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17 luglio 2026

economia

La svalutazione della moneta e la salvaguardia del sistema economico

01 gennaio 2024

Cuneo

bandiera e pesos argentini Nei giorni scorsi sono state diffuse dagli organi di informazione le notizie sulle misure economiche e monetarie varate dal nuovo governo dell’Argentina. Il neoeletto presidente Milei, messa da parte la motosega esibita in campagna elettorale, ha annunciato la svalutazione della divisa nazionale, il “peso”. Per acquistare un dollaro statunitense non basteranno più 400 pesos, ma ne serviranno il doppio, cioè 800. Il valore del peso rispetto al dollaro, infatti, non è determinato, come capita per quello tra dollaro ed euro, dall’azione della domanda e dell’offerta della moneta, ma è fissato dalle autorità monetarie degli Stati interessati. Nel caso dei rapporti tra Stati Uniti e Argentina, tale sistema ha avuto origine nei primi anni Novanta, quando venne introdotto questo tipo di cambi (sistema a “cambi fissi”) nell’ambito di quel processo che viene anche definito come “dollarizzazione” delle economie del Sud America. L’idea, infatti, era quella di agganciare il valore del fragile peso al ben più solido dollaro, tentando di garantire solidità all’intera economia argentina. La misura ha avuto, nell’immediatezza, effetti positivi, con la favorevole risposta dei mercati e la riduzione dell’inflazione. Tuttavia, la mancanza di riforme strutturali e l’insuccesso del tentativo di costruire un tessuto economico solido, ne hanno mostrato presto l’insufficienza. Oggi, con questo deprezzamento, il tentativo è quello di ridare fiato all’economia argentina abbattendo il valore del peso e, così, rendendo più vantaggioso l’acquisto di beni argentini in modo da sostenere le esportazioni e gli investimenti e, così facendo, favorire l’afflusso di capitali. Potranno esserci conseguenze negative, però, soprattutto per l’inflazione (già al 143% annuo), con annessi effetti sui redditi e sui risparmi dei lavoratori. Il governo argentino si è detto consapevole delle conseguenze di questa misura che ritiene indispensabile. “Per qualche mese staremo peggio di prima” ha commentato lo stesso Milei, rivolgendosi a un paese dove, già oggi, la disoccupazione è al 40 per cento. Le misure monetarie, inoltre, sono state accompagnate da altre, con l’obiettivo di abbattere la spesa pubblica per ridurre il deficit. Il Fondo Monetario Internazionale ha affermato che “Queste coraggiose azioni iniziali mirano a migliorare significativamente le finanze pubbliche in modo da proteggere i più vulnerabili della società e rafforzare il regime dei cambi”. Pare, tuttavia, evidente, che a trarre giovamento da queste misure potrà essere la stabilità dei cambi, ma anche che, per lo meno nel breve termine, i più deboli in Argentina non vivranno giorni semplici. Non sarebbe la prima volta, inoltre, che alcune misure considerate inevitabili da un certo mondo della finanza si rivelino, in un secondo momento, inutili o gravemente dannose. In campagna elettorale, Milei aveva preannunciato azioni ancora più radicali, come la sostituzione del peso con il dollaro e l’eliminazione della Banca centrale nazionale. In pratica, la rinuncia alla sovranità monetaria a vantaggio degli Stati Uniti. Non siamo a tanto, ma la direzione è in linea con quanto preannunciato. Stupisce la mancanza di un piano di risanamento vero del tessuto economico che preveda anche percorsi di emancipazione dalla dipendenza dalla superpotenza nordamericana. Pare ignorata, ad esempio, la lezione del Giappone, che è rinato dalla crisi economica e finanziaria degli anni Novanta con una serie di misure in buona parte opposte rispetto a quelle argentine. Il governo nipponico, infatti, a fronte di un rapporto debito pubblico/PIL intorno al 260% (il più alto del mondo), oltre a svalutare lo yen per favorire le esportazioni, al contrario di quanto annunciato dall’Argentina, ha aumentato la spesa pubblica e quella previdenziale anche per sostenere le fasce più deboli e ha sostenuto il ruolo della Banca nazionale giapponese. Il risultato è stato il rilancio dell’economia e un controllo qualitativo del debito, detenuto per circa il 90 per cento da entità giapponesi pubbliche, o comunque sottoposte a controllo pubblico. Per quanto le vicende economiche siano complesse e sempre diverse tra loro, alcuni processi rimangono costanti. Trascurare i più vulnerabili e rinunciare al governo del sistema per rincorrere (sempre meno credibili) sirene ultraliberiste sono vie che non hanno mai portato nulla di buono.
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