice curato, giovane prete al servizio di parrocchie, con varie sperimentazioni di forme nuove di catechesi con adolescenti, da loro avevo ricevuto un input. Mi dicevano: “Tu dici delle cose belle, ma il tuo linguaggio non lo comprendiamo!”. Avendo incontrato alcuni preti operai del Piemonte e approfondito i documenti del Concilio, mettendo insieme queste cose ho deciso di andare in fabbrica. Nuove persone incontrate, nuove situazioni... Ho lavorato in un’azienda che costruiva capannoni industriali in acciaio, in una che faceva lavori di manutenzione e riparazione in aziende enologiche e tessili, per un anno ho condotto un impianto di estrazione della ghiaia, vicino al Tanaro. In seguito 8 anni in un’azienda meccanotessile, con molti delicati problemi sindacali. Gli amici mi avevano convinto a lasciare quella fabbrica per un’altra azienda in cui ho lavorato fino a 65 anni.
È vero che non si fa chiamare ‘don’ e perché?
Essere prete non vuol dire fare parte di una casta, ma essere pienamente inserito in una storia di vita umana dove insieme si pensa, ci si rispetta, si lotta in modo nonviolento e si lavora per un mondo dove tutti e tutte abbiano diritti e prospettive di futuro. Non si vive del ‘sacro’ ma, come tutti, del lavoro!
Le esperienze di fabbrica cosa le hanno insegnato?
Molte cose: l’umanità, il non vergognarsi della fragilità, il rispettare gli orari, lo stare con altri sullo stesso piano nel pieno rispetto dei loro cammini e delle loro idee, la solidarietà e il prendersi a cuore quotidianamente, condividendo il lavoro ed essere disposto a fare le cose più nascoste, difficili e poco cercate da altri. La solidarietà con i compagni di lavoro e la presa di coscienza delle cause di molte ingiustizie del mondo. Abbiamo anche lottato in modo nonviolento e ipotizzato fraternità, oltre il lavoro di ogni giorno. Il lavoro ci ha fatto condividere uno sguardo universale. È bello aver avuto dei compagni e delle compagne che mi hanno chiamato fratello! Insieme nelle rivendicazioni sindacali e silenziosamente uomo, come ci ha insegnato Charles del Foucauld.
Il viaggio recente tra i poveri del Brasile cosa ha lasciato in lei?
Un sapere che viene da donne e uomini che, incontrando gli scarti di umanità, non si voltano dall’altra parte ma si organizzano e costruiscono una rete di incontri e di aiuto fraterno, in modo che la parola ‘escluso’ sia il meno pronunciata possibile! La cura dei senza terra, l’attenzione ai bambini di strada, il lavoro per il riscatto di donne prostitute ed emarginate, l’attenzione ai carcerati, la costruzione di luoghi di accoglienza per bambini abbandonati, handicappati, con problemi psichiatrici, con ragazze ai bordi della strada... Il tutto con una grande maturazione di motivazione interiore sostenuta e coltivata da nostri amici missionari che lavorano con costanza nella povertà, rendendo queste persone protagoniste della loro liberazione.
Felice della scelta di vita che ha fatto?
Felice di aver incontrato Gesù di Nazareth in molte persone che hanno sempre patito l’odore dell’incenso, con una certa lontananza da una Chiesa gerarchica: ho ricevuto molto da tante persone, dall’ascolto del loro tormentato vivere, dalla condivisione di fallimenti amari e dall’aver ricevuto da situazioni difficilissime degli sprazzi di luce e di speranza pieni di umanità e di pace. Come non dire grazie a loro?
Come vede la Chiesa Cattolica oggi?
Come tante istituzioni, fatica a liberarsi di risposte che nel passato servivano a vivere e oggi molto meno. Papa Francesco ci stimola a guardare oltre, a cercare linguaggi consoni alla lunghezza d’onda di chi oggi cerca un senso per vivere e certamente può trovarlo senza costrizioni in donne e uomini che insieme cercano con altri un Regno di Dio, dove la diversità non faccia paura e si cerchino di risolvere i conflitti senza violenza, la donna sia considerata per la sua straordinaria e creativa capacità di vivere e di costruire relazioni...
La preghiera per lei è importante?
È fondamentale! Gesù stesso, il mattino presto o la sera tardi, si ritirava solo, nel deserto, a pregare, cioè a trovare relazione con il Padre per avere la forza di accogliere, perdonare, guarire, prendere per mano e sollevare e scoprire feritoie nelle ferite (come scriveva don Tonino Bello).
Cosa pensa dell’Italia che fornisce le armi per combattere le guerre e del contemporaneo sfascio della nostra sanità pubblica con lunghe code per fare gli esami necessari, anche quando si è malati gravi?
E una domandona! Gesù ha rifiutato ogni tipo di violenza, ha invitato ad amare i nemici, ha condannato con molto coraggio la violenza del potere ed ha chiesto ai suoi discepoli e alle sue discepole (molto dimenticate) di avere uno stile di totale gratuità e di non imporre mai a nessuno cose oltre alla coscienza. La guerra è una pazzia, avevamo fatto una campagna di obiezione di coscienza alle spese militari, forse sarebbe il momento di tornare a risvegliare questa sensibilità! E in ultimo è necessario che quando si vota si scelgano persone capaci di dialogo, non venduti nel potere. Pagare le tasse è un dovere.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
Dio, gli altri, le altre.
La morte cosa è per lei?
Ho incontrato grandi sofferenze in persone che hanno perduto persone care, ho capito che la consolazione non è fatta di parole. Nella vita sto sperimentando che la resurrezione ha il suo principio nell’amore verso gli altri. E quando questo lo si vive fino in fondo, la morte non ha più nulla da rubare a noi! Mi interroga molto la morte violenta. Io credo nel Dio della vita.