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Don Michele e don Emanuele, missionari cuneesi in Cina e a Taiwan
28 gennaio 2024
Cuneo
Cuneo - Don Michele Ferrero e don Emanuele Angiola sono due sacerdoti cuneesi da molti anni missionari: il primo nella Repubblica Popolare Cinese e il secondo nella vicina isola di Taiwan.
Non si erano mai incontrati prima: l’occasione è stata offerta lunedì 22 gennaio proprio a Cuneo, con l’invito del dirigente scolastico del liceo “De Amicis”, Paolo Romeo, a offrire la loro testimonianza agli studenti di alcune classi dell’istituto. L’incontro è stato moderato da Antonio Ferrero, docente di storia e filosofia al “De Amicis” e fratello di don Michele.
Don Emanuele Angiola ha frequentato il liceo scientifico “Peano”, poi ha studiato filosofia all’Università e canto al Conservatorio (tenore). In seguito è entrato in seminario a 24 anni ed è stato ordinato sacerdote della Fraternità di San Carlo Borromeo, che conta missionari in tutto il mondo. Dopo un breve incarico a Vienna, nel 2011, quando era ancora diacono, è stato destinato a Taipei (capitale di Taiwan), dove risiede tuttora. È stato parroco per una decina di anni, ora insegna italiano nella locale facoltà di lingue straniere e segue un dottorato in storia delle religioni.
Don Michele Ferrero, salesiano, è a Pechino dal 1996. Da 14 anni insegna latino e greco all’università e in seminario.
Le domande del moderatore e dell’assemblea, molto attenta, degli studenti si sono susseguite.
Quale è stato lo shock culturale più forte che avete vissuto?
Don Emanuele: quando mi sono reso conto che a Natale non era vacanza! E poi la confusione: la nostra casa è nel mezzo di un mercato tradizionale che apre tutte le mattine alle 4,30. E poi che conviene comprare per strada i piatti già pronti: costa meno che fare la spesa e cucinare!
Don Michele: in Cina sono tutti molto laboriosi. È nella loro cultura il lavorare molto (anche per guadagnare di più), tutti i giorni della settimana. All’università gli studenti seguono dieci ore di lezione al giorno. I Cinesi hanno poi la cultura del mangiare. I miei studenti dicono: “Noi viviamo per mangiare!”. Quando incontrano qualcuno, la domanda di rito è: “Hai mangiato?”. A proposito del cibo, i Cinesi ritengono gli occidentali (e gli Italiani in particolare) dei barbari, degli incivili: “Ma come? Tagliate la carne e il pane a tavola? Bisogna farlo prima di servire il piatto!”.
Quali le difficoltà con la lingua e con la scrittura?
Don Michele: in Cina quel che unifica è la scrittura. Ogni carattere può essere pronunciato in maniera differente nelle varie province, ma viene sempre scritto nello stesso modo e quindi la scrittura diventa comprensibili da tutti (la tv cinese è sempre sottotitolata con i caratteri cinesi).Mentre in occidente, anche se usiamo tutti lo stesso alfabeto, le lettere vengono disposte in maniera diversa da Stato a Stato, così uno svedese non riuscirà mai a comprendere un italiano, e viceversa. La scrittura cinese è comunque un ostacolo molto difficile per gli stranieri. Parlare e leggere il cinese è più facile che capirlo e scriverlo. Ci vogliono un minimo di due-tre anni per conoscere un po’ la lingua, ma si impara sempre. Il mio cinese è pari a quello di un bambino di quarta o quinta elementare.
Don Emanuele: quando sono arrivato a Taiwan non sapevo assolutamente il cinese. Per fortuna le lingue mi piacciono e le imparo abbastanza facilmente. Ho frequentato un anno di corso poi sono diventato parroco e dopo un anno e mezzo insegnavo già in cinese. Ma non ho mai smesso di studiarlo.
Come è vista la religione cattolica?
Don Emanuele: a Taiwan c’è l’assoluta libertà di culto. I cattolici sono meno dell’1% della popolazione. Conoscono di più i protestanti. Sono curiosi nei confronti della nostra religione, ma per loro il cristianesimo rimane comunque una religione occidentale.
Don Michele: anche in Cina i cattolici sono meno dell’1% della popolazione. Fino al 1926 i vescovi erano occidentali, poi nel 1949, con l’ascesa al potere di Mao, la religione, “oppio dei popoli”, è stata eliminata dalla società. Questo fino al ‘76. Poi man mano le chiese sono state riaperte, ma c’è sempre un rappresentante del partito comunista che decide (come per tutti gli ambiti della società civile, dalla scuola al lavoro...). Questa condizione è stata accettata da circa metà dei cattolici cinesi, mentre l’altra metà pratica un’attività “clandestina”. Il governo sceglie i vescovi e poi lo comunica al Vaticano. Adesso c’è una situazione di un certo equilibrio pacifico.
I giovani parlano inglese?
Don Emanuele: a Taiwan i giovani studiano l’inglese... ma non lo sanno. Solo chi occupa posti di livello nelle grandi aziende conosce bene l’inglese. Per entrare in contatto con la loro società devi sapere il cinese.
Don Michele: in Cina non si parla inglese. Il mandarino è l’inglese cinese. Nelle varie province si parla il cinese locale e a scuola tutti studiano il mandarino. Gli studenti, e le loro famiglie, fanno una fatica tremenda per arrivare all’università, veramente “lacrime e sangue”.
Cosa ne pensano i giovani della limitata libertà di espressione?
Don Michele: la libertà in Cina è limitatissima. Lo Stato dice: tu cittadino hai un lavoro, stai bene economicamente, vivi in una condizione di sicurezza assoluta (non esiste praticamente la criminalità), vivi in una nazione che è ai vertici mondiali... in cambio non puoi criticare nulla. Se critichi? Non sali nella scala sociale, non arrivi all’università, non passi gli esami...
Don Emanuele: a Taiwan c’è più libertà, ma non puoi criticare l’autorità, che siano i politici, i professori, i genitori. A scuola non fanno domande ai professori, perché vorrebbe dire che non si sono spiegati bene, che non insegnano bene. È offensivo fare domande. L’autorità sa tutto. Negli ultimi tempi, però, i giovani cominciano ad avere maggiore senso critico.
L’obiettivo della missione è evangelizzare, ma come si fa con un regime autoritario?
Don Michele: in Cina un maggiorenne può farsi battezzare (i minorenni non possono entrare in chiesa). Gli adulti possono diventare cristiani, non è proibito, ma le difficoltà sono tante.
Don Emanuele: a Taiwan evangelizzare vuol dire stare molto con i giovani e fargli capire che valgono come persone, a prescindere dai risultati che ottengono a scuola. E questo non è facile, in una società che si basa sul lavoro, sullo studio e sul successo.
Se in futuro decideste di tornare in Italia, è come se aveste fallito la vostra missione?
Don Michele e don Emanuele: no, non sarebbe un fallimento. Potrebbe voler dire che non c’è più bisogno del mio contributo in quel posto perché la situazione è migliorata, oppure che ho bisogno di un po’ di riposo in un momento di particolare difficoltà... La nostra vita è nelle mani di Dio.