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17 luglio 2026

economia

Tra inflazione, disinflazione e deflazione e le conseguenze sul potere di acquisto

16 dicembre 2023

Cuneo

euro (foto Pixabay) (foto Pixabay) Mentre Europa e Stati Uniti tentano di domare l’inflazione, uno dei nemici più letali per i sistemi monetari ed economici, la Cina deve confrontarsi con la deflazione, un avversario altrettanto subdolo, anche se di natura opposta. La deflazione, infatti, consiste nella riduzione generalizzata dei prezzi e, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, non è affatto un fenomeno positivo per il sistema, anche se può comportare qualche beneficio, soprattutto nel breve periodo. Non bisogna, infatti, confondere la deflazione con la disinflazione, che consiste nella diminuzione della crescita dei prezzi (che, però, continuano ad aumentare) e, dunque, nella riduzione di una perdurante inflazione. In linea generale, si può dire che le spirali deflattive non rappresentino una buona notizia per l’economia, perché una generale riduzione dei prezzi è indice di una altrettanto generalizzata contrazione della domanda. Le conseguenze sono di immediata evidenza: le imprese, costrette ad abbassare i prezzi per alimentare le vendite, tenteranno di compensare le minori entrate abbattendo i costi di produzione, a cominciare da quelli legati al lavoro e agli investimenti. In altri termini, limiteranno l’impiego di manodopera e il ricorso a prestiti. Tutto ciò, però, genererà un ulteriore calo della domanda, dovuto ai minori redditi sui quali le famiglie possono contare, e, nel medio periodo, una generale perdita di spinta innovativa del sistema, a causa del diminuito volume degli investimenti. Gli aspetti positivi, comunque limitati, derivano dall’aumento del potere d’acquisto delle famiglie dovuto alla diminuzione dei prezzi. Poiché, tuttavia, la deflazione è connotata dall’aumento della disoccupazione, questi effetti positivi tendono a essere limitati e a non durare nel tempo. A ciò si aggiunga che, durante i periodi di deflazione, la costante riduzione dei prezzi (e il corrispondente incremento del potere d’acquisto della moneta) induce i potenziali acquirenti a differire le spese, con ulteriore invenduto, riduzione del costo del lavoro e aggravamento della difficoltà del sistema. Come, del resto, per l’inflazione, non sono chiare le ragioni che determinano l’innesco di processi deflattivi. Il caso recente più noto, vale a dire quello del Giappone tra gli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, ha avuto avvio in seguito all’esplosione della bolla speculativa immobiliare e finanziaria. Il crollo del valore degli immobili e di alcuni titoli finanziari hanno colpito duramente le finanze di famiglie e imprese giapponesi, con conseguente drastica contrazione della spesa, riduzione dei prezzi e annesse spinte deflattive. Come è semplice immaginare, è impossibile proporre ricette valide sempre e comunque per superare queste difficoltà. Ciò che gli studiosi hanno da sempre detto, però, è che, la paura e l’avidità possono condurre al blocco dell’intero sistema. Da un lato, l’avidità di chi sottrae risorse al circolo virtuoso e produttivo per dirottarle verso meccanismi speculativi e, dall’altro, la paura di chi smette di investire e di credere nella ripresa rappresentano una combinazione pericolosissima. Curiosamente ma non inspiegabilmente, mentre le soluzioni elaborate dagli studiosi manifestano spesso margini di incertezza e dividono gli esperti, c’è un generale accordo nell’indicare quali emozioni e quali atteggiamenti siano da evitare e quali da incoraggiare e sostenere. La natura dei due poli che vedono avidità e paura da una parte e fiducia e senso della comunità dall’altra non ha nulla di scientifico. Benché stimolante dal punto di vista intellettuale, sarebbe troppo complicato addentrarsi in indagini sull’identità più profonda e autentica dell’economia; di questa disciplina che, per molto tempo, è stata associata alle scienze esatte ma che, in definitiva, ben poco ha di prevedibile, replicabile e sperimentabile. In definitiva, tutto pare sempre diverso, tranne pulsioni, emozioni e comportamenti squisitamente umani. Un approccio di studio e di governo dei fatti economici puramente tecnico (o tecnocratico) e che non tiene in debito conto l’importanza di una valutazione dei comportamenti sotto il profilo etico si rivela insufficiente. Per troppo tempo è stato fatto intendere che i comportamenti virtuosi e i meccanismi economici appartengono a sfere diverse che solo occasionalmente si incontrano. In realtà, i comportamenti virtuosi sono veramente economici e sono i soli che possono generare e alimentare autentico sviluppo.
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