
È una donna molto gentile, sorridente e lucidissima: non ha una minima esitazione sulle date. A Pagliero, dove vive, “c’erano 5 scuole, un prete fisso e 800 persone, oggi siamo in una trentina”. Iolanda Isoardi è nata il 24 aprile del 1941 a Combe di Pagliero, in valle Maira: “Faceva freddo, c’era una stufa nella stalla, con una mucca e io sono nata lì. I miei genitori, Margherita Pallo e Giuseppe Isoardi, lavoravano la terra. Il 13 settembre del 1941 (io avevo 5 mesi)ho perso mio papà, che era caduto da un albero. Lui d’inverno emigrava in Francia, per fare il boscaiolo. Mia mamma è restata vedova con due figli da tirare su: mio fratello Giuseppe (più vecchio di 7 anni di me) ed io. Ha fatto fatica e non si è più risposata. La gente della borgata veniva ad aiutarla nei lavori”.
La sua infanzia?
Non avevo niente e i giochi erano semplici, inventati da noi bambini! Alle Combe c’erano sette famiglie. Ricordo che il primo giorno delle Elementari a Fracchie c’era una maestra che arrivava da Cuneo e non parlava l’occitano... E io pensavo di morire! Non ho patito la fame, ma i pasti erano sempre polenta, castagne, minestra, patate. Le banane le avevo conosciute grazie a una mia cugina che arrivava dalla Francia!
E il lavoro?
A 14 anni ho iniziato all’Albergo Croce Bianca di San Damiano, dove facevo un po’ di tutto (pulivo le camere, i servizi e aiutavo in cucina). Poi sono stata a lavorare a Limone al ‘Preventorio infantile’ (che ospitava bambini con malattie ai polmoni). Facevo i letti e di pomeriggio davo una mano alle Suore in cucina: mi trattavano bene. Ma mia madre aveva paura che mi ammalassi e mi aveva fatta tornare a casa.
Le nozze?
“Il 9 febbraio del 1961 mi sono sposata con Marco, davanti a don Gaspare Lumello. Al pranzo a casa, con una trentina di invitati, c’era ‘Murisi’, cuoco di San Damiano Macra. Il viaggio di nozze l’abbiamo fatto in Francia, a Tolone: 15 giorni per andare a trovare mia cognata. Poi il ritorno a casa, dove il lavoro ci aspettava! All’inizio, avevamo un trattore per lavorare la terra, con 4 mucche. Poi dal 1963 abbiamo preso la tabaccheria e la bottega di alimentari. Dal 1967 anche la Locanda Belvedere, con 7 camere e un bagno in comune: a me piaceva cucinare e stare in mezzo alla gente. I turisti arrivavano da Torino, da Cuneo. Mio marito mi prendeva in giro: “Iolanda, se tu vivessi i città, saresti sempre a parlare alla gente!”. I miei piatti forti? Le raviole, i Tajarin, la carne, il coniglio, la polenta concia, il cinghiale…
La guerra?
Io ero piccola ma le SS le ho viste con i miei occhi! I nazisti sono arrivati in una borgata: “Sappiamo che sapete dove sono i partigiani!”. Loro non gliel’hanno detto e hanno ucciso sia il padre che il figlio. E poi Gilberto, quel bimbo di Chesta che camminava dietro alla madre, mitragliata dalle SS e ridotta a tanti pezzi di carne...
Un giorno è arrivato un bel giovane nazista, in divisa, a casa nostra: mia madre le ha spiegato che era vedova e lui mi ha fatto una carezza, prima di andare via!
Ricorda don Giacomo Soleri?
Sì, era stato parroco qui per diversi anni. Un giorno ero andata al Santuario di Valmala percorrendo la Strada dei cannoni. Lo abbiamo incrociato, era con un suo amico ma non era vestito da prete ed aveva lo zaino in spalla. Mia mamma l’ha riconosciuto, lui se ne è accorto e ci ha salutati: “Sì, sono proprio io!”.
La gente della valle Maira?
Ruvida, ma brava gente che si aiutava! Ricordo che facevamo le veglie con tante storie strane di masche: ed io avevo paura! Di una donna alla quale piacevano gli uomini, raccontavano che la volpe che vedevano uscire dalla finesta di casa su era una masca! E poi si parlava nelle stalle di quella donna che veniva giù dal sentiero con una gonna lunga, e tirava via le pietre: e poi si scatenava un tremendo temporale…
La sua famiglia?
Ho avuto due figli: Guido (già mancato a 14 anni nel 1978 per leucemia, era stato per due anni al Regina Margherita…). Quando è mancato, era a letto ed io ero vicina a lui. Ha messo la testa sul cuscino, mi ha abbracciato e mi ha detto in occitano: “Ti voglio bene, mamma!”. È stata durissima!
Il 24 marzo del 2023 è morto mio marito Marco: aveva 90 anni. Con lui la vita è stata bella e anche meno bella, quando c’erano i debiti da pagare. Il nonno di Renato Iasia (‘Gelu’) ci voleva bene e ci ha sempre sostenuti: da lui compravamo le farine e lui non aveva fretta di prendere i soldi. Due minuti prima di morire, mio marito mi ha ancora detto: “Ti voglio bene!” e poi ha disteso le braccia verso il cielo, e se ne è andato serenamente da questa terra.
Il mondo di oggi?
È bruttissimo e non mi piace. Non è più il mondo di una volta, dove la gente si aiutava. Oggi c’è meno solidarietà e con dispiacere noto che i giovani non dialogano fra di loro e sono sempre incollati ai cellulari.
Il futuro della montagna?
Vedo che anche qui, nelle borgate del nostro vallone, ci sono diversi giovani che sono tornati: io spero che ce la facciano! A Chesta in fondo al vallone stanno aggiustando delle case e poi le vendono.
In cosa crede?
Credo in Dio e spero di riabbracciare tutti i miei cari, dopo la morte. Non ho capito bene cosa è, ma non ho paura di morire: ho invece paura di soffrire. A me comunque questa vita è già bastata e non vorrei rivivere un’altra volta!

La lapide che ricorda don Giacomo Soleri