Massimo Manavella con il figlio Leonardo
Massimo Manavella, nato a Bagnolo Piemonte il 19 aprile 1965, è innamorato della montagna: “Sono residente ad Ostana, ma ci vivo poco perché da ormai 18 anni gestisco il Rifugio alpino Selleries, in val Chisone, aperto tutti i giorni dell’anno.”
I suoi genitori?
Mio padre era un operaio Fiat, mia mamma era una bidella. Dopo le Medie mi sono iscritto all’Alberghiero di Pinerolo. Ho condiviso tutta la mia infanzia con mio fratello, poco più giovane di me. Nostra sorella, di 10 anni più piccola, è stata sempre un po’ più distante. Non avevo grandi sogni.
Uno spettacolo del Gruppo Teatro Angrogna sulla Pace le ha fatto vedere più chiaro nella sua vita: come mai?
Ho conosciuto il Gruppo Teatro Angrogna grazie al loro spettacolo ‘Ninna nanna della guerra’. L’ho visto due volte, prima al Teatro Pellico di Bagnolo Piemonte, quindi nella chiesa di San Giovanni a Saluzzo. Buttando in faccia, attraverso canzoni tradizionali, riflessioni e poesie sulla crudeltà della guerra e la preziosità della Pace, il Teatro Angrogna porta tra la gente la necessità di impegnarsi, ognuno nel nostro piccolo, per non lasciare che la storia ci passi addosso, considerandoci solo degli spettatori. Io sono uscito da quelle due serate con la decisione di non fare il militare, scegliendo il servizio civile, poi svolto nella Caritas di Saluzzo, dove ho incontrato don Carlo Peano, un prete molto in gamba. Mi piaceva la certezza di servire a qualcosa! Le ore di servizio le prestavamo in un Centro per anziani, in una Casa protetta ed in un Punto di accoglienza per i primi profughi albanesi. Alcuni obiettori venivano impiegati anche da suor Elvira nella sua comunità di recupero per tossicodipendenti. Mesi molto impegnativi, ma gratificanti!
Che lavori ha fatto nella sua vita?
Prima del servizio civile alcune stagioni negli alberghi. Poi ho ripreso a lavorare a Bardonecchia. Quindi in un vivaio di Pinerolo. Poi sono salito a Pian Muné in valle Po, sono rimasto a lavorare con loro per più di 5 anni. In quel periodo ho lavorato, per una stagione estiva, al ‘Rifugio Lago Verde’ in val Germanasca. Ho fatto, inoltre, una stagione estiva all’Albergo di Pian del Re. Nell’autunno del 2000 ho iniziato a collaborare alla gestione del ‘Rifugio Willy Jervis’, in val Pellice, a fianco di Robi Boulard, rifugista e gestore storico, al pari di Hervé Tranchero del ‘Quintino Sella al Monviso’. Lavoravo al Jervis tutto l’anno. Questa è stata la mia prima esperienza di vita in alta quota senza scendere per lunghi periodi: un inverno di 64 giorni in rifugio, senza mai scendere a valle! Un modo completamente nuovo, per me, di vivere. Al ‘Rifugio Jervis’, nel 2003, ho conosciuto Sylvie e nel 2005 è nato Leonardo, nostro figlio. Poco dopo abbiamo iniziato la gestione del ‘Rifugio Selleries’, in val Chisone, dove mi trovo tuttora.
Come si vive in alta montagna?
La fatica più grande è avere sotto controllo la struttura. È necessaria una grande elasticità mentale ed una buona conoscenza di un po’ tutte le manualità basiche, dall’elettricità alla falegnameria, dall’idraulica alla muratura ed alla meccanica. Il gestore di un rifugio se la deve cavare. La soddisfazione più grande è il capire che te la cavi, con le persone che tornano a casa soddisfatte di ciò che han trovato: non si può essere perfetti, ma quando ce la metti tutta, di solito riesci a funzionare bene. Io amo accogliere al meglio le persone che arrivano qui faticando, altrimenti è meglio fare altro!
La Natura e la montagna viste da lì?
La Natura siamo noi: non siamo solo degli osservatori, ma partecipiamo ogni giorno alla vita del luogo che ci ha accolto. Noi all’Alpe Selleries siamo di passaggio e dobbiamo fare del nostro meglio per risultare graditi, e quindi partecipare, sempre, al susseguirsi di quello che accade. Non basta osservare, bisogna vivere, nel tramonto o nella bufera, altrimenti non serve a nulla essere in un determinato posto in un preciso momento! Vivere in alta quota o in qualunque altro luogo significa essere sintonizzati con l’ambiente in cui ci si trova, partecipando sempre agli accadimenti, belli o brutti che siano (altrimenti si osserva e basta).
Pentito o felice della scelta di vita che ha fatto?
Non posso parlare di scelta. Tutto è stato una conseguenza, per me logica, di quanto fatto in precedenza. Non so cosa farò e faremo in futuro, ma al momento sono contento di quel che vivo ogni giorno.
Il mondo di oggi?
È una conseguenza di ciò che era ieri. Non possiamo pensare che, evitando di trovare una soluzione nel contrasto tra palestinesi ed israeliani, tutto sarebbe rimasto tranquillo: era inevitabile che la miccia venisse, prima o poi, accesa. La questione palestinese può essere usata come fotocopia metaforica per tutte le altre tensioni, più o meno evidenti, sul pianeta. Se si vuole far la guerra, piccola o grande, una scusa la si trova facilmente! La Pace bisogna volerla, e fare dei sacrifici per conservarla.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
La serenità, che deriva dall’essere contenti di se stessi, quindi di ciò che si sta facendo. È la serenità con la quale posso aprire le porte del Rifugio, ogni mattina, accogliendo senza remore chi arriverà. Il nostro Rifugio è aperto a tutti, senza distinzioni di colori, di pelle e di idee.
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Massimo Manavella con il figlio Leonardo
Massimo Manavella, nato a Bagnolo Piemonte il 19 aprile 1965, è innamorato della montagna: “Sono residente ad Ostana, ma ci vivo poco perché da ormai 18 anni gestisco il Rifugio alpino Selleries, in val Chisone, aperto tutti i giorni dell’anno.”
I suoi genitori?
Mio padre era un operaio Fiat, mia mamma era una bidella. Dopo le Medie mi sono iscritto all’Alberghiero di Pinerolo. Ho condiviso tutta la mia infanzia con mio fratello, poco più giovane di me. Nostra sorella, di 10 anni più piccola, è stata sempre un po’ più distante. Non avevo grandi sogni.
Uno spettacolo del Gruppo Teatro Angrogna sulla Pace le ha fatto vedere più chiaro nella sua vita: come mai?
Ho conosciuto il Gruppo Teatro Angrogna grazie al loro spettacolo ‘Ninna nanna della guerra’. L’ho visto due volte, prima al Teatro Pellico di Bagnolo Piemonte, quindi nella chiesa di San Giovanni a Saluzzo. Buttando in faccia, attraverso canzoni tradizionali, riflessioni e poesie sulla crudeltà della guerra e la preziosità della Pace, il Teatro Angrogna porta tra la gente la necessità di impegnarsi, ognuno nel nostro piccolo, per non lasciare che la storia ci passi addosso, considerandoci solo degli spettatori. Io sono uscito da quelle due serate con la decisione di non fare il militare, scegliendo il servizio civile, poi svolto nella Caritas di Saluzzo, dove ho incontrato don Carlo Peano, un prete molto in gamba. Mi piaceva la certezza di servire a qualcosa! Le ore di servizio le prestavamo in un Centro per anziani, in una Casa protetta ed in un Punto di accoglienza per i primi profughi albanesi. Alcuni obiettori venivano impiegati anche da suor Elvira nella sua comunità di recupero per tossicodipendenti. Mesi molto impegnativi, ma gratificanti!
Che lavori ha fatto nella sua vita?
Prima del servizio civile alcune stagioni negli alberghi. Poi ho ripreso a lavorare a Bardonecchia. Quindi in un vivaio di Pinerolo. Poi sono salito a Pian Muné in valle Po, sono rimasto a lavorare con loro per più di 5 anni. In quel periodo ho lavorato, per una stagione estiva, al ‘Rifugio Lago Verde’ in val Germanasca. Ho fatto, inoltre, una stagione estiva all’Albergo di Pian del Re. Nell’autunno del 2000 ho iniziato a collaborare alla gestione del ‘Rifugio Willy Jervis’, in val Pellice, a fianco di Robi Boulard, rifugista e gestore storico, al pari di Hervé Tranchero del ‘Quintino Sella al Monviso’. Lavoravo al Jervis tutto l’anno. Questa è stata la mia prima esperienza di vita in alta quota senza scendere per lunghi periodi: un inverno di 64 giorni in rifugio, senza mai scendere a valle! Un modo completamente nuovo, per me, di vivere. Al ‘Rifugio Jervis’, nel 2003, ho conosciuto Sylvie e nel 2005 è nato Leonardo, nostro figlio. Poco dopo abbiamo iniziato la gestione del ‘Rifugio Selleries’, in val Chisone, dove mi trovo tuttora.
Come si vive in alta montagna?
La fatica più grande è avere sotto controllo la struttura. È necessaria una grande elasticità mentale ed una buona conoscenza di un po’ tutte le manualità basiche, dall’elettricità alla falegnameria, dall’idraulica alla muratura ed alla meccanica. Il gestore di un rifugio se la deve cavare. La soddisfazione più grande è il capire che te la cavi, con le persone che tornano a casa soddisfatte di ciò che han trovato: non si può essere perfetti, ma quando ce la metti tutta, di solito riesci a funzionare bene. Io amo accogliere al meglio le persone che arrivano qui faticando, altrimenti è meglio fare altro!
La Natura e la montagna viste da lì?
La Natura siamo noi: non siamo solo degli osservatori, ma partecipiamo ogni giorno alla vita del luogo che ci ha accolto. Noi all’Alpe Selleries siamo di passaggio e dobbiamo fare del nostro meglio per risultare graditi, e quindi partecipare, sempre, al susseguirsi di quello che accade. Non basta osservare, bisogna vivere, nel tramonto o nella bufera, altrimenti non serve a nulla essere in un determinato posto in un preciso momento! Vivere in alta quota o in qualunque altro luogo significa essere sintonizzati con l’ambiente in cui ci si trova, partecipando sempre agli accadimenti, belli o brutti che siano (altrimenti si osserva e basta).
Pentito o felice della scelta di vita che ha fatto?
Non posso parlare di scelta. Tutto è stato una conseguenza, per me logica, di quanto fatto in precedenza. Non so cosa farò e faremo in futuro, ma al momento sono contento di quel che vivo ogni giorno.
Il mondo di oggi?
È una conseguenza di ciò che era ieri. Non possiamo pensare che, evitando di trovare una soluzione nel contrasto tra palestinesi ed israeliani, tutto sarebbe rimasto tranquillo: era inevitabile che la miccia venisse, prima o poi, accesa. La questione palestinese può essere usata come fotocopia metaforica per tutte le altre tensioni, più o meno evidenti, sul pianeta. Se si vuole far la guerra, piccola o grande, una scusa la si trova facilmente! La Pace bisogna volerla, e fare dei sacrifici per conservarla.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
La serenità, che deriva dall’essere contenti di se stessi, quindi di ciò che si sta facendo. È la serenità con la quale posso aprire le porte del Rifugio, ogni mattina, accogliendo senza remore chi arriverà. Il nostro Rifugio è aperto a tutti, senza distinzioni di colori, di pelle e di idee.
Massimo, gestore di un rifugio che accoglie le persone, senza distinzioni di colori o idee
25 novembre 2023
Cuneo
Massimo Manavella con il figlio Leonardo
Massimo Manavella, nato a Bagnolo Piemonte il 19 aprile 1965, è innamorato della montagna: “Sono residente ad Ostana, ma ci vivo poco perché da ormai 18 anni gestisco il Rifugio alpino Selleries, in val Chisone, aperto tutti i giorni dell’anno.”
I suoi genitori?
Mio padre era un operaio Fiat, mia mamma era una bidella. Dopo le Medie mi sono iscritto all’Alberghiero di Pinerolo. Ho condiviso tutta la mia infanzia con mio fratello, poco più giovane di me. Nostra sorella, di 10 anni più piccola, è stata sempre un po’ più distante. Non avevo grandi sogni.
Uno spettacolo del Gruppo Teatro Angrogna sulla Pace le ha fatto vedere più chiaro nella sua vita: come mai?
Ho conosciuto il Gruppo Teatro Angrogna grazie al loro spettacolo ‘Ninna nanna della guerra’. L’ho visto due volte, prima al Teatro Pellico di Bagnolo Piemonte, quindi nella chiesa di San Giovanni a Saluzzo. Buttando in faccia, attraverso canzoni tradizionali, riflessioni e poesie sulla crudeltà della guerra e la preziosità della Pace, il Teatro Angrogna porta tra la gente la necessità di impegnarsi, ognuno nel nostro piccolo, per non lasciare che la storia ci passi addosso, considerandoci solo degli spettatori. Io sono uscito da quelle due serate con la decisione di non fare il militare, scegliendo il servizio civile, poi svolto nella Caritas di Saluzzo, dove ho incontrato don Carlo Peano, un prete molto in gamba. Mi piaceva la certezza di servire a qualcosa! Le ore di servizio le prestavamo in un Centro per anziani, in una Casa protetta ed in un Punto di accoglienza per i primi profughi albanesi. Alcuni obiettori venivano impiegati anche da suor Elvira nella sua comunità di recupero per tossicodipendenti. Mesi molto impegnativi, ma gratificanti!
Che lavori ha fatto nella sua vita?
Prima del servizio civile alcune stagioni negli alberghi. Poi ho ripreso a lavorare a Bardonecchia. Quindi in un vivaio di Pinerolo. Poi sono salito a Pian Muné in valle Po, sono rimasto a lavorare con loro per più di 5 anni. In quel periodo ho lavorato, per una stagione estiva, al ‘Rifugio Lago Verde’ in val Germanasca. Ho fatto, inoltre, una stagione estiva all’Albergo di Pian del Re. Nell’autunno del 2000 ho iniziato a collaborare alla gestione del ‘Rifugio Willy Jervis’, in val Pellice, a fianco di Robi Boulard, rifugista e gestore storico, al pari di Hervé Tranchero del ‘Quintino Sella al Monviso’. Lavoravo al Jervis tutto l’anno. Questa è stata la mia prima esperienza di vita in alta quota senza scendere per lunghi periodi: un inverno di 64 giorni in rifugio, senza mai scendere a valle! Un modo completamente nuovo, per me, di vivere. Al ‘Rifugio Jervis’, nel 2003, ho conosciuto Sylvie e nel 2005 è nato Leonardo, nostro figlio. Poco dopo abbiamo iniziato la gestione del ‘Rifugio Selleries’, in val Chisone, dove mi trovo tuttora.
Come si vive in alta montagna?
La fatica più grande è avere sotto controllo la struttura. È necessaria una grande elasticità mentale ed una buona conoscenza di un po’ tutte le manualità basiche, dall’elettricità alla falegnameria, dall’idraulica alla muratura ed alla meccanica. Il gestore di un rifugio se la deve cavare. La soddisfazione più grande è il capire che te la cavi, con le persone che tornano a casa soddisfatte di ciò che han trovato: non si può essere perfetti, ma quando ce la metti tutta, di solito riesci a funzionare bene. Io amo accogliere al meglio le persone che arrivano qui faticando, altrimenti è meglio fare altro!
La Natura e la montagna viste da lì?
La Natura siamo noi: non siamo solo degli osservatori, ma partecipiamo ogni giorno alla vita del luogo che ci ha accolto. Noi all’Alpe Selleries siamo di passaggio e dobbiamo fare del nostro meglio per risultare graditi, e quindi partecipare, sempre, al susseguirsi di quello che accade. Non basta osservare, bisogna vivere, nel tramonto o nella bufera, altrimenti non serve a nulla essere in un determinato posto in un preciso momento! Vivere in alta quota o in qualunque altro luogo significa essere sintonizzati con l’ambiente in cui ci si trova, partecipando sempre agli accadimenti, belli o brutti che siano (altrimenti si osserva e basta).
Pentito o felice della scelta di vita che ha fatto?
Non posso parlare di scelta. Tutto è stato una conseguenza, per me logica, di quanto fatto in precedenza. Non so cosa farò e faremo in futuro, ma al momento sono contento di quel che vivo ogni giorno.
Il mondo di oggi?
È una conseguenza di ciò che era ieri. Non possiamo pensare che, evitando di trovare una soluzione nel contrasto tra palestinesi ed israeliani, tutto sarebbe rimasto tranquillo: era inevitabile che la miccia venisse, prima o poi, accesa. La questione palestinese può essere usata come fotocopia metaforica per tutte le altre tensioni, più o meno evidenti, sul pianeta. Se si vuole far la guerra, piccola o grande, una scusa la si trova facilmente! La Pace bisogna volerla, e fare dei sacrifici per conservarla.
Cosa mette al primo posto nella sua vita?
La serenità, che deriva dall’essere contenti di se stessi, quindi di ciò che si sta facendo. È la serenità con la quale posso aprire le porte del Rifugio, ogni mattina, accogliendo senza remore chi arriverà. Il nostro Rifugio è aperto a tutti, senza distinzioni di colori, di pelle e di idee.