cultura

“Dove sono finite le nevi di una volta?”

31 dicembre 2023

Cuneo

Remigio Bertolino Remigio Bertolino Remigio Bertolino (Montaldo Mondovì,1948) uno dei più grandi poeti viventi in dialetto piemontese, è un uomo alto e magro, con un sorriso dolce, per niente triste, che contrasta con l’immagine di malinconia di molti suoi versi e conferma che la poesia fa bene a chi la produce, oltre, naturalmente, a chi la legge. L’occasione per incontrarlo nasce da una pubblicazione recente, in italiano, A filo di cielo, (Gli spigolatori, Mondovì, 2023) costituita da una serie di prose poetiche ispirate alla vita di Francesco Russo Buròt ((1945-2022), il poliedrico artista monregalese che, intorno agli anni ’70 e ai primi ’80, trascorse lunghi periodi in montagna in compagnia di contadini e pastori, per cercare isolamento spirituale ma anche ispirazione e oggetti per le sue opere (amava i “tronchi spolpati dalle acque” ci dice Bertolino, o le pietre di fiume in cui cercava forme nascoste). Il libro di Bertolino è scritto in prima persona, come se fosse lo stesso Russo a raccontare le sue avventure con i personaggi strani e saggi che gli insegnano la vita sugli alpeggi, ed è ambientato nei veri luoghi da lui allora frequentati, e cioè la Pra di Roburent, in Val Corsaglia, e Baracco, in Val Ellero, dove Russo, da poco scomparso, ha scattato anche magnifiche fotografie (raccolte anch’esse in un libretto: Un mondo al tramonto). Ma incontrare - e per me è la prima volta - Remigio Bertolino non può che essere un’occasione per discutere della sua poesia, e delle sue opere. Intanto comincio da una prima domanda, un po’ scontata: Bertolino quando scrive in dialetto utilizza una variante particolare del piemontese, quella di Montaldo Mondovì, parlata ormai da pochissimi. Qual è il motivo? Ho  sempre scritto, fin dalla scuola elementare: l’episodio che racconto in “Rabeschi” di un mio pensiero, goffamente imitante una poesia sulla neve, che cadeva volteggiando dalla finestra dell’aula scolastica, è emblematico.  Fu inesorabilmente cestinato da un insegnante perché troppo fantastico, non rispondente al tema. Negli anni di collegio a San Michele (si poteva frequentare la scuola media solo là, fermandosi nel pomeriggio per lo studio guidato), un assistente mi punì per avere scritto dei versi durante un’ora di studio. Continuai, nonostante queste brucianti delusioni, imperterrito, a scrivere. Pubblicai il mio primo libretto di versi, in italiano, nel 1974 (Un ponte ci divide: conteneva poesie  dedicate alla figura paterna e altre legate anche alla sua esperienza di lavoro nelle Acciaierie del Tanaro, ndr.). I versi mi suonarono, poi, falsi, imbalsamati in una patina retorica. Volevo dar voce ai semplici personaggi di montagna del mio mondo conosciuto da bambino e ragazzo, e mi accorsi che dovevo restituirli alla loro lingua originale, dare il senso del loro pensiero. Ho perso la mamma quando avevo tredici anni; passai tante ore con mia nonna, nata ancora nell’Ottocento, che sapeva incantarmi con le sue “storie”. La sua lingua era un dialetto arcaico, scabro: mi è rimasto impresso e credo che il mio primo scrivere nel piemontese di Montaldo abbia cercato di restituire a quel mondo l’esistenza attraverso la sua lingua e in qualche modo salvarlo dall’oblio. Inoltre il montaldese era la lingua materna.  La figura di mia madre, scomparsa in giovane età, ritorna, in modo quasi ossessivo, in molte opere. A lei ho dedicato una delle mie prime prose poetiche (Mia mare del 1976, una preziosa cartella grafica con incisioni di Teresita Terreno). I suoi modelli però non sono solo piemontesi vero?  Mi sono nutrito di grande poesia: Rainer Maria Rilke, Robert Frost, Aleksandr Blok, Anna Achmatova, Antonio Machado, Emily Dickinson, William Butler Yeats… vertici di sublime bellezza. Per me scrivere in dialetto non è mai stata una regressione del pensiero, una forma minore di folklore o nostalgia. Credo che questo lo abbia capito il critico Giovanni Tesio, quando distingue fra la poesia dialettale e poesia in dialetto.  E infatti, durante la tremenda stagione del Covid, ho sentito di non poterlo usare. In quell’aprile del 2020, in un mondo deserto in cui non si poteva uscire di casa e tutto sembrava vicino a un’apocalisse, le immagini e le sensazioni che più mi avevano colpito (mio fratello che mi raccontava di tre oche che passeggiavano indisturbate lungo la strada a Torre Mondovì, come se l’uomo non fosse più il padrone del mondo) non potevano che essere espresse, connotate in italiano. Il dialetto è troppo concreto, non ha le parole per i concetti che in quel momento mi sentivo di esprimere (il libro si intitola Ùltime reuse, ed è stato pubblicato da Puntoacapo nel 2021, ndr). D’altronde, si pensava molto, in quel frangente, che il mondo - finita la pandemia - sarebbe stato diverso e migliore, ma come possiamo notare ogni giorno, anche solo mettendoci alla guida della nostra auto, ciò non è per niente avvenuto: guerre endemiche persistono, guerre nuove sbocciano come funghi maligni, velenosi... Una domanda che mi sorge dopo avere letto molto delle sue poesie (purtroppo spesso in edizioni fuori commercio e difficilmente trovabili anche nelle biblioteche) riguarda proprio quella dimensione dura, di povertà e isolamento che lei descrive. Sembra quasi che da quel mondo contadino fosse assente l’elemento di festa o di gioia? Non so, a me la montagna rievoca soprattutto i momenti di isolamento e solitudine dei lunghi inverni. È forse questo che volevo raffigurare con la mia poesia. Poi certo, c’erano le serate all’osteria da cui gli uomini in genere tornavano con grandi ubriacature, non prive a volte di episodi violenti, c’era il Carnevale con i “magnin”, la Pasqua con la merenda in campagna con le ultime tracce di neve. Ricordo nelle mie poesie un personaggio “lunare” della mia borgata, Cichin, e la sua amante, capelli tinti, trucco pesante e vestiti sgargianti: lei veniva dalla pianura, ogni tanto; il mattino se ne tornava a valle con un cestino di uova, e la cosa destava scandalo.   Cambiando argomento, come vive questi inverni mancati? Questa mancanza di neve ormai definitiva? Con grande delusione ma anche premonizione di un futuro “apocalittico”. L’inverno era il tempo del ripensamento, della meditazione, di “clausura”. Tempo di interiorità, in cui si abbandonavano i lavori dei campi, ci si chiudeva dentro la cucina (unico ambiente riscaldato) e spesso si dialogava con la propria anima. Anche la natura ha bisogno di neve per riposarsi, ed è fondamentale per le sorgenti d’acqua. È un cambiamento epocale. Ricordo annate di nevicate straordinarie, nei primi anni Settanta lavoravo a Prato Nevoso, la strada era circondata da muraglie di neve alte due metri… Quando ero bambino, ai Santi, il Cimitero era già tutto gelato, con la brina che inghirlandava i fiori sulle tombe. Un tempo si sentiva quasi il bisogno dell’inverno e della neve per purificarci, per ricreare la nostra innocenza. Anche se, forse, il bianco che fa da sfondo a tante mie poesie, mi è stato fatto osservare, può essere interpretato anche come un colore luttuoso, come avviene nella cultura giapponese. Un’ultima domanda gliela farei riguardo ai suoi maestri e a quella “scuola monregalese” di poesia che è stata tanto vivace in passato. Da dove nasceva quell’esperienza e come mai proprio Mondovì è stata una città così fertile nel campo dell’arte? Fin dall’Ottocento, con il commediografo Eraldo Baretti (1846-1895) e il figlio, Carlo, (1888-1946), Mondovì creò solide tradizioni letterarie in dialetto.  Anzi, già nel Settecento il poeta Giuseppe Francesco Regis (1752-1821) dedicò alla gatta morta le poesie della “Micceide”, alcune in piemontese. Io, come le ho detto, scrivevo su quei quaderni neri, che usavano allora, pensieri, qualche tentativo di verso… In seguito fui calamitato dalla poesia vera,  da quella piemontese in modo particolare, grazie alle lezioni tenute da Antonio Bodrero (1921-1999), a Mondovì, nei primi anni Settanta, presso gli Amici di Piazza.  In città si formò una “scuola poetica” composta da Carlo Regis, Antonio Giordano, Francesco Comino, Domenico Boetti, Ezio Briatore… Comino portava ai nostri “lunedì letterari” le ottime “bignole” sfornate nella sua pasticceria nel centro storico di Breo. Leggevamo gli ultimi componimenti, ci scambiavamo pareri: era un vivace cenacolo. Con Domenico Boetti (in arte Barbafiòre) avviammo, negli anni Ottanta, una piccola casa editrice, “Ij babi cheucc” (I rospi cotti) pubblicando molti libri di autori dialettali. Strinsi,  a metà degli anni Settanta amicizia con Antonio Liboà, grande stampatore di grafica, con cui abbiamo ideato libri d’arte. C’era tutto un mondo che seguiva la poesia in dialetto pure fuori dal Piemonte: fu fondamentale l’aiuto di Franco Loi che scriveva di noi sulle pagine domenicali de “Il sole 24 ore”, ma anche critici importanti del mondo accademico: Giorgio Bárberi Squarotti, Giovanni Tesio, Franco Brevini, Elio Gioanola, Valter Boggione… ora è diventato molto più difficile fare e diffondere poesia, anche i lettori si sono dissolti… Per questo, talora, mi pare di essere fuori tempo con i miei poveri “lumin” (lucciole), ultimi bagliori di un tempo arcaico. Il nostro incontro si chiude con la luce di un tramonto sulle Marittime che si irradia ancora sulla strada delle Cappelle di Vicoforte, dove Bertolino abita. Al calore di una stufa a legna che si sta spegnendo, e che in realtà in questa strana aria calda di dicembre, non era necessaria, mi mostra ancora i suoi quaderni, a righe, da scolaro, in cui traccia in molteplici versioni e varianti, a mano, le sue poesie. Forse quella traccia precisa di scrittura è quella che più mi dà il senso di una poesia che non ha mai voluto essere semplice nostalgia di uno strapaese ma uno sprofondamento in una dimensione più pura ed essenziale della parola.
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