cuneo
Gli abusati riferimenti alle radici cristiane dell’Europa citano il Sacro Romano Impero come uno dei momenti salienti del radicamento della cristianità, dopo il periodo apostolico, l’affermazione della chiesa costantiniana ed il monachesimo. Si tende a tacere il rovescio della medaglia di questo connubio tra papa ed imperatore, cioè le conseguenti lotte per le investiture che hanno trascinato mezzo continente in sanguinose guerre, in cui le armi spirituali delle scomuniche papali contribuirono, loro malgrado, non tanto a fermare gli eserciti imperiali, ma ad incrinare la compagine dell’unità europea col formarsi di nuove entità sociali, come i comuni, e di fazioni come i guelfi e ghibellini, i bianchi ed i neri. Questi schieramenti poi entravano in lotta tra loro, attuando delle guerre con larvato appoggio dei due sommi poteri. E papi ed imperatori faticarono a rendersi conto che le loro alterne vittorie servivano solo in apparenza ad affermare la loro supremazia. Infatti in campo socio politico il potere imperiale evaporò nell’affermazione dei liberi comuni e l’autorevolezza delle chiavi papali venne meno nell’incipiente libertà di coscienza dei credenti.
L’ambiguo potere dei vescovi-conti e la ricchezza delle istituzioni ecclesiastiche motivi di crisi
Oggetto principale della contesa tra papi ed imperatori era la nomina dei vescovi. La prassi antica prevedeva l’elezione dei vescovi tra il clero della diocesi e la successiva consacrazione da parte dei vescovi della provincia ecclesiastica, come conferma della comunione tra le chiese. Nella disgregazione dell’impero romano e nella precarietà delle ondate di barbari, molti vescovi assunsero un ruolo sociale notevole, che venne riconosciuto in epoca carolingia elevando alcuni di essi ad incarichi ufficiali di consiglieri dell’imperatore e guide di città e territori, assumendo titolo e compiti di conti.
Il guaio è che tale riconoscimento non venne limitato al tempo di vita di singoli vescovi, ma ben presto venne collegato a varie sedi vescovili e addirittura a singole famiglie che pretendevano di avere un vescovo proveniente dal loro casato. In tal modo la nostra area di Piemonte meridionale venne governata dai potenti vescovi-conti di Torino e di Asti, con il confine delle diocesi e delle contee nel grande solco di Stura. Questa strutturazione di vaste parti dell’impero faceva comodo all’imperatore, poiché i vescovi, per lo più senza figli, non creavano feudi ereditari che potevano col tempo non essere in linea con l’imperatore. Ma i vescovi finirono per diventare dei feudatari ancora più potenti per il doppio ruolo spirituale e politico; inoltre essi spesso delegavano parti di potere amministrativo a feudatari subalterni, che a loro volta crescevano di pretese. Così nell’area ligure subalpina si affermarono vari marchesati.
Ovviamente le conseguenze peggiori intaccarono presto il livello morale dei vescovi, presi più dal potere materiale e dalla vita mondana che dal loro servizio pastorale, diventando motivo di scandalo per clero e fedeli. Infine l’accesso all’episcopato per molte diocesi divenne questione di intrighi da pretendenti spregiudicati. Tale scempio arrivò anche a sconvolgere la sede episcopale di Roma.
La reazione venne da ecclesiastici formati in alcuni monasteri nella scia della riforma cluniacense, che portò nel 1073 alla nomina di Gregorio VII come vescovo di Roma, che intraprese una energica lotta contro l’imperatore ed i vescovi legati alla corte imperiale. La sua opera, indicata come “riforma gregoriana”, non fu limitata al suo pontificato, ma aveva già ispirato nel primo concilio lateranense del 1059 l’istituzione del collegio dei cardinali, come unico organo per l’elezione del papa, e proseguì nell’impegno di alcuni suoi successori.
La richiesta di riforma del clero reclamata da nuove esperienze religiose del popolo cristiano
Per comprendere il nuovo clima sociale, indicato dagli storici come il risveglio dell’Europa dopo l’anno Mille, sarebbe importante richiamare la combinata serie di elementi che contribuirono al formarsi di condizioni nuove di vita: la crescita demografica della popolazione, lo sviluppo di agricoltura ed artigianato anche grazie ai monasteri, l’aumento dei pellegrinaggi, l’intensificarsi dei commerci, la ripresa di forme associative di corporazioni di mestieri e di confratrie di solidarietà.
La conseguenza più vistosa fu la ripresa di vitalità dei centri urbani, dove confluivano soprattutto artigiani e commercianti, attirando successivamente anche la nobiltà feudale, che scese dai propri castelli per cercare di mantenere parte del proprio potere. In un paio di secoli la geografia dell’Europa cambiò fortemente, punteggiata in modo più fitto da nuove cittadine, indicate genericamente come “villae novae”. Basti considerare il territorio del Piemonte meridionale: Cuneo, Fossano, Mondovì, Savigliano, Saluzzo sono sorte come centri urbani tra il 1100 ed il 1200.
Tra i segni più vistosi della rinnovata vivacità socio-economica attorno all’anno Mille viene indicato lo sviluppo dei pellegrinaggi. Rodolfo il Glabro, vissuto in quel frangente, nei “Cinque libri delle storie” annota: “In quegli stessi anni fu tale il numero delle persone che da tutto il mondo si recava a Gerusalemme al Sepolcro del Salvatore, che nessuno prima avrebbe osato sperare una tale affluenza” (cfr. l’edizione a cura di G. Andenna e D. Tuniz, Jaka book, Milano, 1981, p. 144). Il fenomeno crebbe poi nell’ambiguo “pellegrinaggio armato” delle crociate, che per duecento anni infiammò la cristianità occidentale. Il citato autore annota: “I primi ad intraprendere questi pellegrinaggi furono gli strati più umili della popolazione; seguirono gli uomini di media condizione, ed infine i più grandi re, conti, marchesi e vescovi”. La portata innovativa dei pellegrinaggi medievali può essere paragonata al ruolo del turismo per l’attuale globalizzazione.
Il pellegrinaggio fu quindi una manifestazione religiosa a partire da fedeli del popolo, oggi si direbbe dal laicato. Era intrapreso sia da singoli, sia da piccoli nuclei; sovente i pellegrini al loro fortunato ritorno costituivano delle confraternite di devoti, animati da una nuova coscienza del loro essere testimoni della vita di Gesù ed arricchiti di esperienze ecclesiali di più ampi orizzonti. Era una delle premesse per la messa in discussioni della vita spesso meschina del basso clero e di quella dei vescovi compromessa con i potenti, pretendendo una loro condotta più conforme al Vangelo ed allo stile degli apostoli e dei primi cristiani.
La riforma della Chiesa “in capite et in membris” reclamata da eretici e repressa con crociate
Come accennato, la linfa nuova di religiosità circolante per l’intera Europa con i pellegrini, va inserita nella trasformazione di civiltà di cui la crescita delle città era il vivaio. Le aperture culturali di nuovi orizzonti veicolate da pellegrini e commercianti, sostenute dalla circolazione del sapere dei monasteri e più tardi dalle università, si accordavano con l’intraprendenza locale di artigiani e cultori delle arti liberali, portando ovunque una nuova coscienza della libertà delle persone e nello stesso tempo suscitando forme di aggregazione, proprio per garantire i diritti che si andavano acquistando.
In termini più strettamente religiosi queste aggregazioni ebbero forme diverse. Le più comuni furono le confraternite devozionali derivate dal pellegrinaggio ad un santuario, come la locale confraternita di San Giacomo o più tardi il nucleo dei reduci dalle crociate con la chiesa di San Giovanni dei Valdieri, gestita dai Cavalieri gerosolimitani; ma assunsero anche strutture più radicali di sette ereticali organizzate come chiese alternative alla gerarchia cattolica. Vennero così attuate esperienze di vita cristiana, come la Pataria e più tardi gli Umiliati a Milano, che reclamavano cambiamenti radicali col celibato del clero e la condanna di vescovi simoniaci; ma presto si contrapposero alle istituzioni ufficiali sia religiose sia politiche come i Catari, con una propria gerarchia. E contro di essi, strutturatisi in feudi autonomi, venne scatenata una crociata da papa Innocenzo III nel 1209, che si protrasse per un paio di decenni.
Nel Piemonte, la citata storia di Rodolfo il Glabro ricorda un focolaio di eresia già nel 1028 a Monforte, nella diocesi di Asti. Contro questi eretici, ben prima delle crociate ufficiali, si mossero il marchese Oldorico Manfredi e Alrico, suo fratello e vescovo di Asti.
Nelle valli delle Alpi occidentali, oltre nuclei di Catari, trovarono rifugio i Valdesi, fondati a Lione nel 1170 dal mercante Pietro Valdo come Chiesa evangelica; questi ebbero una notevole diffusione ed una presenza ancora oggi significativa nel pinerolese.
Il vasto sviluppo delle eresie divenne stimolo di interventi anche nei concili che a più riprese si tennero nei secoli XII e XIII. Ci vollero secoli perché la riforma della Chiesa attecchisse e non bastarono le scosse date dagli eretici medievali. Ma intanto lo Spirito promuoveva nuove linfe evangeliche con santi come Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman, con il vasto seguito degli Ordini mendicanti ed il fiorire nella loro scia delle confraternite laicali.
Labili tracce delle prime aggregazioni laicali nei primi tempi della formazione di Cuneo
Cosa resta delle chiese fondate dai pellegrini in Cuneo e nel territorio?
Nella curiosità popolare l’attenzione corre ai catari ed ai templari. Dei primi le uniche memorie sono le dolorose testimonianze di processi e roghi di eretici nel Tre-Quattrocento. Della chiesa di San Giovanni Battista dell’ordine Gerosolimitano si ha notizia certa ancora nella più antica cronaca quattrocentesca di Cuneo, che ne ricorda la costruzione nel corso del Duecento, agli albori dello sviluppo urbano “presso la porta di Caraglio e nel Borgato”. La chiesa, costruita tra il 1217 ed il 1240, doveva essere di una certa consistenza; l’annesso ospizio venne assegnato dal vescovo di Asti alla confraternita di Santa Croce nel 1437, che lo mise all’asta nel 1441. Il tutto finì con la totale distruzione del Borgato ordinata dai Savoia nel corso del ‘500, per ridurre la città a fortezza.
Migliore fu la sorte della confraternita di San Giacomo. Questa chiesa, con annesso ospizio per pellegrini, venne costruita proprio vicino a Santa Maria della Pieve (cosa che sarebbe difficilmente ammissibile negli schemi ecclesiastici attuali!), presso la probabile porta di Boves, per una sua facile accessibilità ai pellegrini. Anche questa decadde nel corso del Quattrocento e, dato che era dotata di qualche bene, venne occupata dal parroco della Pieve. Tuttavia la chiesa venne ravvivata da un nuovo gruppo di fedeli devoti di San Sebastiano, in occasione della mortifera peste nera. Il parroco quindi, nel 1480, lasciò ad essi la chiesa e consegnò, l’ospizio alla confraternita di Santa Croce, che dal 1319 aveva aperto un proprio ospizio, divenuto nei secoli l’ospedale maggiore cittadino. Così il nucleo della più antica confraternita laicale sopravvisse, aggiungendo al titolo di San Giacomo anche quello di San Sebastiano.
Di questa confraternita si ha memoria fin dal 1211, perché nel Museo Civico si conserva la lapide mortuaria dell’anonimo “presbiter ecclesiae Sancti Iacobi”. Sembra ironia della sorte il fatto che venga ricordato il cappellano di una confraternita laicale, mentre bisogna attendere secoli per trovare un’epigrafe mortuaria di qualche insigne abate o pievano nel nostro territorio!
(continua)
Nella foto: La nota piantina di Cuneo del 1665, di Giovenale Boetto, segna al n. 7 l’Oratorio di San Sebastiano, che era subentrato alla chiesa di San Giacomo; nel terreno libero fuori delle fortificazioni, dove sorgeva il quartiere del Borgato con la chiesa di San Giovanni dei Valdieri (o dei Cavalieri di Gerusalemme), la cartina rappresenta ancora una parte delle mura cittadine del 1300, tra le probabili porte di Caraglio e di Cervasca,, presso cui sorgeva questa chiesa.
Tra papi ed imperatori in lotta sorsero i Comuni e si diffusero gli eretici
03 dicembre 2023
Cuneo
Gli abusati riferimenti alle radici cristiane dell’Europa citano il Sacro Romano Impero come uno dei momenti salienti del radicamento della cristianità, dopo il periodo apostolico, l’affermazione della chiesa costantiniana ed il monachesimo. Si tende a tacere il rovescio della medaglia di questo connubio tra papa ed imperatore, cioè le conseguenti lotte per le investiture che hanno trascinato mezzo continente in sanguinose guerre, in cui le armi spirituali delle scomuniche papali contribuirono, loro malgrado, non tanto a fermare gli eserciti imperiali, ma ad incrinare la compagine dell’unità europea col formarsi di nuove entità sociali, come i comuni, e di fazioni come i guelfi e ghibellini, i bianchi ed i neri. Questi schieramenti poi entravano in lotta tra loro, attuando delle guerre con larvato appoggio dei due sommi poteri. E papi ed imperatori faticarono a rendersi conto che le loro alterne vittorie servivano solo in apparenza ad affermare la loro supremazia. Infatti in campo socio politico il potere imperiale evaporò nell’affermazione dei liberi comuni e l’autorevolezza delle chiavi papali venne meno nell’incipiente libertà di coscienza dei credenti.
L’ambiguo potere dei vescovi-conti e la ricchezza delle istituzioni ecclesiastiche motivi di crisi
Oggetto principale della contesa tra papi ed imperatori era la nomina dei vescovi. La prassi antica prevedeva l’elezione dei vescovi tra il clero della diocesi e la successiva consacrazione da parte dei vescovi della provincia ecclesiastica, come conferma della comunione tra le chiese. Nella disgregazione dell’impero romano e nella precarietà delle ondate di barbari, molti vescovi assunsero un ruolo sociale notevole, che venne riconosciuto in epoca carolingia elevando alcuni di essi ad incarichi ufficiali di consiglieri dell’imperatore e guide di città e territori, assumendo titolo e compiti di conti.
Il guaio è che tale riconoscimento non venne limitato al tempo di vita di singoli vescovi, ma ben presto venne collegato a varie sedi vescovili e addirittura a singole famiglie che pretendevano di avere un vescovo proveniente dal loro casato. In tal modo la nostra area di Piemonte meridionale venne governata dai potenti vescovi-conti di Torino e di Asti, con il confine delle diocesi e delle contee nel grande solco di Stura. Questa strutturazione di vaste parti dell’impero faceva comodo all’imperatore, poiché i vescovi, per lo più senza figli, non creavano feudi ereditari che potevano col tempo non essere in linea con l’imperatore. Ma i vescovi finirono per diventare dei feudatari ancora più potenti per il doppio ruolo spirituale e politico; inoltre essi spesso delegavano parti di potere amministrativo a feudatari subalterni, che a loro volta crescevano di pretese. Così nell’area ligure subalpina si affermarono vari marchesati.
Ovviamente le conseguenze peggiori intaccarono presto il livello morale dei vescovi, presi più dal potere materiale e dalla vita mondana che dal loro servizio pastorale, diventando motivo di scandalo per clero e fedeli. Infine l’accesso all’episcopato per molte diocesi divenne questione di intrighi da pretendenti spregiudicati. Tale scempio arrivò anche a sconvolgere la sede episcopale di Roma.
La reazione venne da ecclesiastici formati in alcuni monasteri nella scia della riforma cluniacense, che portò nel 1073 alla nomina di Gregorio VII come vescovo di Roma, che intraprese una energica lotta contro l’imperatore ed i vescovi legati alla corte imperiale. La sua opera, indicata come “riforma gregoriana”, non fu limitata al suo pontificato, ma aveva già ispirato nel primo concilio lateranense del 1059 l’istituzione del collegio dei cardinali, come unico organo per l’elezione del papa, e proseguì nell’impegno di alcuni suoi successori.
La richiesta di riforma del clero reclamata da nuove esperienze religiose del popolo cristiano
Per comprendere il nuovo clima sociale, indicato dagli storici come il risveglio dell’Europa dopo l’anno Mille, sarebbe importante richiamare la combinata serie di elementi che contribuirono al formarsi di condizioni nuove di vita: la crescita demografica della popolazione, lo sviluppo di agricoltura ed artigianato anche grazie ai monasteri, l’aumento dei pellegrinaggi, l’intensificarsi dei commerci, la ripresa di forme associative di corporazioni di mestieri e di confratrie di solidarietà.
La conseguenza più vistosa fu la ripresa di vitalità dei centri urbani, dove confluivano soprattutto artigiani e commercianti, attirando successivamente anche la nobiltà feudale, che scese dai propri castelli per cercare di mantenere parte del proprio potere. In un paio di secoli la geografia dell’Europa cambiò fortemente, punteggiata in modo più fitto da nuove cittadine, indicate genericamente come “villae novae”. Basti considerare il territorio del Piemonte meridionale: Cuneo, Fossano, Mondovì, Savigliano, Saluzzo sono sorte come centri urbani tra il 1100 ed il 1200.
Tra i segni più vistosi della rinnovata vivacità socio-economica attorno all’anno Mille viene indicato lo sviluppo dei pellegrinaggi. Rodolfo il Glabro, vissuto in quel frangente, nei “Cinque libri delle storie” annota: “In quegli stessi anni fu tale il numero delle persone che da tutto il mondo si recava a Gerusalemme al Sepolcro del Salvatore, che nessuno prima avrebbe osato sperare una tale affluenza” (cfr. l’edizione a cura di G. Andenna e D. Tuniz, Jaka book, Milano, 1981, p. 144). Il fenomeno crebbe poi nell’ambiguo “pellegrinaggio armato” delle crociate, che per duecento anni infiammò la cristianità occidentale. Il citato autore annota: “I primi ad intraprendere questi pellegrinaggi furono gli strati più umili della popolazione; seguirono gli uomini di media condizione, ed infine i più grandi re, conti, marchesi e vescovi”. La portata innovativa dei pellegrinaggi medievali può essere paragonata al ruolo del turismo per l’attuale globalizzazione.
Il pellegrinaggio fu quindi una manifestazione religiosa a partire da fedeli del popolo, oggi si direbbe dal laicato. Era intrapreso sia da singoli, sia da piccoli nuclei; sovente i pellegrini al loro fortunato ritorno costituivano delle confraternite di devoti, animati da una nuova coscienza del loro essere testimoni della vita di Gesù ed arricchiti di esperienze ecclesiali di più ampi orizzonti. Era una delle premesse per la messa in discussioni della vita spesso meschina del basso clero e di quella dei vescovi compromessa con i potenti, pretendendo una loro condotta più conforme al Vangelo ed allo stile degli apostoli e dei primi cristiani.
La riforma della Chiesa “in capite et in membris” reclamata da eretici e repressa con crociate
Come accennato, la linfa nuova di religiosità circolante per l’intera Europa con i pellegrini, va inserita nella trasformazione di civiltà di cui la crescita delle città era il vivaio. Le aperture culturali di nuovi orizzonti veicolate da pellegrini e commercianti, sostenute dalla circolazione del sapere dei monasteri e più tardi dalle università, si accordavano con l’intraprendenza locale di artigiani e cultori delle arti liberali, portando ovunque una nuova coscienza della libertà delle persone e nello stesso tempo suscitando forme di aggregazione, proprio per garantire i diritti che si andavano acquistando.
In termini più strettamente religiosi queste aggregazioni ebbero forme diverse. Le più comuni furono le confraternite devozionali derivate dal pellegrinaggio ad un santuario, come la locale confraternita di San Giacomo o più tardi il nucleo dei reduci dalle crociate con la chiesa di San Giovanni dei Valdieri, gestita dai Cavalieri gerosolimitani; ma assunsero anche strutture più radicali di sette ereticali organizzate come chiese alternative alla gerarchia cattolica. Vennero così attuate esperienze di vita cristiana, come la Pataria e più tardi gli Umiliati a Milano, che reclamavano cambiamenti radicali col celibato del clero e la condanna di vescovi simoniaci; ma presto si contrapposero alle istituzioni ufficiali sia religiose sia politiche come i Catari, con una propria gerarchia. E contro di essi, strutturatisi in feudi autonomi, venne scatenata una crociata da papa Innocenzo III nel 1209, che si protrasse per un paio di decenni.
Nel Piemonte, la citata storia di Rodolfo il Glabro ricorda un focolaio di eresia già nel 1028 a Monforte, nella diocesi di Asti. Contro questi eretici, ben prima delle crociate ufficiali, si mossero il marchese Oldorico Manfredi e Alrico, suo fratello e vescovo di Asti.
Nelle valli delle Alpi occidentali, oltre nuclei di Catari, trovarono rifugio i Valdesi, fondati a Lione nel 1170 dal mercante Pietro Valdo come Chiesa evangelica; questi ebbero una notevole diffusione ed una presenza ancora oggi significativa nel pinerolese.
Il vasto sviluppo delle eresie divenne stimolo di interventi anche nei concili che a più riprese si tennero nei secoli XII e XIII. Ci vollero secoli perché la riforma della Chiesa attecchisse e non bastarono le scosse date dagli eretici medievali. Ma intanto lo Spirito promuoveva nuove linfe evangeliche con santi come Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman, con il vasto seguito degli Ordini mendicanti ed il fiorire nella loro scia delle confraternite laicali.
Labili tracce delle prime aggregazioni laicali nei primi tempi della formazione di Cuneo
Cosa resta delle chiese fondate dai pellegrini in Cuneo e nel territorio?
Nella curiosità popolare l’attenzione corre ai catari ed ai templari. Dei primi le uniche memorie sono le dolorose testimonianze di processi e roghi di eretici nel Tre-Quattrocento. Della chiesa di San Giovanni Battista dell’ordine Gerosolimitano si ha notizia certa ancora nella più antica cronaca quattrocentesca di Cuneo, che ne ricorda la costruzione nel corso del Duecento, agli albori dello sviluppo urbano “presso la porta di Caraglio e nel Borgato”. La chiesa, costruita tra il 1217 ed il 1240, doveva essere di una certa consistenza; l’annesso ospizio venne assegnato dal vescovo di Asti alla confraternita di Santa Croce nel 1437, che lo mise all’asta nel 1441. Il tutto finì con la totale distruzione del Borgato ordinata dai Savoia nel corso del ‘500, per ridurre la città a fortezza.
Migliore fu la sorte della confraternita di San Giacomo. Questa chiesa, con annesso ospizio per pellegrini, venne costruita proprio vicino a Santa Maria della Pieve (cosa che sarebbe difficilmente ammissibile negli schemi ecclesiastici attuali!), presso la probabile porta di Boves, per una sua facile accessibilità ai pellegrini. Anche questa decadde nel corso del Quattrocento e, dato che era dotata di qualche bene, venne occupata dal parroco della Pieve. Tuttavia la chiesa venne ravvivata da un nuovo gruppo di fedeli devoti di San Sebastiano, in occasione della mortifera peste nera. Il parroco quindi, nel 1480, lasciò ad essi la chiesa e consegnò, l’ospizio alla confraternita di Santa Croce, che dal 1319 aveva aperto un proprio ospizio, divenuto nei secoli l’ospedale maggiore cittadino. Così il nucleo della più antica confraternita laicale sopravvisse, aggiungendo al titolo di San Giacomo anche quello di San Sebastiano.
Di questa confraternita si ha memoria fin dal 1211, perché nel Museo Civico si conserva la lapide mortuaria dell’anonimo “presbiter ecclesiae Sancti Iacobi”. Sembra ironia della sorte il fatto che venga ricordato il cappellano di una confraternita laicale, mentre bisogna attendere secoli per trovare un’epigrafe mortuaria di qualche insigne abate o pievano nel nostro territorio!
(continua)
Nella foto: La nota piantina di Cuneo del 1665, di Giovenale Boetto, segna al n. 7 l’Oratorio di San Sebastiano, che era subentrato alla chiesa di San Giacomo; nel terreno libero fuori delle fortificazioni, dove sorgeva il quartiere del Borgato con la chiesa di San Giovanni dei Valdieri (o dei Cavalieri di Gerusalemme), la cartina rappresenta ancora una parte delle mura cittadine del 1300, tra le probabili porte di Caraglio e di Cervasca,, presso cui sorgeva questa chiesa.