cultura
«Il Signore stesso, gli darà da bere l’acqua della sapienza»; «Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello». È con queste due citazioni bibliche, una dell’antico testamento ed una del nuovo, che la Legenda aurea introduce la figura di Tommaso d’Aquino. Con un intento preciso: quello di connotare questo santo medievale come un abisso dal quale a fluire, quasi come dalle profondità di Dio, è lo stesso mistero inaccessibile della sapienza divina. Del resto, secondo Iacopo da Varazze, il nome Tommaso significherebbe proprio “abisso”: «Il santo dottore Tommaso fu come un abisso profondissimo dal quale emerse un’immensità di scienza e sapienza. Non immeritatamente dunque egli, che dal nome del padre venne chiamato Aquinate, fu fonte abbondantissima delle acque della dottrina celeste». Questo suo essere fonte da cui fluisce la sapienza divina non appare però legato semplicemente al suo essere un teologo affermatissimo della sua epoca, capace di condizionare in modo rilevante col suo pensiero anche opere poetiche del calibro della Commedia di Dante, ma anche alla sua vita: egli infatti «fu segnato, fino ad esserne consumato, dallo splendore di ogni virtù». Ad essere messo in rilievo dalla Legenda aurea, nel tracciare il breve profilo di Tommaso d’Aquino, è dunque il suo essere «perfuso di grazia divina» e la sua capacità di farla fluire, come acqua cristallina, nella vita della chiesa del suo tempo e dei secoli a venire.
È assai probabile, come evidenziato anche dall’inserimento del capitolo dedicato a Tommaso d’Aquino non nella Legenda aurea strettamente intesa ma nelle sue Addictiones, che il testo in questione non sia stato redatto da Jacopo da Varagine, ma piuttosto da discepolo che dopo di lui ne ha ripreso la sua opera. Del resto Tommaso morì nel 1274 e venne ufficialmente canonizzato nel 1323; l’autore della Legenda aurea invece, contemporaneo di Tommaso e anche lui frate domenicano, morì nel 1298 e dunque ben prima che l’Aquinate fosse proclamato santo e destinato così a venire venerato dall’intera chiesa. Questo grandioso futuro era stato anticipato, secondo la Legenda aurea, da un presagio: «La sua nascita fu infatti preannunciata alla madre di lui da un eremita di nome Bono, che le indicò il nome del nascituro e le preannunciò che avrebbe goduto di grande fama in tutto il mondo». Ad appena cinque anni, egli «fu così mandato dai genitori al monastero di Monte Cassino perché fosse gradualmente introdotto alle discipline letterarie e apprendesse una giusta condotta» nel contesto dell’ordine benedettino. A seguito di una serie di vicissitudini, dopo aver scoperto alcuni scritti di Aristotele durante il corso di arti liberali da lui frequentato all’Università di Napoli, Tommaso decise però di entrare nell’ordine domenicano. Decisione che egli perseguì tenacemente nonostante l’opposizione della famiglia che, durante il suo viaggio verso Parigi, lo fece chiudere in una cella per dissuaderlo dal suo proposito di far parte di un ordine mendicante ritenuto inadeguato per un appartenente alla nobiltà.
E per distoglierlo dal suo intento venne addirittura inviata nella sua cella una ragazza bellissima, che tuttavia egli non esitò a «cacciare con un tizzone di fuoco», ottenendo così da Dio per il futuro la grazia di «essere del tutto insensibile ad ogni stimolo di carattere sessuale». È probabilmente questa la ragione per cui, nella decorazione della cappella della Madonna della neve di Mondovì, trova posto una singolare rappresentazione di san Tommaso (Fig. 1): del tutto estranea alla sua figura massiccia e corpulenta, essa si distingue invece per le forme di un magro domenicano che, ormai in età avanzata, tiene nella mano sinistra un libro chiuso dalla copertina rossa e in quella destra uno stelo di giglio al cui culmine spiccano cinque fiori bianchi. Certo il giglio fiorito non è un simbolo precipuo per l’Aquinate. Esso costituisce infatti l’emblema di molti altri santi: san Giuseppe e l’arcangelo Gabriele, San Francesco d’Assisi e santa Chiara, san Domenico di Guzmán e santa Caterina da Siena, sant’Antonio da Padova e san Vincenzo Ferrer… Il giglio tuttavia, non solo in questo caso ma anche in tutti quelli che vedono Tommaso accostato al fiore in questione, sembra proprio evocare la condizione particolarissima concessagli da Dio di vivere tutta la vita in castità, con una tale pienezza da essere addirittura esente da ogni tentazione relativa ad essa. In ogni caso a identificare il soggetto dell’affresco come l’Aquinate non è il giglio, ma piuttosto il sole o la stella, in questo caso ad un tempo sfolgorante e stilizzata, che gli spicca sul petto.
Fig. 1 - San Tommaso d’Aquino; Affresco; Metà del XV secolo; Ignoto; Cappella di Madonna della Neve; San Michele Mondovì.
Ma qual è il significato di questo sole che in moltissimi casi funge da vero e proprio elemento connotante dell’identità di Tommaso nel figurativo mirato a rappresentarlo? Esso, sia che abbia le forme o i caldi colori del sole o di una stella di prima grandezza sia che prenda le forme di un rilucente rubino apparentemente incastonato nel fermaglio che chiude il suo mantello nero da domenicano, intende esprimere la sapienza attraverso cui l’Aquinate seppe illuminare non solo la filosofia e la teologia della sua epoca, ma la vita intera della chiesa dei suoi tempi e di quelli a venire. Ecco dunque perché san Tommaso, che nella tempera su tavola dipinta dal Maestro di santa Rosalia conservata a Casa Cavassa (Fig. 2) viene rappresentato al centro di un gruppo di santi con nella mano sinistra un libro aperto e uno stelo di giglio e nella destra un modellino di chiesa, sembra trovare l’emblema stesso della sua santità proprio nella luminosità che prorompe dal raggiante rubino che chiude il manto nero da cui è avvolto. Ed è proprio la luce di questa pietra preziosa a illuminare e dar forza agli altri simboli: il libro aperto che indica il costituirsi di Tommaso come straordinario teologo; il giglio che ne rimarca il suo essere stato risolutamente casto per tutta la vita; il modellino della chiesa che, infine, indica la chiesa stessa di cui egli seppe divenire una delle pietre angolari. Come del resto rimarcato con forza dal suo essere messo al centro di un gruppo di santi del calibro di Ambrogio, Agostino, Caterina da Siena e Vincenzo Ferrer…
Fig. 2 - San Tommaso d’Aquino; Tempera su tavola; Inizi XVI secolo; Maestro di Santa Rosalia; Casa Cavassa; Saluzzo.
È una fulgida nebulosità dorata quella che, quasi prorompendo dal petto di Tommaso, illumina il suo abito da frate predicatore nell’affresco dipinto nella cappella Cavassa all’interno della chiesa di san Giovanni a Saluzzo (Fig. 3). La figura del santon si staglia su uno sfondo nel quale a spiccare è una montagna innevata il cui profilo sembra richiamare il Monviso mentre ad intravvedersi sulla destra sono le forme di un città fortificata il cui collocarsi su una collina evoca Saluzzo. L’Aquinate, in questo caso, tiene nella mano destra un libro chiuso dalla copertina bianca e nella sinistra il consueto modellino di chiesa. Il primo da leggersi come una sorta di elemento rafforzativo della saggezza già espressa attraverso la luce che risplende sul suo petto; la seconda volta a ribadire, anche attraverso le dimensioni notevoli del modellino, quanto il pensiero di Tommaso sia stato determinate nell’approfondimento del mistero cristiano su cui la chiesa stessa si fonda.
Fig. 3 - San Tommaso d’Aquino; Affresco; Prima metà XVI secolo; Pittore ignoto; Chiesa di San Giovanni (Cappella Cavassa); Saluzzo.
Ed è nuovamente questo modellino di chiesa, in questo caso in assenza sia del simbolo del libro che di quello del giglio, a giocare un ruolo centrale nella massiccia immagine dell’Aquinate dipinta questa volta sulla tempera su tela da Macrino d’Alba e conservata nel municipio di questa stessa città (Fig. 4). Anche in questo caso tuttavia a giocare un ruolo chiave nella rappresentazione del santo domenicano è il sole che, in forma quasi di fermaglio d’oro del suo mantello, spicca sul suo petto. Con l’evidente intento di esprimere tutta la grandezza di una figura la cui fama di sapienza avrebbe attraversato i secoli.
Fig. 4 - San Tommaso d’Aquino; Affresco; Inizio XVI secolo; Macrino d’Alba; Municipio; Alba.
Il sole luminoso dipinto sul petto di San Tommaso d’Aquino come simbolo del suo essere tramite della sapienza divina
28 gennaio 2024
Cuneo
«Il Signore stesso, gli darà da bere l’acqua della sapienza»; «Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello». È con queste due citazioni bibliche, una dell’antico testamento ed una del nuovo, che la Legenda aurea introduce la figura di Tommaso d’Aquino. Con un intento preciso: quello di connotare questo santo medievale come un abisso dal quale a fluire, quasi come dalle profondità di Dio, è lo stesso mistero inaccessibile della sapienza divina. Del resto, secondo Iacopo da Varazze, il nome Tommaso significherebbe proprio “abisso”: «Il santo dottore Tommaso fu come un abisso profondissimo dal quale emerse un’immensità di scienza e sapienza. Non immeritatamente dunque egli, che dal nome del padre venne chiamato Aquinate, fu fonte abbondantissima delle acque della dottrina celeste». Questo suo essere fonte da cui fluisce la sapienza divina non appare però legato semplicemente al suo essere un teologo affermatissimo della sua epoca, capace di condizionare in modo rilevante col suo pensiero anche opere poetiche del calibro della Commedia di Dante, ma anche alla sua vita: egli infatti «fu segnato, fino ad esserne consumato, dallo splendore di ogni virtù». Ad essere messo in rilievo dalla Legenda aurea, nel tracciare il breve profilo di Tommaso d’Aquino, è dunque il suo essere «perfuso di grazia divina» e la sua capacità di farla fluire, come acqua cristallina, nella vita della chiesa del suo tempo e dei secoli a venire.
È assai probabile, come evidenziato anche dall’inserimento del capitolo dedicato a Tommaso d’Aquino non nella Legenda aurea strettamente intesa ma nelle sue Addictiones, che il testo in questione non sia stato redatto da Jacopo da Varagine, ma piuttosto da discepolo che dopo di lui ne ha ripreso la sua opera. Del resto Tommaso morì nel 1274 e venne ufficialmente canonizzato nel 1323; l’autore della Legenda aurea invece, contemporaneo di Tommaso e anche lui frate domenicano, morì nel 1298 e dunque ben prima che l’Aquinate fosse proclamato santo e destinato così a venire venerato dall’intera chiesa. Questo grandioso futuro era stato anticipato, secondo la Legenda aurea, da un presagio: «La sua nascita fu infatti preannunciata alla madre di lui da un eremita di nome Bono, che le indicò il nome del nascituro e le preannunciò che avrebbe goduto di grande fama in tutto il mondo». Ad appena cinque anni, egli «fu così mandato dai genitori al monastero di Monte Cassino perché fosse gradualmente introdotto alle discipline letterarie e apprendesse una giusta condotta» nel contesto dell’ordine benedettino. A seguito di una serie di vicissitudini, dopo aver scoperto alcuni scritti di Aristotele durante il corso di arti liberali da lui frequentato all’Università di Napoli, Tommaso decise però di entrare nell’ordine domenicano. Decisione che egli perseguì tenacemente nonostante l’opposizione della famiglia che, durante il suo viaggio verso Parigi, lo fece chiudere in una cella per dissuaderlo dal suo proposito di far parte di un ordine mendicante ritenuto inadeguato per un appartenente alla nobiltà.
E per distoglierlo dal suo intento venne addirittura inviata nella sua cella una ragazza bellissima, che tuttavia egli non esitò a «cacciare con un tizzone di fuoco», ottenendo così da Dio per il futuro la grazia di «essere del tutto insensibile ad ogni stimolo di carattere sessuale». È probabilmente questa la ragione per cui, nella decorazione della cappella della Madonna della neve di Mondovì, trova posto una singolare rappresentazione di san Tommaso (Fig. 1): del tutto estranea alla sua figura massiccia e corpulenta, essa si distingue invece per le forme di un magro domenicano che, ormai in età avanzata, tiene nella mano sinistra un libro chiuso dalla copertina rossa e in quella destra uno stelo di giglio al cui culmine spiccano cinque fiori bianchi. Certo il giglio fiorito non è un simbolo precipuo per l’Aquinate. Esso costituisce infatti l’emblema di molti altri santi: san Giuseppe e l’arcangelo Gabriele, San Francesco d’Assisi e santa Chiara, san Domenico di Guzmán e santa Caterina da Siena, sant’Antonio da Padova e san Vincenzo Ferrer… Il giglio tuttavia, non solo in questo caso ma anche in tutti quelli che vedono Tommaso accostato al fiore in questione, sembra proprio evocare la condizione particolarissima concessagli da Dio di vivere tutta la vita in castità, con una tale pienezza da essere addirittura esente da ogni tentazione relativa ad essa. In ogni caso a identificare il soggetto dell’affresco come l’Aquinate non è il giglio, ma piuttosto il sole o la stella, in questo caso ad un tempo sfolgorante e stilizzata, che gli spicca sul petto.
Fig. 1 - San Tommaso d’Aquino; Affresco; Metà del XV secolo; Ignoto; Cappella di Madonna della Neve; San Michele Mondovì.
Ma qual è il significato di questo sole che in moltissimi casi funge da vero e proprio elemento connotante dell’identità di Tommaso nel figurativo mirato a rappresentarlo? Esso, sia che abbia le forme o i caldi colori del sole o di una stella di prima grandezza sia che prenda le forme di un rilucente rubino apparentemente incastonato nel fermaglio che chiude il suo mantello nero da domenicano, intende esprimere la sapienza attraverso cui l’Aquinate seppe illuminare non solo la filosofia e la teologia della sua epoca, ma la vita intera della chiesa dei suoi tempi e di quelli a venire. Ecco dunque perché san Tommaso, che nella tempera su tavola dipinta dal Maestro di santa Rosalia conservata a Casa Cavassa (Fig. 2) viene rappresentato al centro di un gruppo di santi con nella mano sinistra un libro aperto e uno stelo di giglio e nella destra un modellino di chiesa, sembra trovare l’emblema stesso della sua santità proprio nella luminosità che prorompe dal raggiante rubino che chiude il manto nero da cui è avvolto. Ed è proprio la luce di questa pietra preziosa a illuminare e dar forza agli altri simboli: il libro aperto che indica il costituirsi di Tommaso come straordinario teologo; il giglio che ne rimarca il suo essere stato risolutamente casto per tutta la vita; il modellino della chiesa che, infine, indica la chiesa stessa di cui egli seppe divenire una delle pietre angolari. Come del resto rimarcato con forza dal suo essere messo al centro di un gruppo di santi del calibro di Ambrogio, Agostino, Caterina da Siena e Vincenzo Ferrer…
Fig. 2 - San Tommaso d’Aquino; Tempera su tavola; Inizi XVI secolo; Maestro di Santa Rosalia; Casa Cavassa; Saluzzo.
È una fulgida nebulosità dorata quella che, quasi prorompendo dal petto di Tommaso, illumina il suo abito da frate predicatore nell’affresco dipinto nella cappella Cavassa all’interno della chiesa di san Giovanni a Saluzzo (Fig. 3). La figura del santon si staglia su uno sfondo nel quale a spiccare è una montagna innevata il cui profilo sembra richiamare il Monviso mentre ad intravvedersi sulla destra sono le forme di un città fortificata il cui collocarsi su una collina evoca Saluzzo. L’Aquinate, in questo caso, tiene nella mano destra un libro chiuso dalla copertina bianca e nella sinistra il consueto modellino di chiesa. Il primo da leggersi come una sorta di elemento rafforzativo della saggezza già espressa attraverso la luce che risplende sul suo petto; la seconda volta a ribadire, anche attraverso le dimensioni notevoli del modellino, quanto il pensiero di Tommaso sia stato determinate nell’approfondimento del mistero cristiano su cui la chiesa stessa si fonda.
Fig. 3 - San Tommaso d’Aquino; Affresco; Prima metà XVI secolo; Pittore ignoto; Chiesa di San Giovanni (Cappella Cavassa); Saluzzo.
Ed è nuovamente questo modellino di chiesa, in questo caso in assenza sia del simbolo del libro che di quello del giglio, a giocare un ruolo centrale nella massiccia immagine dell’Aquinate dipinta questa volta sulla tempera su tela da Macrino d’Alba e conservata nel municipio di questa stessa città (Fig. 4). Anche in questo caso tuttavia a giocare un ruolo chiave nella rappresentazione del santo domenicano è il sole che, in forma quasi di fermaglio d’oro del suo mantello, spicca sul suo petto. Con l’evidente intento di esprimere tutta la grandezza di una figura la cui fama di sapienza avrebbe attraversato i secoli.
Fig. 4 - San Tommaso d’Aquino; Affresco; Inizio XVI secolo; Macrino d’Alba; Municipio; Alba.