Matteo Dho, 30 anni, di Beinette, ha frequentato in triennale Scienze e tecnologie agrarie con il curriculum Agrobiotecnologie, per poi continuare nella magistrale con Biotecnologie vegetali. Ora sta proseguendo con un dottorato finanziato da un’azienda, che si basa sul controllo in noccioleto della cimice asiatica, un insetto invasivo che causa molti danni su diversi tipi di colture. L’obiettivo è quello di tentare di controllare questo insetto utilizzando un prodotto che sia il più sostenibile possibile. Non viene quindi usato un pesticida, ma si prova a usare un micro-fertilizzante durante il periodo in cui vengono deposte le uova.
Quanto questo lavoro è legato al nostro territorio?
Una delle parti interessanti del progetto è l’importanza che ha il nocciolo nella provincia di Cuneo. È una piantagione che sta acquisendo sempre più importanza, già qui nei dintorni e poi sicuramente a partire da Carrù e in tutte le Langhe.
Si occupa anche di altro?
Mi occupo anche di caratterizzazione molecolare, ovvero osservare qual è la variabilità genetica delle cimici presenti in zona e di quelle che arrivano dall’estero.
Cosa l’ha portata a percorrere la strada della ricerca?
Ci sono due motivi principali. Il primo è un interesse verso il mondo della ricerca nato durante gli anni universitari, il secondo è relativo al periodo in cui mi sono laureato, ossia novembre 2020. Eravamo in un contesto di pandemia ed era più difficile l’ingresso in qualche azienda, mentre sono arrivati dei fondi all’università. In più il mio dottorato ha una natura ibrida, dato che permette di confrontarsi in un ambito più applicativo e questo è stato sicuramente un aspetto che ha influito positivamente sulla mia scelta.
Il progetto a cui sta lavorando da che cosa nasce?
Il progetto sarebbe andato avanti comunque anche con un altro dottorando, dato che l’interesse verso questo lavoro c’era già, sia da parte dell’università sia da parte dell’azienda finanziatrice. Per partecipare al dottorato esce un bando e quando ho letto il titolo ho deciso di scrivere un progetto scientifico su questa tematica.
Cosa vuol dire per lei fare ricerca?
Significa stimolare la propria curiosità, che è il motore della ricerca. In più, l’idea di andare avanti con gli studi è dovuto anche al fatto di mettere in pratica quello che ho visto durante il mio percorso universitario. Il bello della ricerca è poi la possibilità di avere contatti internazionali, sia in loco sia attraverso il periodo previsto all’estero.
A proposito, ha mai pensato di proseguire i suoi studi all’estero?
Inizialmente ho proprio cercato progetti all’estero, poi ho guardato in Italia. L’idea di partire non mi sarebbe dispiaciuta, ma ora, dopo il dottorato, non so se preferirei spostarmi o stabilirmi in Italia. Probabilmente, se trovassi dopo il dottorato un lavoro qui, non per forza a Cuneo, ma in Italia, penso lo accetterei.
Quanto è importante il territorio per lei?
Il posto in cui nasci e in cui passi gli anni più importanti della tua vita è il posto che ti segna maggiormente. Prima di iniziare l’università avevo fatto un anno di lavoro in Spagna e il Piemonte mi mancava sempre. Di conseguenza, visto che siamo immersi nel territorio in cui siamo cresciuti, è importante cercare di dargli qualcosa indietro.
Ha altri esempi di come la ricerca sta aiutando il settore agricolo e ambientale?
Se penso ai lavori che vengono fatti in università, ogni professore ha dei progetti di ricerca che sono legati al territorio. Ci sono progetti legati all’agronomia, che insieme all’entomologia e alla patologia vegetale forse sono i campi più ampi dell’agraria. Molti lavori sono ad esempio legati ai vigneti e ai patogeni del melo, due culture importanti del nostro territorio. Ci sono studi di microbiologia sul castelmagno, sul vino, sul grano, sul mais e sulla soia. Il DISAFA mi sembra inoltre che sia uno dei dipartimenti che ha più contatti con le aziende del territorio.
Quale consiglio vorrebbe dare ai giovani che intendono iniziare un percorso nella ricerca?
Prima di tutto è importante praticare l’inglese, lingua che permette la comunicazione tra tutte le persone del mondo. Bisogna poi sapere che gran parte del lavoro è del singolo: il professore può dare suggerimenti e consigli, ma il progetto è responsabilità di chi lo porta avanti. Terza cosa, bisogna avere tanta “fame”. Un progetto di dottorato in Italia solitamente dura tre anni. In quel periodo è fondamentale non solo fare una buona ricerca, ma anche apprendere il più possibile. Se stai facendo un lavoro e c’è la possibilità di usare due tecniche, non impararne solo una, ma entrambe, cerca di avere un bagaglio di conoscenze. Più cose vedi, più saprai investirle nella ricerca e, nel caso in cui questa non sia poi la strada su cui proseguire, più cose impari e più diventi una figura appetibile da parte delle aziende.
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Matteo Dho, 30 anni, di Beinette, ha frequentato in triennale Scienze e tecnologie agrarie con il curriculum Agrobiotecnologie, per poi continuare nella magistrale con Biotecnologie vegetali. Ora sta proseguendo con un dottorato finanziato da un’azienda, che si basa sul controllo in noccioleto della cimice asiatica, un insetto invasivo che causa molti danni su diversi tipi di colture. L’obiettivo è quello di tentare di controllare questo insetto utilizzando un prodotto che sia il più sostenibile possibile. Non viene quindi usato un pesticida, ma si prova a usare un micro-fertilizzante durante il periodo in cui vengono deposte le uova.
Quanto questo lavoro è legato al nostro territorio?
Una delle parti interessanti del progetto è l’importanza che ha il nocciolo nella provincia di Cuneo. È una piantagione che sta acquisendo sempre più importanza, già qui nei dintorni e poi sicuramente a partire da Carrù e in tutte le Langhe.
Si occupa anche di altro?
Mi occupo anche di caratterizzazione molecolare, ovvero osservare qual è la variabilità genetica delle cimici presenti in zona e di quelle che arrivano dall’estero.
Cosa l’ha portata a percorrere la strada della ricerca?
Ci sono due motivi principali. Il primo è un interesse verso il mondo della ricerca nato durante gli anni universitari, il secondo è relativo al periodo in cui mi sono laureato, ossia novembre 2020. Eravamo in un contesto di pandemia ed era più difficile l’ingresso in qualche azienda, mentre sono arrivati dei fondi all’università. In più il mio dottorato ha una natura ibrida, dato che permette di confrontarsi in un ambito più applicativo e questo è stato sicuramente un aspetto che ha influito positivamente sulla mia scelta.
Il progetto a cui sta lavorando da che cosa nasce?
Il progetto sarebbe andato avanti comunque anche con un altro dottorando, dato che l’interesse verso questo lavoro c’era già, sia da parte dell’università sia da parte dell’azienda finanziatrice. Per partecipare al dottorato esce un bando e quando ho letto il titolo ho deciso di scrivere un progetto scientifico su questa tematica.
Cosa vuol dire per lei fare ricerca?
Significa stimolare la propria curiosità, che è il motore della ricerca. In più, l’idea di andare avanti con gli studi è dovuto anche al fatto di mettere in pratica quello che ho visto durante il mio percorso universitario. Il bello della ricerca è poi la possibilità di avere contatti internazionali, sia in loco sia attraverso il periodo previsto all’estero.
A proposito, ha mai pensato di proseguire i suoi studi all’estero?
Inizialmente ho proprio cercato progetti all’estero, poi ho guardato in Italia. L’idea di partire non mi sarebbe dispiaciuta, ma ora, dopo il dottorato, non so se preferirei spostarmi o stabilirmi in Italia. Probabilmente, se trovassi dopo il dottorato un lavoro qui, non per forza a Cuneo, ma in Italia, penso lo accetterei.
Quanto è importante il territorio per lei?
Il posto in cui nasci e in cui passi gli anni più importanti della tua vita è il posto che ti segna maggiormente. Prima di iniziare l’università avevo fatto un anno di lavoro in Spagna e il Piemonte mi mancava sempre. Di conseguenza, visto che siamo immersi nel territorio in cui siamo cresciuti, è importante cercare di dargli qualcosa indietro.
Ha altri esempi di come la ricerca sta aiutando il settore agricolo e ambientale?
Se penso ai lavori che vengono fatti in università, ogni professore ha dei progetti di ricerca che sono legati al territorio. Ci sono progetti legati all’agronomia, che insieme all’entomologia e alla patologia vegetale forse sono i campi più ampi dell’agraria. Molti lavori sono ad esempio legati ai vigneti e ai patogeni del melo, due culture importanti del nostro territorio. Ci sono studi di microbiologia sul castelmagno, sul vino, sul grano, sul mais e sulla soia. Il DISAFA mi sembra inoltre che sia uno dei dipartimenti che ha più contatti con le aziende del territorio.
Quale consiglio vorrebbe dare ai giovani che intendono iniziare un percorso nella ricerca?
Prima di tutto è importante praticare l’inglese, lingua che permette la comunicazione tra tutte le persone del mondo. Bisogna poi sapere che gran parte del lavoro è del singolo: il professore può dare suggerimenti e consigli, ma il progetto è responsabilità di chi lo porta avanti. Terza cosa, bisogna avere tanta “fame”. Un progetto di dottorato in Italia solitamente dura tre anni. In quel periodo è fondamentale non solo fare una buona ricerca, ma anche apprendere il più possibile. Se stai facendo un lavoro e c’è la possibilità di usare due tecniche, non impararne solo una, ma entrambe, cerca di avere un bagaglio di conoscenze. Più cose vedi, più saprai investirle nella ricerca e, nel caso in cui questa non sia poi la strada su cui proseguire, più cose impari e più diventi una figura appetibile da parte delle aziende.
Matteo Dho e il suo progetto di ricerca sul controllo della cimice asiatica in noccioleto
22 luglio 2023
Cuneo
Matteo Dho, 30 anni, di Beinette, ha frequentato in triennale Scienze e tecnologie agrarie con il curriculum Agrobiotecnologie, per poi continuare nella magistrale con Biotecnologie vegetali. Ora sta proseguendo con un dottorato finanziato da un’azienda, che si basa sul controllo in noccioleto della cimice asiatica, un insetto invasivo che causa molti danni su diversi tipi di colture. L’obiettivo è quello di tentare di controllare questo insetto utilizzando un prodotto che sia il più sostenibile possibile. Non viene quindi usato un pesticida, ma si prova a usare un micro-fertilizzante durante il periodo in cui vengono deposte le uova.
Quanto questo lavoro è legato al nostro territorio?
Una delle parti interessanti del progetto è l’importanza che ha il nocciolo nella provincia di Cuneo. È una piantagione che sta acquisendo sempre più importanza, già qui nei dintorni e poi sicuramente a partire da Carrù e in tutte le Langhe.
Si occupa anche di altro?
Mi occupo anche di caratterizzazione molecolare, ovvero osservare qual è la variabilità genetica delle cimici presenti in zona e di quelle che arrivano dall’estero.
Cosa l’ha portata a percorrere la strada della ricerca?
Ci sono due motivi principali. Il primo è un interesse verso il mondo della ricerca nato durante gli anni universitari, il secondo è relativo al periodo in cui mi sono laureato, ossia novembre 2020. Eravamo in un contesto di pandemia ed era più difficile l’ingresso in qualche azienda, mentre sono arrivati dei fondi all’università. In più il mio dottorato ha una natura ibrida, dato che permette di confrontarsi in un ambito più applicativo e questo è stato sicuramente un aspetto che ha influito positivamente sulla mia scelta.
Il progetto a cui sta lavorando da che cosa nasce?
Il progetto sarebbe andato avanti comunque anche con un altro dottorando, dato che l’interesse verso questo lavoro c’era già, sia da parte dell’università sia da parte dell’azienda finanziatrice. Per partecipare al dottorato esce un bando e quando ho letto il titolo ho deciso di scrivere un progetto scientifico su questa tematica.
Cosa vuol dire per lei fare ricerca?
Significa stimolare la propria curiosità, che è il motore della ricerca. In più, l’idea di andare avanti con gli studi è dovuto anche al fatto di mettere in pratica quello che ho visto durante il mio percorso universitario. Il bello della ricerca è poi la possibilità di avere contatti internazionali, sia in loco sia attraverso il periodo previsto all’estero.
A proposito, ha mai pensato di proseguire i suoi studi all’estero?
Inizialmente ho proprio cercato progetti all’estero, poi ho guardato in Italia. L’idea di partire non mi sarebbe dispiaciuta, ma ora, dopo il dottorato, non so se preferirei spostarmi o stabilirmi in Italia. Probabilmente, se trovassi dopo il dottorato un lavoro qui, non per forza a Cuneo, ma in Italia, penso lo accetterei.
Quanto è importante il territorio per lei?
Il posto in cui nasci e in cui passi gli anni più importanti della tua vita è il posto che ti segna maggiormente. Prima di iniziare l’università avevo fatto un anno di lavoro in Spagna e il Piemonte mi mancava sempre. Di conseguenza, visto che siamo immersi nel territorio in cui siamo cresciuti, è importante cercare di dargli qualcosa indietro.
Ha altri esempi di come la ricerca sta aiutando il settore agricolo e ambientale?
Se penso ai lavori che vengono fatti in università, ogni professore ha dei progetti di ricerca che sono legati al territorio. Ci sono progetti legati all’agronomia, che insieme all’entomologia e alla patologia vegetale forse sono i campi più ampi dell’agraria. Molti lavori sono ad esempio legati ai vigneti e ai patogeni del melo, due culture importanti del nostro territorio. Ci sono studi di microbiologia sul castelmagno, sul vino, sul grano, sul mais e sulla soia. Il DISAFA mi sembra inoltre che sia uno dei dipartimenti che ha più contatti con le aziende del territorio.
Quale consiglio vorrebbe dare ai giovani che intendono iniziare un percorso nella ricerca?
Prima di tutto è importante praticare l’inglese, lingua che permette la comunicazione tra tutte le persone del mondo. Bisogna poi sapere che gran parte del lavoro è del singolo: il professore può dare suggerimenti e consigli, ma il progetto è responsabilità di chi lo porta avanti. Terza cosa, bisogna avere tanta “fame”. Un progetto di dottorato in Italia solitamente dura tre anni. In quel periodo è fondamentale non solo fare una buona ricerca, ma anche apprendere il più possibile. Se stai facendo un lavoro e c’è la possibilità di usare due tecniche, non impararne solo una, ma entrambe, cerca di avere un bagaglio di conoscenze. Più cose vedi, più saprai investirle nella ricerca e, nel caso in cui questa non sia poi la strada su cui proseguire, più cose impari e più diventi una figura appetibile da parte delle aziende.