Ombretta Audisio Collino
Dal 2018, a Busca, la torinese Ombretta Audisio Collino gestisce il “Museo dei merletti al Tombolo”, presso l’ex convento dei Cappuccini, dove espone i lavori di una vita e fa da cicerone ai visitatori, grandi e piccini. Oggi, è maestra merlettaia, insegna e ha tante soddisfazioni, ma l’intreccio dei fili ha richiesto, negli anni, passione, dedizione e fatica. Gioie e sacrifici sempre condivisi con la famiglia e, primo fra tutti, il marito Mario.
Ogni bambino è un artista per i suoi genitori, che custodiscono gelosamente opere dalla bellezza, a volte, improbabile. Come si resta artisti anche da grandi?
Mia madre era un’artista, dipingeva molto bene: in terza elementare, realizzò un ritratto magnifico della sua vicina di banco e, prima di sposarsi, collaborò con la Walt Disney, creando oltre cento disegni per il cartone animato “Biancaneve e i sette nani”. Io ho cercato di seguire le sue orme, ma con i merletti. Questa mia passione è nata nel 1987: non ero più una bambina e avevo bisogno di rilassarmi: mio marito lavorava tutto il giorno ed io restavo a casa con i nostri due figli ed Elio, che conosciamo da quando aveva sei anni e che abbiamo preso in affido quando ha compiuto la maggiore età. Ho frequentato un corso per merletti, senza grandi risultati; così, ho coltivato questa passione da autodidatta, imparando i quattordici stili di tombolo che, da anni, insegno ai miei allievi.
Poi, con la mia amica Adriana Anghilante, ho recuperato alcuni merletti antichi della Valle Varaita e rifatto i disegni, esaminando con la lente d’ingrandimento dove passasse il filo: un lavoro impegnativo, da certosini, ma gratificante e, in trent’anni, abbiamo realizzato 100 disegni!
Subito dopo il matrimonio, si è licenziata dal lavoro di vetrinista per dedicarsi ai figli. Farebbe ancora questa scelta? Che cosa pensa di tutte quelle donne che, oggi, devono scegliere tra la carriera e la famiglia?
Sì, sono contenta della mia scelta: quattro mesi dopo il matrimonio, mi sono licenziata e ciò mi ha dato serenità, permettendomi di rimanere incinta: poi, quando i ragazzi sono cresciuti, ho lavorato come custode per la scuola materna di Madonna delle Grazie. Oggi, la mentalità è un’altra: mia nuora, ad esempio, ha sempre lavorato e insieme al marito, a me e a Mario, ha cresciuto benissimo i suoi figli.
Le passioni sincere ci accedono, ma i momenti difficili possono affievolirle: le è mai successo?
No, con il tombolo no: lo faccio la sera e, nonostante gli impegni, sono sempre riuscita a portarlo avanti. Il tempo vola quando lavoro al tombolo, svuoto la mente e non smetterei mai, per questo lo consiglio, ma capisco che possa risultare impegnativo: richiede una concentrazione assoluta, non puoi pensare ad altro nel mentre. In passato, ho fatto uncinetto e ricami, ma nulla mi dà soddisfazione come il tombolo. Sì, oserei dire che sia il mio talento. A volte, ci sono stati momenti tristi: durante un’esposizione, mi hanno rubato dieci merletti antichi ed originali della Valle Varaita, mai ritrovati. Però, quelli felici non sono mancati: quando i miei nipoti erano piccoli, in un paio d’ore, realizzarono un po’ di pizzo che unimmo per fare un braccialetto per la loro madre. Al museo, un signore disse che mi avrebbe segnalata al WWF come specie in via d’estinzione; poi un bambino, saputo che lavoro al tombolo dall’87, mi chiese se intendessi il 1887 o il 1987; e una bimba, dopo avere esaminato la cuffia che indossavo risalente al Settecento, corse dalla madre dicendole che la usavo dal 1700.
Spesso, film e libri mostrano il lavoro a merletto come parodia di famiglia borghese, un “lavoro finto” rispetto al “lavoro vero”. Che cosa ne pensa?
Non sono d’accordo: in Val Variata, le donne erano contadine, non borghesi, ma è vero che molti considerano questo tipo di lavoro una perdita di tempo, nonostante sia un’espressione artistica: chi realizza tali capolavori, con le proprie mani, è assolutamente da tenere in considerazione. Però, oggi, le donne sono troppo impegnate, tra lavoro, figli e preoccupazioni. Molte ragazze mi confessano che vorrebbero apprendere la tecnica del tombolo, ma sono troppo impegnate e questo lavoro è lento, richiede tempo e costa, perché oggi il tempo è denaro.
C’è chi considera il museo come il luogo in cui sono conservati oggetti caduti in disuso, testimoni di culture e tradizioni ormai scomparse, una sorta di cimitero in vetrina. Perché, nel 2018, ha inaugurato il Museo del Tombolo?
Proprio perché io, invece, voglio salvare questi oggetti! Spesso, i patrimoni muoiono a causa dell’egoismo di alcuni collezionisti, che li tengono per sé, nascondendoli; al contrario, penso che gli oggetti e le tradizioni vadano tramandati. Insegno quest’arte da trent’anni e, a volte, alcune merlettaie mi rimproverano: secondo loro, dovrei tenere segrete alcune tecniche, ma perché dico io? Io voglio tramandare questo sapere, senza avere paura che i miei studenti diventino migliori di me. Quasi tutte le persone a cui insegno provengono da lontano: Milano, Alassio, Savona, Mentone perché, ad oggi, siamo in pochi a tramandare questo sapere. In passato, ho avuto uno scambio culturale con alcune ragazze ucraine: grazie alla “tecnica del colore”, che permette di colorare il disegno in un certo modo, ci inviavamo per mail i disegni, così ho insegnato loro il torchon francese e io ho imparato i loro merletti locali.
Ho anche insegnato in diverse scuole elementari del territorio: i bambini preparavano i merletti da sistemare sull’uovo di Pasqua o sul biglietto per la festa della mamma e mi hanno regalato grandi soddisfazioni. Per vent’anni, durante le fiere, ho fatto dimostrazioni di tombolo indossando il costume tipico della Valle Varaita, ma da quando ho inaugurato il museo sono molto impegnata per le visite e ho smesso. Questo spazio mi permette di conservare e mostrare i lavori di una vita, ma non sarebbe stato possibile senza Mario: lui mi ha incoraggiata, supportata, ha realizzato l’intero allestimento, dalle vetrine ai tavoli.
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Ombretta Audisio Collino
Dal 2018, a Busca, la torinese Ombretta Audisio Collino gestisce il “Museo dei merletti al Tombolo”, presso l’ex convento dei Cappuccini, dove espone i lavori di una vita e fa da cicerone ai visitatori, grandi e piccini. Oggi, è maestra merlettaia, insegna e ha tante soddisfazioni, ma l’intreccio dei fili ha richiesto, negli anni, passione, dedizione e fatica. Gioie e sacrifici sempre condivisi con la famiglia e, primo fra tutti, il marito Mario.
Ogni bambino è un artista per i suoi genitori, che custodiscono gelosamente opere dalla bellezza, a volte, improbabile. Come si resta artisti anche da grandi?
Mia madre era un’artista, dipingeva molto bene: in terza elementare, realizzò un ritratto magnifico della sua vicina di banco e, prima di sposarsi, collaborò con la Walt Disney, creando oltre cento disegni per il cartone animato “Biancaneve e i sette nani”. Io ho cercato di seguire le sue orme, ma con i merletti. Questa mia passione è nata nel 1987: non ero più una bambina e avevo bisogno di rilassarmi: mio marito lavorava tutto il giorno ed io restavo a casa con i nostri due figli ed Elio, che conosciamo da quando aveva sei anni e che abbiamo preso in affido quando ha compiuto la maggiore età. Ho frequentato un corso per merletti, senza grandi risultati; così, ho coltivato questa passione da autodidatta, imparando i quattordici stili di tombolo che, da anni, insegno ai miei allievi.
Poi, con la mia amica Adriana Anghilante, ho recuperato alcuni merletti antichi della Valle Varaita e rifatto i disegni, esaminando con la lente d’ingrandimento dove passasse il filo: un lavoro impegnativo, da certosini, ma gratificante e, in trent’anni, abbiamo realizzato 100 disegni!
Subito dopo il matrimonio, si è licenziata dal lavoro di vetrinista per dedicarsi ai figli. Farebbe ancora questa scelta? Che cosa pensa di tutte quelle donne che, oggi, devono scegliere tra la carriera e la famiglia?
Sì, sono contenta della mia scelta: quattro mesi dopo il matrimonio, mi sono licenziata e ciò mi ha dato serenità, permettendomi di rimanere incinta: poi, quando i ragazzi sono cresciuti, ho lavorato come custode per la scuola materna di Madonna delle Grazie. Oggi, la mentalità è un’altra: mia nuora, ad esempio, ha sempre lavorato e insieme al marito, a me e a Mario, ha cresciuto benissimo i suoi figli.
Le passioni sincere ci accedono, ma i momenti difficili possono affievolirle: le è mai successo?
No, con il tombolo no: lo faccio la sera e, nonostante gli impegni, sono sempre riuscita a portarlo avanti. Il tempo vola quando lavoro al tombolo, svuoto la mente e non smetterei mai, per questo lo consiglio, ma capisco che possa risultare impegnativo: richiede una concentrazione assoluta, non puoi pensare ad altro nel mentre. In passato, ho fatto uncinetto e ricami, ma nulla mi dà soddisfazione come il tombolo. Sì, oserei dire che sia il mio talento. A volte, ci sono stati momenti tristi: durante un’esposizione, mi hanno rubato dieci merletti antichi ed originali della Valle Varaita, mai ritrovati. Però, quelli felici non sono mancati: quando i miei nipoti erano piccoli, in un paio d’ore, realizzarono un po’ di pizzo che unimmo per fare un braccialetto per la loro madre. Al museo, un signore disse che mi avrebbe segnalata al WWF come specie in via d’estinzione; poi un bambino, saputo che lavoro al tombolo dall’87, mi chiese se intendessi il 1887 o il 1987; e una bimba, dopo avere esaminato la cuffia che indossavo risalente al Settecento, corse dalla madre dicendole che la usavo dal 1700.
Spesso, film e libri mostrano il lavoro a merletto come parodia di famiglia borghese, un “lavoro finto” rispetto al “lavoro vero”. Che cosa ne pensa?
Non sono d’accordo: in Val Variata, le donne erano contadine, non borghesi, ma è vero che molti considerano questo tipo di lavoro una perdita di tempo, nonostante sia un’espressione artistica: chi realizza tali capolavori, con le proprie mani, è assolutamente da tenere in considerazione. Però, oggi, le donne sono troppo impegnate, tra lavoro, figli e preoccupazioni. Molte ragazze mi confessano che vorrebbero apprendere la tecnica del tombolo, ma sono troppo impegnate e questo lavoro è lento, richiede tempo e costa, perché oggi il tempo è denaro.
C’è chi considera il museo come il luogo in cui sono conservati oggetti caduti in disuso, testimoni di culture e tradizioni ormai scomparse, una sorta di cimitero in vetrina. Perché, nel 2018, ha inaugurato il Museo del Tombolo?
Proprio perché io, invece, voglio salvare questi oggetti! Spesso, i patrimoni muoiono a causa dell’egoismo di alcuni collezionisti, che li tengono per sé, nascondendoli; al contrario, penso che gli oggetti e le tradizioni vadano tramandati. Insegno quest’arte da trent’anni e, a volte, alcune merlettaie mi rimproverano: secondo loro, dovrei tenere segrete alcune tecniche, ma perché dico io? Io voglio tramandare questo sapere, senza avere paura che i miei studenti diventino migliori di me. Quasi tutte le persone a cui insegno provengono da lontano: Milano, Alassio, Savona, Mentone perché, ad oggi, siamo in pochi a tramandare questo sapere. In passato, ho avuto uno scambio culturale con alcune ragazze ucraine: grazie alla “tecnica del colore”, che permette di colorare il disegno in un certo modo, ci inviavamo per mail i disegni, così ho insegnato loro il torchon francese e io ho imparato i loro merletti locali.
Ho anche insegnato in diverse scuole elementari del territorio: i bambini preparavano i merletti da sistemare sull’uovo di Pasqua o sul biglietto per la festa della mamma e mi hanno regalato grandi soddisfazioni. Per vent’anni, durante le fiere, ho fatto dimostrazioni di tombolo indossando il costume tipico della Valle Varaita, ma da quando ho inaugurato il museo sono molto impegnata per le visite e ho smesso. Questo spazio mi permette di conservare e mostrare i lavori di una vita, ma non sarebbe stato possibile senza Mario: lui mi ha incoraggiata, supportata, ha realizzato l’intero allestimento, dalle vetrine ai tavoli.
Il Museo dei merletti al Tombolo e l’arte di insegnarne le tecniche e i segreti
19 novembre 2023
Cuneo
Ombretta Audisio Collino
Dal 2018, a Busca, la torinese Ombretta Audisio Collino gestisce il “Museo dei merletti al Tombolo”, presso l’ex convento dei Cappuccini, dove espone i lavori di una vita e fa da cicerone ai visitatori, grandi e piccini. Oggi, è maestra merlettaia, insegna e ha tante soddisfazioni, ma l’intreccio dei fili ha richiesto, negli anni, passione, dedizione e fatica. Gioie e sacrifici sempre condivisi con la famiglia e, primo fra tutti, il marito Mario.
Ogni bambino è un artista per i suoi genitori, che custodiscono gelosamente opere dalla bellezza, a volte, improbabile. Come si resta artisti anche da grandi?
Mia madre era un’artista, dipingeva molto bene: in terza elementare, realizzò un ritratto magnifico della sua vicina di banco e, prima di sposarsi, collaborò con la Walt Disney, creando oltre cento disegni per il cartone animato “Biancaneve e i sette nani”. Io ho cercato di seguire le sue orme, ma con i merletti. Questa mia passione è nata nel 1987: non ero più una bambina e avevo bisogno di rilassarmi: mio marito lavorava tutto il giorno ed io restavo a casa con i nostri due figli ed Elio, che conosciamo da quando aveva sei anni e che abbiamo preso in affido quando ha compiuto la maggiore età. Ho frequentato un corso per merletti, senza grandi risultati; così, ho coltivato questa passione da autodidatta, imparando i quattordici stili di tombolo che, da anni, insegno ai miei allievi.
Poi, con la mia amica Adriana Anghilante, ho recuperato alcuni merletti antichi della Valle Varaita e rifatto i disegni, esaminando con la lente d’ingrandimento dove passasse il filo: un lavoro impegnativo, da certosini, ma gratificante e, in trent’anni, abbiamo realizzato 100 disegni!
Subito dopo il matrimonio, si è licenziata dal lavoro di vetrinista per dedicarsi ai figli. Farebbe ancora questa scelta? Che cosa pensa di tutte quelle donne che, oggi, devono scegliere tra la carriera e la famiglia?
Sì, sono contenta della mia scelta: quattro mesi dopo il matrimonio, mi sono licenziata e ciò mi ha dato serenità, permettendomi di rimanere incinta: poi, quando i ragazzi sono cresciuti, ho lavorato come custode per la scuola materna di Madonna delle Grazie. Oggi, la mentalità è un’altra: mia nuora, ad esempio, ha sempre lavorato e insieme al marito, a me e a Mario, ha cresciuto benissimo i suoi figli.
Le passioni sincere ci accedono, ma i momenti difficili possono affievolirle: le è mai successo?
No, con il tombolo no: lo faccio la sera e, nonostante gli impegni, sono sempre riuscita a portarlo avanti. Il tempo vola quando lavoro al tombolo, svuoto la mente e non smetterei mai, per questo lo consiglio, ma capisco che possa risultare impegnativo: richiede una concentrazione assoluta, non puoi pensare ad altro nel mentre. In passato, ho fatto uncinetto e ricami, ma nulla mi dà soddisfazione come il tombolo. Sì, oserei dire che sia il mio talento. A volte, ci sono stati momenti tristi: durante un’esposizione, mi hanno rubato dieci merletti antichi ed originali della Valle Varaita, mai ritrovati. Però, quelli felici non sono mancati: quando i miei nipoti erano piccoli, in un paio d’ore, realizzarono un po’ di pizzo che unimmo per fare un braccialetto per la loro madre. Al museo, un signore disse che mi avrebbe segnalata al WWF come specie in via d’estinzione; poi un bambino, saputo che lavoro al tombolo dall’87, mi chiese se intendessi il 1887 o il 1987; e una bimba, dopo avere esaminato la cuffia che indossavo risalente al Settecento, corse dalla madre dicendole che la usavo dal 1700.
Spesso, film e libri mostrano il lavoro a merletto come parodia di famiglia borghese, un “lavoro finto” rispetto al “lavoro vero”. Che cosa ne pensa?
Non sono d’accordo: in Val Variata, le donne erano contadine, non borghesi, ma è vero che molti considerano questo tipo di lavoro una perdita di tempo, nonostante sia un’espressione artistica: chi realizza tali capolavori, con le proprie mani, è assolutamente da tenere in considerazione. Però, oggi, le donne sono troppo impegnate, tra lavoro, figli e preoccupazioni. Molte ragazze mi confessano che vorrebbero apprendere la tecnica del tombolo, ma sono troppo impegnate e questo lavoro è lento, richiede tempo e costa, perché oggi il tempo è denaro.
C’è chi considera il museo come il luogo in cui sono conservati oggetti caduti in disuso, testimoni di culture e tradizioni ormai scomparse, una sorta di cimitero in vetrina. Perché, nel 2018, ha inaugurato il Museo del Tombolo?
Proprio perché io, invece, voglio salvare questi oggetti! Spesso, i patrimoni muoiono a causa dell’egoismo di alcuni collezionisti, che li tengono per sé, nascondendoli; al contrario, penso che gli oggetti e le tradizioni vadano tramandati. Insegno quest’arte da trent’anni e, a volte, alcune merlettaie mi rimproverano: secondo loro, dovrei tenere segrete alcune tecniche, ma perché dico io? Io voglio tramandare questo sapere, senza avere paura che i miei studenti diventino migliori di me. Quasi tutte le persone a cui insegno provengono da lontano: Milano, Alassio, Savona, Mentone perché, ad oggi, siamo in pochi a tramandare questo sapere. In passato, ho avuto uno scambio culturale con alcune ragazze ucraine: grazie alla “tecnica del colore”, che permette di colorare il disegno in un certo modo, ci inviavamo per mail i disegni, così ho insegnato loro il torchon francese e io ho imparato i loro merletti locali.
Ho anche insegnato in diverse scuole elementari del territorio: i bambini preparavano i merletti da sistemare sull’uovo di Pasqua o sul biglietto per la festa della mamma e mi hanno regalato grandi soddisfazioni. Per vent’anni, durante le fiere, ho fatto dimostrazioni di tombolo indossando il costume tipico della Valle Varaita, ma da quando ho inaugurato il museo sono molto impegnata per le visite e ho smesso. Questo spazio mi permette di conservare e mostrare i lavori di una vita, ma non sarebbe stato possibile senza Mario: lui mi ha incoraggiata, supportata, ha realizzato l’intero allestimento, dalle vetrine ai tavoli.