
La contiguità tra il mondo dei vivi e quello dei morti è un pensiero diffuso nelle antiche religioni che tuttavia il cristianesimo recepisce con estrema prudenza. Sant’Agostino, nella sua magistrale messa a punto di una riflessione sulla fede cristiana che avrebbe fatto scuola, sembra infatti preoccupato di tenere ben separati i due mondi, sia laddove invita a non credere «di poter essere di aiuto ai morti che ci stanno a cuore, se non suffragandoli devotamente con i sacrifici delle Messe, delle preghiere e delle elemosine» , sia laddove rimarca che «i morti non sanno quel che succede nel momento in cui succede, ma ne possono venire a conoscenza solo successivamente tramite coloro che, morendo, sono passati da qui a loro». Questa estrema cautela del padre della chiesa che più avrebbe influenzato la futura riflessione ecclesiale in Occidente non sarebbe però bastata a evitare che i due mondi venissero pensati, nell’ambito stesso del cristianesimo medievale, come capaci di compenetrarsi profondamente e continuativamente. Del resto egli stesso, nell’ammettere che i vivi possono essere di aiuto ai morti, lascia aperto un varco sostanziale, di fatto impostogli dalla riflessione elaborata già in precedenza dalla chiesa stessa: fin dalla sua origine infatti essa non solo si era preoccupata di onorare la memoria dei defunti, ma anche aveva trasformato in una consuetudine l’atto di pregare per loro nel sacrificio eucaristico affinché, purificati, potessero giungere alla visione beatifica di Dio.
Il raccordo tra il mondo dei vivi e quello dei morti non è tuttavia da pensarsi esclusivamente a senso unico. Se cioè i medievali per un verso ritenevano che i suffragi riducessero le pene dei peccati, sottraendo dunque coloro per cui pregavano al supplizio loro inflitto per espiarli, per l’altro pensavano che le preghiere rivolte ai santi potessero renderli intercessori presso Dio stesso delle richieste da loro avanzate. E che questo non fosse semplicemente legato ad un sentire popolare, ma nel medioevo avesse anche una dignità teologica, avrebbe trovato conferma nella riflessione svolta al riguardo da Tommaso d’Aquino: egli infatti se da una parte sottolinea come sia da credere che coloro che sono nella visione beatifica «portino un grande aiuto al prossimo con la loro intercessione presso Dio», dall’altra rimarca come, pregando più santi per ottenere una certa grazia, «si ottiene talvolta ciò che non si ottiene pregandone uno solo».
Il mancato inserimento di questo teologo tra i santi della Legenda aurea, dovuto al fatto che il Doctor Angelicus sarebbe stato canonizzato molti anni dopo la morte di Iacopo da Varagine, non significa certo che quest’ultimo non abbia conosciuto gli scritti del primo, peraltro come lui appartenente all’ordine domenicano. Ed a provarlo, tra l’altro, è la prospettiva assunta dall’autore della in merito sostegno che, reciprocamente, vivi e morti si possono dare.
Un primo aspetto da considerare, nel soffermarsi su questo reciproco sostegno tra vivi e morti è legato al purgatorio. Più che di “nascita del purgatorio”, fortunata espressione usata dallo storico francese Jacques Le Goff nel saggio in cui analizza l’insorgere di quella che ai suoi occhi rappresenta una sorta di innovazione teologica fatta propria dalla chiesa nel corso del tardo medioevo, sarebbe forse più corretto parlare di diffusione, nel sentire comune del popolo cristiano della stessa epoca, di questa singolare dottrina ecclesiale.
Se infatti l’ufficializzazione di quest’ultima da parte della Chiesa va correttamente ricondotta al XI secolo, a ben prima risalgono invece quelli che potrebbero essere ritenuti gli antecedenti di essa: già Agostino infatti, nell’affermare che dopo il giudizio universale «non vi sarà una condizione di mezzo, in cui non sia nella pena eterna chi non è stato associato al suo regno», sembra tuttavia ammettere che, tra il momento del giudizio particolare e quello del giudizio universale, vi sia un «fuoco che non condanna alcuno, ma arricchisce l’uno, punisce l’altro, mette alla prova l’uno e l’altro».
Una linea seguita anche nel VI secolo da Gregorio Magno laddove asserisce che «si deve sapere come, in purgatorio, nessuno può ottenere nemmeno la remissione dei più piccoli peccati veniali, se qui sulla terra non lo ha prima meritato con le opere buone! Nessuno riceve, se prima non ha dato!». E tuttavia ciò non impedisce al grande papa di sostenere che le anime purganti, e dunque destiate a divenire anime sante, possano essere liberate dal loro tormento «in quattro modi: offerte dei sacerdoti, preghiere dei santi, elemosine dei cari, digiuno dei parenti».

Fig. 1 - Giudizio universale; Affresco (particolare); Seconda metà XV secolo; Giovanni Canavesio; Notre-Dame des Fontaines; La Brigue.
A lungo l’iconografia cristiana, nella rappresentazione del giudizio universale, aveva catalizzato l’attenzione dei fedeli sull’immagine contrapposta dell’inferno e del paradiso. Emblematico è, in questo senso, l’affresco quattrocentesco realizzato da Giovanni Canavesio sulla controfacciata del santuario di Notre-Dames des Fontaines
(Fig. 1). Ad affiorare in questo affascinante dipinto è la netta contrapposizione tra i due destini che attendono coloro che verranno giudicati da Cristo nel giorno della sua “seconda venuta”.
Se infatti il centro della scena è occupato da Cristo stesso, per un verso assiso in trono tra la Vergine e il Battista e per l’altro da loro separato dai serafini chiamati a proteggerne e contenerne la divinità, la sua mano destra rivolta verso l’alto e la sinistra tesa verso il basso indicano proprio il diverso futuro che attende coloro che egli è in atto di giudicare: l’inferno, per coloro che alla sua sinistra Cristo allontana da sé maledicendoli e destinandoli a quel fuoco eterno in cui a regnare sono Satana e i suoi angeli caduti; il paradiso, invece, per coloro che alla sua destra il Risorto glorificato invita benedicendoli a condividere con lui per sempre il suo stesso regno. E a separare, nettamente e definitivamente i due regni del tutto incompatibili tra loro - quello di Dio e quello di Lucifero - è la figura dell’arcangelo Michele che, armato di tutto punto e insieme ad altri angeli, appare impegnato a impedire che coloro che non vi sono destinati tentino di entrare in paradiso.

Fig. 2 - Le anime in purgatorio; Affresco (particolare); XIV-XV secolo; Ignoto; Chiesa di sant’Antonio; Pontechianale.
Quel purgatorio di cui non c’è traccia nell’affresco di Notre-Dame des Fontaines, trova invece posto all’interno della chiesa di Sant’Antonio a Pontechianale
(Fig. 2). Ed esso viene rappresentato come un enorme calderone nel quali le anime, abbandonati i loro corpi nelle sovrastanti tombe, espiano la loro pena. E che si tratti del purgatorio e non dell’inferno è reso ben evidente dal fatto che queste diafane anime non sono affatto preda della disperazione, ma sono invece in preghiera con l’evidente intento di raggiungere il prima possibile attraverso di essa, congiunta a quella di chi sulla terra ne auspica la salvezza, l’agognato paradiso.

Fig. 3 - Purgatorio; Affresco (particolare); Seconda metà XV secolo ; Giovanni Baleison; Cappella di san Sebastiano; Celle Macra.
Il purgatorio invece, negli affreschi di Giovanni Baleison concepiti per la cappella di san Sebastiano a Celle Macra
(Fig. 3), viene rappresentato come un lago di fiamme che avvolgono coloro che stanno espiando la pena connessa alle proprie colpe. E significativi sono, in questo caso, proprio i simboli delle preghiere e delle messe di suffragio offerte per loro dai vivi ed esibiti dagli angeli: preghiere e messe che contribuiranno a liberare queste anime dalla pena meritata per i loro peccati.

Fig. 4 - Ingresso nella Gerusalemme celeste; Affresco (particolare); XIV-XV secolo; Ignoto; Chiesa di Sant’Antonio; Pontechianale.
E sarà dopo essere state liberate da questa pena, provvisoria nel suo poter essere cancellata da un’espiazione diretta e indiretta, che le anime verranno accolte ed accompagnate dagli angeli nella Gerusalemme celeste: un momento che di cui si ha ancora una volta riscontro nel complesso affresco della chiesa di Sant’Antonio a Pontechianale
(Fig. 4), confermando in questo modo anche visivamente la provvisorietà del purgatorio e il suo essere destinato a dissolversi definitivamente nel momento in cui tutte le anime che vi sono destinate raggiungeranno la santità.