cuneo
Seduta al tavolo della cucina che fu di sua madre, le mani intrecciate attorno ad una tazza di tisana calda, nella luce vivida di una mattina di dicembre Barbara si racconta.
Dipanando il filo dei ricordi che a mano a mano riaffiorano alla memoria, con voce pacata ritesse la trama dell’abito che nella successione dei giorni è andata cucendosi addosso per riuscire, infine, a riconoscersi nello specchio della vita.
Bovesana, classe 1983, madre di tre figli, Barbara Giroldo è una fisioterapista che dall’aprile scorso collabora con l’Adas (Assistenza domiciliare ai sofferenti) di Cuneo. “A quarant’anni - dice - ho finalmente capito che cosa devo fare da grande”.
Il percorso per giungere a questa consapevolezza, Barbara, è iniziato sette anni fa...
“Per 15 anni - spiega Barbara - ho lavorato alla clinica “Stella del Mattino” di Boves, ma la mia professione di fisioterapista ormai mi andava stretta: mi sentivo un meccanico chiamato ad aggiustare dei corpi in avaria e questo non mi tornava. Nel 2016 mia madre Brigida si ammala gravemente: cancro al pancreas. Una diagnosi con una prognosi infausta sin da subito: i medici le danno sei mesi di vita; in realtà, rimarrà con noi ancora quattro anni. Io vivo questo percorso insieme a lei: mamma si sottopone ad un intervento chirurgico e alla chemioterapia e di sua iniziativa sperimenta delle terapie alternative. Ha una fede incredibile e la sua preghiera è viva. Nel trascorrere dei giorni, porta avanti un percorso di risoluzione di sé: prende la sua vita in mano, la riguarda e fa pace con tutti i pezzi faticosi della sua esistenza; accoglie tutte le cose che non sono andate per il verso giusto e porta amore laddove ci sono stati dolore, sofferenza, amarezza. Io sono testimone di questo cammino in cui la malattia viene vissuta come possibilità, e non come un’ingiustizia subìta”.
Nel settembre del 2020, una settimana prima di morire Brigida convoca i tre figli e il marito e annuncia: “Sono guarita: fate festa!”.
“La malattia non era sparita - precisa Barbara -, ma mia madre aveva spostato la guarigione un’ottava più alta: la sua era una guarigione dello spirito. E di lì in avanti era pronta a morire”.
Come avete reagito, voi familiari, a questo annuncio?
“Abbiamo pensato: Brigida sta morendo, salutiamola e facciamo le cose per bene! Bisogna celebrare i passaggi, i riti sono importanti. Così abbiamo organizzato una cerimonia di commiato con tutti i parenti: genitori, fratelli, figli, nipoti. Un sacerdote le ha dato l’estrema unzione e per far capire ai sei bambini presenti che cosa stava accadendo, io e mio fratello abbiamo inscenato una piccola rappresentazione teatrale: abbiamo interpretato due gemelli che nell’utero stanno per affrontare il parto. L’uno impersonificava la paura, l’altra la fiducia che, pur non sminuendo il timore, lo guida fino al momento della nascita, quando tutto si conclude con un “Wow!!!”, ad indicare la meraviglia e lo stupore di fronte ad un nuovo inizio”.
Come ha vissuto sua madre questa “festa”?
“Il suo corpo era provato e lei era commossa, ma serena. Ha trascorso gli ultimi giorni a letto, sopportando il dolore con poca morfina per essere presente a ciò che stava accadendo. Poi, il 25 settembre del 2020, all’età di 62 anni, è morta. Io sono stata presente al suo ultimo respiro ed è stato un momento bello e profondo, in cui ho avuto l’esatta percezione che in quell’estremo alito di vita non c’era la fine, ma un passaggio. E ho pensato che il sollievo che avevo provato e questa testimonianza li dovevo portare fuori da me e fuori da questa storia”.
In che modo?
“Da ragazza avrei voluto fare l’ostetrica, ma siccome non reggo le notti in bianco, avevo optato per la fisioterapia. Con la morte di mia madre avevo vissuto un altro tipo di passaggio, perché la morte non è che lo specchio della nascita: come entriamo nella vita ne usciamo. Entrambi questi momenti sono accompagnati da paura e dolore, che sono le prime esperienze con cui veniamo in contatto in questa vita. Poi, passiamo l’esistenza a sfuggire loro e a negarle, ma paura e dolore ci plasmano e sempre ci accompagnano. La morte di mia madre mi ha dato la spinta a prendere in mano la mia vita per stare laddove sento che fiorisco. A novembre 2020 mi sono licenziata per diventare libera professionista e dopo un’esperienza rituale in cui ho vissuto la mia morte a livello sensoriale, provando pace profonda e serenità, ho capito che dovevo occuparmi proprio di questo momento dell’esistenza. Nel 2022 mi sono così iscritta alla “Scuola di alta formazione in accompagnamento spirituale nella malattia e nel morire”, promossa a Prato dall’associazione Tutto è Vita, presieduta dal prof. Guidalberto Bormolini. Di lì è stato tutto un crescendo…”.
Oggi come si declina la sua attività professionale?
“Oltre alla libera professione e alla collaborazione con l’Adas, sulla scorta dei corsi di meditazione profonda frequentati in precedenza, ho creato una meditazione guidata sul viaggio della vita che ho intitolato “Pendolari” e che propongo in vari spazi e centri culturali. Accompagnati dal suono del tamburo oceanico e del didgeridoo, uno strumento aborigeno, i partecipanti sperimentano e interiorizzano attraverso le posizioni del corpo le diverse tappe dell’esistenza. Lo scopo è quello di portare la morte nella vita e osservarla, constatando che la conosciamo già, perché l’abbiamo già incontrata attraverso le esperienze di perdita e di abbandono che ogni giorno viviamo: nel nostro corpo, nelle nostre relazioni, attraverso le persone che se ne sono già andate...”.
Perché è così importante familiarizzare con la morte?
“Perché riconoscere che la morte è parte della vita ci fa vivere meglio. La morte è, in assoluto, l’unica certezza che noi esseri umani abbiamo: perché non farne un appiglio per vivere pienamente l’esistenza terrena, e non un ostacolo? Se cammino ogni giorno con la morte accanto, non rimando le cose, non lascio sospesi: la morte è una compagna che ci cambia la vita perché ci permette di guardare all’esistenza con occhi nuovi. Il mio obiettivo adesso è portare questa consapevolezza a più persone possibile, ad esempio organizzando dei “death café”, ossia degli incontri aperti a tutti in cui, in un clima familiare, si parla della morte in modo libero e protetto. I primi dovrebbero iniziare a febbraio 2024, traendo spunto dal libro che sto scrivendo, dal titolo “Passaggi”: una serie di riflessioni su come si può camminare nella malattia e nella morte in modo buono”.
In collaborazione con le Onoranze funebri Dragano di Boves lei si propone anche come “Doula shoji”. Che cosa significa?
“La doula è la figura professionale che accompagna la donna durante tutto il percorso della nascita: dalla gravidanza al parto al post partum. Allo stesso modo, esiste la doula del fine vita, che può supportare le persone malate e i loro riferimenti affettivi durante tutto l’iter della malattia, della morte e, in seguito, dell’elaborazione del lutto. Per acquisire le necessarie competenze sto seguendo un corso di alta formazione biennale a Genova”.
E il suo essere fisioterapista in tutto questo come si colloca?
“È un valore aggiunto, perché il corpo è importantissimo anche nel passaggio della morte. Il corpo è lo strumento mediante il quale attraversiamo questa vita, un tempio che ci accompagna e che custodisce lo spirito. È una casa da abitare in questa esistenza, in cui però risiede qualcosa di più grande, di cui occorre prendersi cura”.
Nelle fotografie: Barbara Giroldo e, in alto, con la mamma recentemente scomparsa.
Barbara: la scomparsa di mia madre e la scoperta di come la morte sia una compagna che ci cambia la vita
14 gennaio 2024
Cuneo
Seduta al tavolo della cucina che fu di sua madre, le mani intrecciate attorno ad una tazza di tisana calda, nella luce vivida di una mattina di dicembre Barbara si racconta.
Dipanando il filo dei ricordi che a mano a mano riaffiorano alla memoria, con voce pacata ritesse la trama dell’abito che nella successione dei giorni è andata cucendosi addosso per riuscire, infine, a riconoscersi nello specchio della vita.
Bovesana, classe 1983, madre di tre figli, Barbara Giroldo è una fisioterapista che dall’aprile scorso collabora con l’Adas (Assistenza domiciliare ai sofferenti) di Cuneo. “A quarant’anni - dice - ho finalmente capito che cosa devo fare da grande”.
Il percorso per giungere a questa consapevolezza, Barbara, è iniziato sette anni fa...
“Per 15 anni - spiega Barbara - ho lavorato alla clinica “Stella del Mattino” di Boves, ma la mia professione di fisioterapista ormai mi andava stretta: mi sentivo un meccanico chiamato ad aggiustare dei corpi in avaria e questo non mi tornava. Nel 2016 mia madre Brigida si ammala gravemente: cancro al pancreas. Una diagnosi con una prognosi infausta sin da subito: i medici le danno sei mesi di vita; in realtà, rimarrà con noi ancora quattro anni. Io vivo questo percorso insieme a lei: mamma si sottopone ad un intervento chirurgico e alla chemioterapia e di sua iniziativa sperimenta delle terapie alternative. Ha una fede incredibile e la sua preghiera è viva. Nel trascorrere dei giorni, porta avanti un percorso di risoluzione di sé: prende la sua vita in mano, la riguarda e fa pace con tutti i pezzi faticosi della sua esistenza; accoglie tutte le cose che non sono andate per il verso giusto e porta amore laddove ci sono stati dolore, sofferenza, amarezza. Io sono testimone di questo cammino in cui la malattia viene vissuta come possibilità, e non come un’ingiustizia subìta”.
Nel settembre del 2020, una settimana prima di morire Brigida convoca i tre figli e il marito e annuncia: “Sono guarita: fate festa!”.
“La malattia non era sparita - precisa Barbara -, ma mia madre aveva spostato la guarigione un’ottava più alta: la sua era una guarigione dello spirito. E di lì in avanti era pronta a morire”.
Come avete reagito, voi familiari, a questo annuncio?
“Abbiamo pensato: Brigida sta morendo, salutiamola e facciamo le cose per bene! Bisogna celebrare i passaggi, i riti sono importanti. Così abbiamo organizzato una cerimonia di commiato con tutti i parenti: genitori, fratelli, figli, nipoti. Un sacerdote le ha dato l’estrema unzione e per far capire ai sei bambini presenti che cosa stava accadendo, io e mio fratello abbiamo inscenato una piccola rappresentazione teatrale: abbiamo interpretato due gemelli che nell’utero stanno per affrontare il parto. L’uno impersonificava la paura, l’altra la fiducia che, pur non sminuendo il timore, lo guida fino al momento della nascita, quando tutto si conclude con un “Wow!!!”, ad indicare la meraviglia e lo stupore di fronte ad un nuovo inizio”.
Come ha vissuto sua madre questa “festa”?
“Il suo corpo era provato e lei era commossa, ma serena. Ha trascorso gli ultimi giorni a letto, sopportando il dolore con poca morfina per essere presente a ciò che stava accadendo. Poi, il 25 settembre del 2020, all’età di 62 anni, è morta. Io sono stata presente al suo ultimo respiro ed è stato un momento bello e profondo, in cui ho avuto l’esatta percezione che in quell’estremo alito di vita non c’era la fine, ma un passaggio. E ho pensato che il sollievo che avevo provato e questa testimonianza li dovevo portare fuori da me e fuori da questa storia”.
In che modo?
“Da ragazza avrei voluto fare l’ostetrica, ma siccome non reggo le notti in bianco, avevo optato per la fisioterapia. Con la morte di mia madre avevo vissuto un altro tipo di passaggio, perché la morte non è che lo specchio della nascita: come entriamo nella vita ne usciamo. Entrambi questi momenti sono accompagnati da paura e dolore, che sono le prime esperienze con cui veniamo in contatto in questa vita. Poi, passiamo l’esistenza a sfuggire loro e a negarle, ma paura e dolore ci plasmano e sempre ci accompagnano. La morte di mia madre mi ha dato la spinta a prendere in mano la mia vita per stare laddove sento che fiorisco. A novembre 2020 mi sono licenziata per diventare libera professionista e dopo un’esperienza rituale in cui ho vissuto la mia morte a livello sensoriale, provando pace profonda e serenità, ho capito che dovevo occuparmi proprio di questo momento dell’esistenza. Nel 2022 mi sono così iscritta alla “Scuola di alta formazione in accompagnamento spirituale nella malattia e nel morire”, promossa a Prato dall’associazione Tutto è Vita, presieduta dal prof. Guidalberto Bormolini. Di lì è stato tutto un crescendo…”.
Oggi come si declina la sua attività professionale?
“Oltre alla libera professione e alla collaborazione con l’Adas, sulla scorta dei corsi di meditazione profonda frequentati in precedenza, ho creato una meditazione guidata sul viaggio della vita che ho intitolato “Pendolari” e che propongo in vari spazi e centri culturali. Accompagnati dal suono del tamburo oceanico e del didgeridoo, uno strumento aborigeno, i partecipanti sperimentano e interiorizzano attraverso le posizioni del corpo le diverse tappe dell’esistenza. Lo scopo è quello di portare la morte nella vita e osservarla, constatando che la conosciamo già, perché l’abbiamo già incontrata attraverso le esperienze di perdita e di abbandono che ogni giorno viviamo: nel nostro corpo, nelle nostre relazioni, attraverso le persone che se ne sono già andate...”.
Perché è così importante familiarizzare con la morte?
“Perché riconoscere che la morte è parte della vita ci fa vivere meglio. La morte è, in assoluto, l’unica certezza che noi esseri umani abbiamo: perché non farne un appiglio per vivere pienamente l’esistenza terrena, e non un ostacolo? Se cammino ogni giorno con la morte accanto, non rimando le cose, non lascio sospesi: la morte è una compagna che ci cambia la vita perché ci permette di guardare all’esistenza con occhi nuovi. Il mio obiettivo adesso è portare questa consapevolezza a più persone possibile, ad esempio organizzando dei “death café”, ossia degli incontri aperti a tutti in cui, in un clima familiare, si parla della morte in modo libero e protetto. I primi dovrebbero iniziare a febbraio 2024, traendo spunto dal libro che sto scrivendo, dal titolo “Passaggi”: una serie di riflessioni su come si può camminare nella malattia e nella morte in modo buono”.
In collaborazione con le Onoranze funebri Dragano di Boves lei si propone anche come “Doula shoji”. Che cosa significa?
“La doula è la figura professionale che accompagna la donna durante tutto il percorso della nascita: dalla gravidanza al parto al post partum. Allo stesso modo, esiste la doula del fine vita, che può supportare le persone malate e i loro riferimenti affettivi durante tutto l’iter della malattia, della morte e, in seguito, dell’elaborazione del lutto. Per acquisire le necessarie competenze sto seguendo un corso di alta formazione biennale a Genova”.
E il suo essere fisioterapista in tutto questo come si colloca?
“È un valore aggiunto, perché il corpo è importantissimo anche nel passaggio della morte. Il corpo è lo strumento mediante il quale attraversiamo questa vita, un tempio che ci accompagna e che custodisce lo spirito. È una casa da abitare in questa esistenza, in cui però risiede qualcosa di più grande, di cui occorre prendersi cura”.
Nelle fotografie: Barbara Giroldo e, in alto, con la mamma recentemente scomparsa.