La tradizione comune racconta che, con la fine delle persecuzioni e l’organizzazione della Chiesa col riconoscimento costantiniano, la vita religiosa si allentò nei costumi, suscitando la reazione di gruppi di fedeli che avviarono forme diverse di vita ascetica in nome della ricerca di Dio e della sequela più radicale di Gesù. Sono noti alcuni di questi primi testimoni come Antonio, che nel 270 circa lasciò Alessandria in Egitto per ritirarsi nel deserto, Girolamo, che nel 385 fuggì da Roma per vivere nella Terra Santa nello studio delle Sacre Scritture, Onorato, aristocratico di Treviri, che dopo aver pellegrinato in Terra Santa nel 400 circa si ritirò con alcuni compagni sull’isola di Lèrins, iniziando una comunità cenobitica, o ancora il più noto Benedetto che, arrivato a Roma da Norcia per formarsi, preferì ritirarsi sui monti e dopo anni tra solitudine e guida di gruppi di monaci verso il 540 fondò il monastero di Montecassino organizzandone la vita nel ritmo dell’“Ora et labora”.
Nel contesto da un lato di invecchiamento e dissoluzione della società romana e dall’altro di insicurezza per le ondate di migrazioni rapinatrici di barbari, queste esperienze monastiche divennero punto di riferimento per molte persone in cerca di salvezza fisica e spirituale. La diffusione di comunità monastiche divenne anche luogo di incontro ed amalgama tra genti diverse.
Simili esperienze erano pure sostenute da alcuni vescovi, che promossero nelle loro città delle forme di vita comunitaria di preti, come Martino a Tours, Ambrogio a Milano, Eusebio a Vercelli. Fu in particolare papa Gregorio Magno, monaco a Roma prime di essere papa, a favorire la diffusione dello stile monastico di Benedetto in varie parti d’Europa.
Le prime comunità cristiane costituite nelle pievi presso le antiche cittadine romane ebbero stagioni altalenanti, come si è accennato in articoli precedenti, passando tra rovine e ricostruzioni. Tuttavia la diffusione del cristianesimo restava ancora molto superficiale soprattutto nelle campagne e nelle valli. Furono i monasteri, in diverse riprese, a diffondere la vita cristiana nelle periferie di quei tempi.
Il monastero di San Dalmazzo centro di missione dei monaci irlandesi dal 616
La fondazione del monastero di San Dalmazzo, presso la tomba del santo su cui già sorgeva una chiesa, è ritenuta opera dei Longobardi. Essi ebbero un primo periodo di avversione al cattolicesimo non conforme al loro arianesimo. Il cambiamento avvenne con la regina Teodolinda, che, nata in Baviera e cattolica, aveva sposato il re longobardo Autari e, dopo la morte di questi per congiura, sposò Agilulfo, conte di Torino, da lei convertito al cattolicesimo. A lei è attribuito il sostegno all’opera missionaria di San Colombano, monaco proveniente dall’Irlanda e fondatore di monasteri in Francia e Borgogna, e della fondazione del monastero di Bobbio nel 614. Colombano morì a Bobbio l’anno seguente, ma il centro monastico progredì rapidamente sotto l’opera dei primi abati irlandesi. La regina Teodolinda ebbe modo di beneficiare altre fondazioni fino alla sua morte avvenuta a Monza nel 627.
I monaci irlandesi erano attivi in mezza Europa, come San Gallo, evangelizzatore della Svizzera e morto nel 645, e San Bonifacio evangelizzatore della Germania, morto nel 754. La notizia che anche il monastero di San Dalmazzo sia stato iniziato da monaci irlandesi trova scarso seguito, solo per il fatto che è affermato dal Meyranesio. Egli evidenzia l’iniziativa di Teodolinda, e questo per la storiografia ufficiale è attendibile, perché rientrerebbe nelle strategie politiche dei Longobardi di costituire degli avamposti verso il resto dei domini bizantini nella Liguria; ma la realtà più viva della fondazione monastica interessa poco, tanto meno sapere quali fossero gli attori.
Invece dal punto di vista pastorale la presenza dei monaci irlandesi è significativa sia per lo zelo con cui hanno evangelizzato parte del territorio, sia per alcuni aspetti missionari che hanno rinnovato la vita cristiana. Di per sé non vi sono documenti della loro attività specifica, ma se ne può trovare traccia nei documenti tardivi, compresa la bolla pontificia del 1246, che enumera le dipendenze dell’abbazia, con un accenno sintetico iniziale alle pertinenze immediate di Borgo, Cuneo e la valle Gesso, ed ai possedimenti in Sommariva Perno e nella valle Tinée. In queste zone si possono rintracciare le chiese che i monaci han fatto sorgere, grazie anche ai diritti su beni fondiari concessi dai longobardi (a Sommariva e nel Braidese) e poi dai carolingi (la val Tinée).
Le novità pastorali portate dagli irlandesi sono state ricordate come austerità nella dura regola e nei costumi morali; ma questo era il bilanciamento per superare la prassi penitenziale precedente che prevedeva solo la confessione per le colpe gravi e pubbliche, relegando il peccatore ai margini della vita comunitaria, con l’assoluzione riservata al vescovo e concessa spesso solo in caso di morte. I monaci irlandesi introdussero una prassi penitenziale che prevedeva la confessione privata anche ad un prete, pur con severe penitenze, tariffate in base alla gravità della colpa, ma con possibilità di rinnovare il sacramento più volte nella vita. E questa divenne poi l’uso pastorale comune dalla fine del medioevo. Veniva in tal modo coinvolto il fedele in un cammino personale in cui non si valutava solo la condotta esteriore più appariscente, ma si sosteneva una vita interiore più coerente.
San Dalmazzo nella rete dei pellegrinaggi europei, sulla “via Longobardorum” fino a Roma
Il monachesimo irlandese, inoltre, ha dato notevole impulso al pellegrinaggio nei vari aspetti: come ritorno alle fonti delle tombe degli apostoli, come forma di penitenza per peccati gravi, come cammino missionario anche col rischio di martirio.
La presenza di tali monaci sulla tomba di San Dalmazzo ed il loro collegamento con la corte longobarda può essere stato il momento in cui il culto del santo di Pedona si è diffuso fino a Pavia e di qui, lungo il percorso della via Francigena, per la parte detta anche “via Longobardorum”, è arrivato fino a Roma. Alcune località lungo questo percorso erano già state segnalate dal Riberi, sono state in parte verificate a fine anni ’80 con B. Rosso e pubblicate nei numeri unici di “Dalmatiana”, e nella tesi di M.P. Pesce sulla Ricerca storico-iconografica su S. Dalmazzo di Pedona; infine venne la segnalazione da parte di G.F. Armando sulla venerazione di San Dalmazzo a Roma nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, già chiesa benedettina.
La vivacità dei pellegrinaggi ebbe ondate diverse in Europa, anche in relazione alle situazioni politiche, ed ebbe il suo massimo impulso attorno al Mille, declinando poi dal secolo XIV. Non si hanno notizie di pellegrini partiti da Pedona e dal suo territorio, se non nei secoli dopo il Mille, ma il passaggio di pellegrini provenienti da terre lontane era uno stimolo anche per la devozione locale.
La presenza di folle di pellegrini è richiamata dalle “Passiones”, che descrivono l’affluire di gente dalle valli e dalla pianura nel giorno della festa al 5 dicembre, con la veglia notturna e la solenne celebrazione della messa e con l’importanza della fiera. La conferma del fenomeno è stata data dagli archeologi, che hanno messo in luce le fondamenta dell’abside della navata centrale, larga ben 12 metri, misura eccezionale nelle chiese locali anche dei secoli successivi; tale navata comprendeva l’attuale navata centrale e quella meridionale dell’attuale chiesa; a chiusura del presbiterio così ampio si devono riferire i frammenti dell’iconostasi della stessa consistenza, ben rilevata nella ricostruzione iconografica presente nel Museo dell’abbazia.
Il clima religioso emanato dai pellegrinaggi ha attivato elementi devozionali radicati poi nei secoli, come la venerazione quasi magica delle reliquie dei santi, ed ha diffuso racconti popolari di vite di santi e soprattutto la fiducia nei loro miracoli; non meno importanti furono le forme di ospitalità che dai monasteri passarono poi a delle confraternite.
Da San Dalmazzo venne la prima evangelizzazione locale, dalla sua abbazia ripartì una fase di religiosità nelle valli, ma come per le vicende del santo così anche per l’abbazia le vicende più dettagliate rimangono oscure.
(continua)
cuneo
La tradizione comune racconta che, con la fine delle persecuzioni e l’organizzazione della Chiesa col riconoscimento costantiniano, la vita religiosa si allentò nei costumi, suscitando la reazione di gruppi di fedeli che avviarono forme diverse di vita ascetica in nome della ricerca di Dio e della sequela più radicale di Gesù. Sono noti alcuni di questi primi testimoni come Antonio, che nel 270 circa lasciò Alessandria in Egitto per ritirarsi nel deserto, Girolamo, che nel 385 fuggì da Roma per vivere nella Terra Santa nello studio delle Sacre Scritture, Onorato, aristocratico di Treviri, che dopo aver pellegrinato in Terra Santa nel 400 circa si ritirò con alcuni compagni sull’isola di Lèrins, iniziando una comunità cenobitica, o ancora il più noto Benedetto che, arrivato a Roma da Norcia per formarsi, preferì ritirarsi sui monti e dopo anni tra solitudine e guida di gruppi di monaci verso il 540 fondò il monastero di Montecassino organizzandone la vita nel ritmo dell’“Ora et labora”.
Nel contesto da un lato di invecchiamento e dissoluzione della società romana e dall’altro di insicurezza per le ondate di migrazioni rapinatrici di barbari, queste esperienze monastiche divennero punto di riferimento per molte persone in cerca di salvezza fisica e spirituale. La diffusione di comunità monastiche divenne anche luogo di incontro ed amalgama tra genti diverse.
Simili esperienze erano pure sostenute da alcuni vescovi, che promossero nelle loro città delle forme di vita comunitaria di preti, come Martino a Tours, Ambrogio a Milano, Eusebio a Vercelli. Fu in particolare papa Gregorio Magno, monaco a Roma prime di essere papa, a favorire la diffusione dello stile monastico di Benedetto in varie parti d’Europa.
Le prime comunità cristiane costituite nelle pievi presso le antiche cittadine romane ebbero stagioni altalenanti, come si è accennato in articoli precedenti, passando tra rovine e ricostruzioni. Tuttavia la diffusione del cristianesimo restava ancora molto superficiale soprattutto nelle campagne e nelle valli. Furono i monasteri, in diverse riprese, a diffondere la vita cristiana nelle periferie di quei tempi.
Il monastero di San Dalmazzo centro di missione dei monaci irlandesi dal 616
La fondazione del monastero di San Dalmazzo, presso la tomba del santo su cui già sorgeva una chiesa, è ritenuta opera dei Longobardi. Essi ebbero un primo periodo di avversione al cattolicesimo non conforme al loro arianesimo. Il cambiamento avvenne con la regina Teodolinda, che, nata in Baviera e cattolica, aveva sposato il re longobardo Autari e, dopo la morte di questi per congiura, sposò Agilulfo, conte di Torino, da lei convertito al cattolicesimo. A lei è attribuito il sostegno all’opera missionaria di San Colombano, monaco proveniente dall’Irlanda e fondatore di monasteri in Francia e Borgogna, e della fondazione del monastero di Bobbio nel 614. Colombano morì a Bobbio l’anno seguente, ma il centro monastico progredì rapidamente sotto l’opera dei primi abati irlandesi. La regina Teodolinda ebbe modo di beneficiare altre fondazioni fino alla sua morte avvenuta a Monza nel 627.
I monaci irlandesi erano attivi in mezza Europa, come San Gallo, evangelizzatore della Svizzera e morto nel 645, e San Bonifacio evangelizzatore della Germania, morto nel 754. La notizia che anche il monastero di San Dalmazzo sia stato iniziato da monaci irlandesi trova scarso seguito, solo per il fatto che è affermato dal Meyranesio. Egli evidenzia l’iniziativa di Teodolinda, e questo per la storiografia ufficiale è attendibile, perché rientrerebbe nelle strategie politiche dei Longobardi di costituire degli avamposti verso il resto dei domini bizantini nella Liguria; ma la realtà più viva della fondazione monastica interessa poco, tanto meno sapere quali fossero gli attori.
Invece dal punto di vista pastorale la presenza dei monaci irlandesi è significativa sia per lo zelo con cui hanno evangelizzato parte del territorio, sia per alcuni aspetti missionari che hanno rinnovato la vita cristiana. Di per sé non vi sono documenti della loro attività specifica, ma se ne può trovare traccia nei documenti tardivi, compresa la bolla pontificia del 1246, che enumera le dipendenze dell’abbazia, con un accenno sintetico iniziale alle pertinenze immediate di Borgo, Cuneo e la valle Gesso, ed ai possedimenti in Sommariva Perno e nella valle Tinée. In queste zone si possono rintracciare le chiese che i monaci han fatto sorgere, grazie anche ai diritti su beni fondiari concessi dai longobardi (a Sommariva e nel Braidese) e poi dai carolingi (la val Tinée).
Le novità pastorali portate dagli irlandesi sono state ricordate come austerità nella dura regola e nei costumi morali; ma questo era il bilanciamento per superare la prassi penitenziale precedente che prevedeva solo la confessione per le colpe gravi e pubbliche, relegando il peccatore ai margini della vita comunitaria, con l’assoluzione riservata al vescovo e concessa spesso solo in caso di morte. I monaci irlandesi introdussero una prassi penitenziale che prevedeva la confessione privata anche ad un prete, pur con severe penitenze, tariffate in base alla gravità della colpa, ma con possibilità di rinnovare il sacramento più volte nella vita. E questa divenne poi l’uso pastorale comune dalla fine del medioevo. Veniva in tal modo coinvolto il fedele in un cammino personale in cui non si valutava solo la condotta esteriore più appariscente, ma si sosteneva una vita interiore più coerente.
San Dalmazzo nella rete dei pellegrinaggi europei, sulla “via Longobardorum” fino a Roma
Il monachesimo irlandese, inoltre, ha dato notevole impulso al pellegrinaggio nei vari aspetti: come ritorno alle fonti delle tombe degli apostoli, come forma di penitenza per peccati gravi, come cammino missionario anche col rischio di martirio.
La presenza di tali monaci sulla tomba di San Dalmazzo ed il loro collegamento con la corte longobarda può essere stato il momento in cui il culto del santo di Pedona si è diffuso fino a Pavia e di qui, lungo il percorso della via Francigena, per la parte detta anche “via Longobardorum”, è arrivato fino a Roma. Alcune località lungo questo percorso erano già state segnalate dal Riberi, sono state in parte verificate a fine anni ’80 con B. Rosso e pubblicate nei numeri unici di “Dalmatiana”, e nella tesi di M.P. Pesce sulla Ricerca storico-iconografica su S. Dalmazzo di Pedona; infine venne la segnalazione da parte di G.F. Armando sulla venerazione di San Dalmazzo a Roma nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, già chiesa benedettina.
La vivacità dei pellegrinaggi ebbe ondate diverse in Europa, anche in relazione alle situazioni politiche, ed ebbe il suo massimo impulso attorno al Mille, declinando poi dal secolo XIV. Non si hanno notizie di pellegrini partiti da Pedona e dal suo territorio, se non nei secoli dopo il Mille, ma il passaggio di pellegrini provenienti da terre lontane era uno stimolo anche per la devozione locale.
La presenza di folle di pellegrini è richiamata dalle “Passiones”, che descrivono l’affluire di gente dalle valli e dalla pianura nel giorno della festa al 5 dicembre, con la veglia notturna e la solenne celebrazione della messa e con l’importanza della fiera. La conferma del fenomeno è stata data dagli archeologi, che hanno messo in luce le fondamenta dell’abside della navata centrale, larga ben 12 metri, misura eccezionale nelle chiese locali anche dei secoli successivi; tale navata comprendeva l’attuale navata centrale e quella meridionale dell’attuale chiesa; a chiusura del presbiterio così ampio si devono riferire i frammenti dell’iconostasi della stessa consistenza, ben rilevata nella ricostruzione iconografica presente nel Museo dell’abbazia.
Il clima religioso emanato dai pellegrinaggi ha attivato elementi devozionali radicati poi nei secoli, come la venerazione quasi magica delle reliquie dei santi, ed ha diffuso racconti popolari di vite di santi e soprattutto la fiducia nei loro miracoli; non meno importanti furono le forme di ospitalità che dai monasteri passarono poi a delle confraternite.
Da San Dalmazzo venne la prima evangelizzazione locale, dalla sua abbazia ripartì una fase di religiosità nelle valli, ma come per le vicende del santo così anche per l’abbazia le vicende più dettagliate rimangono oscure.
(continua)
San Dalmazzo fondata da re longobardi e monaci irlandesi?
18 novembre 2023
Cuneo
La tradizione comune racconta che, con la fine delle persecuzioni e l’organizzazione della Chiesa col riconoscimento costantiniano, la vita religiosa si allentò nei costumi, suscitando la reazione di gruppi di fedeli che avviarono forme diverse di vita ascetica in nome della ricerca di Dio e della sequela più radicale di Gesù. Sono noti alcuni di questi primi testimoni come Antonio, che nel 270 circa lasciò Alessandria in Egitto per ritirarsi nel deserto, Girolamo, che nel 385 fuggì da Roma per vivere nella Terra Santa nello studio delle Sacre Scritture, Onorato, aristocratico di Treviri, che dopo aver pellegrinato in Terra Santa nel 400 circa si ritirò con alcuni compagni sull’isola di Lèrins, iniziando una comunità cenobitica, o ancora il più noto Benedetto che, arrivato a Roma da Norcia per formarsi, preferì ritirarsi sui monti e dopo anni tra solitudine e guida di gruppi di monaci verso il 540 fondò il monastero di Montecassino organizzandone la vita nel ritmo dell’“Ora et labora”.
Nel contesto da un lato di invecchiamento e dissoluzione della società romana e dall’altro di insicurezza per le ondate di migrazioni rapinatrici di barbari, queste esperienze monastiche divennero punto di riferimento per molte persone in cerca di salvezza fisica e spirituale. La diffusione di comunità monastiche divenne anche luogo di incontro ed amalgama tra genti diverse.
Simili esperienze erano pure sostenute da alcuni vescovi, che promossero nelle loro città delle forme di vita comunitaria di preti, come Martino a Tours, Ambrogio a Milano, Eusebio a Vercelli. Fu in particolare papa Gregorio Magno, monaco a Roma prime di essere papa, a favorire la diffusione dello stile monastico di Benedetto in varie parti d’Europa.
Le prime comunità cristiane costituite nelle pievi presso le antiche cittadine romane ebbero stagioni altalenanti, come si è accennato in articoli precedenti, passando tra rovine e ricostruzioni. Tuttavia la diffusione del cristianesimo restava ancora molto superficiale soprattutto nelle campagne e nelle valli. Furono i monasteri, in diverse riprese, a diffondere la vita cristiana nelle periferie di quei tempi.
Il monastero di San Dalmazzo centro di missione dei monaci irlandesi dal 616
La fondazione del monastero di San Dalmazzo, presso la tomba del santo su cui già sorgeva una chiesa, è ritenuta opera dei Longobardi. Essi ebbero un primo periodo di avversione al cattolicesimo non conforme al loro arianesimo. Il cambiamento avvenne con la regina Teodolinda, che, nata in Baviera e cattolica, aveva sposato il re longobardo Autari e, dopo la morte di questi per congiura, sposò Agilulfo, conte di Torino, da lei convertito al cattolicesimo. A lei è attribuito il sostegno all’opera missionaria di San Colombano, monaco proveniente dall’Irlanda e fondatore di monasteri in Francia e Borgogna, e della fondazione del monastero di Bobbio nel 614. Colombano morì a Bobbio l’anno seguente, ma il centro monastico progredì rapidamente sotto l’opera dei primi abati irlandesi. La regina Teodolinda ebbe modo di beneficiare altre fondazioni fino alla sua morte avvenuta a Monza nel 627.
I monaci irlandesi erano attivi in mezza Europa, come San Gallo, evangelizzatore della Svizzera e morto nel 645, e San Bonifacio evangelizzatore della Germania, morto nel 754. La notizia che anche il monastero di San Dalmazzo sia stato iniziato da monaci irlandesi trova scarso seguito, solo per il fatto che è affermato dal Meyranesio. Egli evidenzia l’iniziativa di Teodolinda, e questo per la storiografia ufficiale è attendibile, perché rientrerebbe nelle strategie politiche dei Longobardi di costituire degli avamposti verso il resto dei domini bizantini nella Liguria; ma la realtà più viva della fondazione monastica interessa poco, tanto meno sapere quali fossero gli attori.
Invece dal punto di vista pastorale la presenza dei monaci irlandesi è significativa sia per lo zelo con cui hanno evangelizzato parte del territorio, sia per alcuni aspetti missionari che hanno rinnovato la vita cristiana. Di per sé non vi sono documenti della loro attività specifica, ma se ne può trovare traccia nei documenti tardivi, compresa la bolla pontificia del 1246, che enumera le dipendenze dell’abbazia, con un accenno sintetico iniziale alle pertinenze immediate di Borgo, Cuneo e la valle Gesso, ed ai possedimenti in Sommariva Perno e nella valle Tinée. In queste zone si possono rintracciare le chiese che i monaci han fatto sorgere, grazie anche ai diritti su beni fondiari concessi dai longobardi (a Sommariva e nel Braidese) e poi dai carolingi (la val Tinée).
Le novità pastorali portate dagli irlandesi sono state ricordate come austerità nella dura regola e nei costumi morali; ma questo era il bilanciamento per superare la prassi penitenziale precedente che prevedeva solo la confessione per le colpe gravi e pubbliche, relegando il peccatore ai margini della vita comunitaria, con l’assoluzione riservata al vescovo e concessa spesso solo in caso di morte. I monaci irlandesi introdussero una prassi penitenziale che prevedeva la confessione privata anche ad un prete, pur con severe penitenze, tariffate in base alla gravità della colpa, ma con possibilità di rinnovare il sacramento più volte nella vita. E questa divenne poi l’uso pastorale comune dalla fine del medioevo. Veniva in tal modo coinvolto il fedele in un cammino personale in cui non si valutava solo la condotta esteriore più appariscente, ma si sosteneva una vita interiore più coerente.
San Dalmazzo nella rete dei pellegrinaggi europei, sulla “via Longobardorum” fino a Roma
Il monachesimo irlandese, inoltre, ha dato notevole impulso al pellegrinaggio nei vari aspetti: come ritorno alle fonti delle tombe degli apostoli, come forma di penitenza per peccati gravi, come cammino missionario anche col rischio di martirio.
La presenza di tali monaci sulla tomba di San Dalmazzo ed il loro collegamento con la corte longobarda può essere stato il momento in cui il culto del santo di Pedona si è diffuso fino a Pavia e di qui, lungo il percorso della via Francigena, per la parte detta anche “via Longobardorum”, è arrivato fino a Roma. Alcune località lungo questo percorso erano già state segnalate dal Riberi, sono state in parte verificate a fine anni ’80 con B. Rosso e pubblicate nei numeri unici di “Dalmatiana”, e nella tesi di M.P. Pesce sulla Ricerca storico-iconografica su S. Dalmazzo di Pedona; infine venne la segnalazione da parte di G.F. Armando sulla venerazione di San Dalmazzo a Roma nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, già chiesa benedettina.
La vivacità dei pellegrinaggi ebbe ondate diverse in Europa, anche in relazione alle situazioni politiche, ed ebbe il suo massimo impulso attorno al Mille, declinando poi dal secolo XIV. Non si hanno notizie di pellegrini partiti da Pedona e dal suo territorio, se non nei secoli dopo il Mille, ma il passaggio di pellegrini provenienti da terre lontane era uno stimolo anche per la devozione locale.
La presenza di folle di pellegrini è richiamata dalle “Passiones”, che descrivono l’affluire di gente dalle valli e dalla pianura nel giorno della festa al 5 dicembre, con la veglia notturna e la solenne celebrazione della messa e con l’importanza della fiera. La conferma del fenomeno è stata data dagli archeologi, che hanno messo in luce le fondamenta dell’abside della navata centrale, larga ben 12 metri, misura eccezionale nelle chiese locali anche dei secoli successivi; tale navata comprendeva l’attuale navata centrale e quella meridionale dell’attuale chiesa; a chiusura del presbiterio così ampio si devono riferire i frammenti dell’iconostasi della stessa consistenza, ben rilevata nella ricostruzione iconografica presente nel Museo dell’abbazia.
Il clima religioso emanato dai pellegrinaggi ha attivato elementi devozionali radicati poi nei secoli, come la venerazione quasi magica delle reliquie dei santi, ed ha diffuso racconti popolari di vite di santi e soprattutto la fiducia nei loro miracoli; non meno importanti furono le forme di ospitalità che dai monasteri passarono poi a delle confraternite.
Da San Dalmazzo venne la prima evangelizzazione locale, dalla sua abbazia ripartì una fase di religiosità nelle valli, ma come per le vicende del santo così anche per l’abbazia le vicende più dettagliate rimangono oscure.
(continua)