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Margherita, una lunga vita nell’osteria di borgata Roccia di Sampeyre

22 ottobre 2023

Cuneo

Margherita Lantermino (foto Alma Delfino) Margherita Lantermino (foto Alma Delfino) I gomitoli colorati di lana l’accompagnano nel corso della giornata e lei ha già preparato calze bellissime per tante persone! Margherita Lantermino è nata il 22 luglio 1930, nel vallone di Gilba: «A me non piace discutere, e se succede, mi allontano. Non ho mai litigato con nessuno. I miei genitori, Maria e Giacomo, vivevamo a borgata Lantermino e lavoravano la terra, eravamo sei figlie. La povertà l’ho conosciuta, purtroppo. A undici anni ero già affittata a Bellino, dalla famiglia Estienne, a borgata Fontanile: andavo al pascolo tutto il giorno con otto mucche davanti al Pelvo, ero triste e piangevo perché la mia mamma non la potevo vedere per quattro mesi! Ma erano gentili, per anni ho intrattenuto i rapporti con loro, oggi sono tutti morti». È stata affittata anche altrove? «Sì, per quattro anni a Valmala. A Chiot Martin, da “Gianu”: io mi sono sempre comportata bene e andavo a dormire da sua sorella, che era da sposare. E a Chiot dal Bosc, poi al Chiotas (portavo il fieno sulla testa, ma lì non mi trattavano bene), fino a quando sono arrivata qui, a Sampeyre, nel 1947. Pagavano poco e i soldi li davano ai miei genitori». Con cosa giocava da bambina? «Con le bambole di stracci, non c’era altro lassù, a Gilba! A Lantermino allora le case erano tutte abitate e io ho studiato fino alla terza Elementare, a Gilba. La quinta era a Venasca, ma eravamo poveri e non ce lo potevamo permettere, perché bisognava affittare una stanza». Che lavori ha fatto? «Dopo il periodo in cui sono stata affittata, nel 1947 sono arrivata qui a borgata Roccia e mi sono fermata, perché ho conosciuto l’uomo che è diventato mio marito. Qui a Roccia mi piace vivere e mi trovo bene. I suoi genitori mi hanno sempre rispettata, mio marito Giovanni era del 1926 ed era partito militare, ha fatto il Car a Pesaro. La simpatia è nata quando è tornato a casa. Dopo qualche mese, l’8 novembre 1947, ci siamo sposati a Gilba, nella parrocchiale di San Sisto. Niente viaggio di nozze, non c’erano i soldi! Con mio marito (che è morto il 29 gennaio del 2006, dopo una ischemia) andavo d’accordo, abbiamo tirato su la famiglia, lui faceva il contadino, avevamo le bestie e salivamo agli alpeggi d’estate. Per 40 anni, fino al 2003, ho avuto una bottega di alimentari (aperta nel 1963 quando è stata fatta la strada per raggiungere dalla provinciale la nostra borgata) e avevamo anche l’osteria, a me è sempre piaciuto stare in mezzo alla gente. In quegli anni la borgata era piena di gente, e anche a Foresto le case erano tutte abitate! Facevo quel che potevo, si lavorava bene d’estate quando arrivavano i turisti». Le manca tanto suo marito? «Ah, ormai mi sono abituata, ma me lo sento sempre vicino, prego sempre per lui e sovente lo sogno di notte mentre facciamo insieme dei lavori. Il segreto per far durare i matrimoni è avere tanta pazienza, discutere è normale, quando c’è il dialogo”. Come si viveva allora? «Mancava tutto! La lavatrice l’ho comprata nel 1972, fino ad allora andavo al lavatoio, l’acqua gelata d’inverno ti spaccava le mani! L’acqua potabile in casa è stata una rivoluzione». La parola “guerra” che le fa venire in mente? «Quella volta in cui le SS arrivarono nella nostra borgata: noi con la “cabassa” portavamo il letame nei prati e li abbiamo visti. I tedeschi erano in tanti, ci siamo nascosti, hanno aperto tutte le case, hanno portato via mio padre che indossava gli zoccoli… quanta paura! Lo hanno portato a Sanfront, mia madre ha mandato uomini a cercarlo, lui è poi rientrato a casa dopo quattro giorni. La guerra è una cosa bruttissima e sbagliata al massimo!». Le veglie? «Ci trovavamo a Gilba nelle stalle, la sera con le mucche: si filava, si parlava, si stava insieme e si raccontavano delle storie… Io però alle masche non ho mai creduto. Arrivano nella borgata dei vecchi e delle vecchie che chiedevano qualcosa da mangiare, ma eravamo già poveri noi e a loro davamo del pane…». Quanti figli avete avuto? «Cinque figli: Elio, Silvia, Germano, Liliana e Barbara. A loro ho insegnato l’importanza di essere onesti, di rispettare gli altri e di non fare mai del male a nessuno. Elio e Germano sono già morti e questi sono stati per me dei grandi dolori: perdere un figlio è una cosa assurda, che non dovrebbe succedere mai! Sono contenta della mia famiglia e anche dei miei nipoti». Le sue giornate? «Mi alzo alle 7 e 30. Prego. Poi la colazione e traffico per quel riesco». La vendemmia che è stata fatta sabato 9 settembre a Roccia? «Ah, che bello rivedere la borgata piena di gente! E sono uscita di casa per andare nelle vigne a gustarmi lo spettacolo». Un bilancio della sua vita? «C’è stato il bello e il brutto. Ho tribolato e non so se vorrei rivivere di nuovo. Io credo in Dio e di sera, quando vado a dormire, prego di più. So che la morte arriverà, prima o poi bisogna andare, e io spero di poter riabbracciare i miei cari: sarebbe bellissimo!»  
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